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    Rancore: “Finché ci saranno persone che saboteranno le regole, la musica si evolverà”


    Durante la 69esima edizione del festival della canzone italiana di Sanremo, abbiamo intervistato all’interno di Casa Siae alcuni artisti che hanno partecipato al Festival. Una delle più grosse sorprese (oltre a Mahmood che è stato il...

    Durante la 69esima edizione del festival della canzone italiana di Sanremo, abbiamo intervistato all’interno di Casa Siae alcuni artisti che hanno partecipato al Festival. Una delle più grosse sorprese (oltre a Mahmood che è stato il vincitore), è sicuramente Rancore, che appariva come ospite del brano di Daniele Silvestri. Il rapper romano, nato da padre croato e madre egiziana, ha portato sul palco del festival un punto di vista diretto e senza sovrastrutture, creando nella composizione del brano Argentovivo, insieme a Manuel Agnelli e allo stesso Silvestri, un mix potente senza schermature che gli è valso ben tre premi al festival sanremese: Premio della critica “Mia Martini” della sala stampa dell’Ariston, il premio “Sergio Bardotti” per il miglior testo e il premio della sala stampa radio-tv-web “Lucio Dalla”. Rancore, all’anagrafe Tarek Iurcich, ha pubblicato nel 2018 il suo ultimo album, Musica per bambini.

    Da Rancore come da molti altri artisti (Ex-Otago, Mahmood e molti altri), ci siamo fatti raccontare come immaginano il futuro della musica da più punti di vista che lo influenzano in un’epoca in continua evoluzione, dove tecnologia e social si modificano costantemente.

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    Game of Thrones, svelato il cast del primo episodio dell’ottava stagione

    Game of Thrones, svelato il cast del primo episodio dell’ottava stagione


    ATTENZIONE: possibili spoiler sull’ottava stagione di Game of Thrones Manca ancora qualche mese al debutto dell’ottava e ultima stagione di Game of Thrones, che rimane avvolta dalla più completa segretezza. A parte qualche immagine che poco dice...

    ATTENZIONE: possibili spoiler sull’ottava stagione di Game of Thrones

    Manca ancora qualche mese al debutto dell’ottava e ultima stagione di Game of Thrones, che rimane avvolta dalla più completa segretezza. A parte qualche immagine che poco dice sulla trama e a qualche rara indiscrezione, ci si appiglia a ogni rivelazione. Ora è arrivata la lista del cast di attori che animeranno il primo episodio del ciclo conclusivo, quello che andrà in onda appunto il 14 aprile, in contemporanea su Hbo e, in Italia, Sky Atlantic.

    A rivelare la lista di attori è il sito specializzato Watchers of the Wall: grazie a un trucco sull’url del sito che illustra la programmazione di Hbo, i fan del sito sono riusciti ad accedere ai dettagli della première, che a quanto pare durerà esattamente 60 minuti. Ancora più significative però sono le informazioni riguardanti il cast, perché accanto ai nomi più ovvi dei protagonisti (Peter Dinklage, Nicholas Coster-Waldau, Lena Headey, Emilia Clarke, Kit Harington, Sophie Turner e Maisie Williams ovvero Tyrion, Jaime, Cersei, Daenerys, Jon Snow, Sansa e Arya) appaiono delle presenze rivelatrici. Ad esempio rivedremo i personaggi di Bronn (Jerome Flynne) e pure Tormund (Kristofer Hivju) e Beric Dondarrion (Richard Dormer), quindi sopravvissuti agli eventi alla Barriera.

    Rivedremo anche Yara Greyjoy (Gemma Whelan) e, assente da molti episodi, Melisandre (Carice van Houten). Ancora più a sorpresa, e quindi eloquente per le speculazioni sull’evoluzione della trama, è vedere nella lista degli interpreti anche i nomi di Lino Faccioli, che dà il volto a Robin Arryn, visto nella sesta stagione mentre cadeva nelle manipolazioni di Ditocorto; e di Tobias Menzies, nei panni di Edmure Tully, che pensavamo morto dopo la mancata liberazione da parte di Arya all’inizio della stagione sette. Quale sarà il loro ruolo nella vicenda?

    Da sottolineare però a questo punto anche un’assenza importante come quella di Vladimir Furdik, ovvero l’attore che dà le glaciali sembianze al Re della notte. Lo stesso sito dice di prendere queste informazioni con le pinze, visto che a volte è possibile che dei copia e incolla fra un episodio e un altro rendano le informazioni sugli attori non sempre attendibilissime. Ma appunto un’importante assenza come quest’ultima fa pensare che la lista sia piuttosto precisa.

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    Chi sono gli alleati del Movimento 5 stelle alle elezioni europee?


    Luigi Di Maio alla presentazione dell’alleanza per le elezioni europee. (foto: Stefano Montesi – Corbis/Corbis via Getty Images)Luigi Di Maio ha sciolto la riserva. Il Movimento 5 stelle si presenterà alle elezioni europee di maggio in un’alleanza...

    Luigi Di Maio alla presentazione dell’alleanza per le elezioni europee. (foto: Stefano Montesi – Corbis/Corbis via Getty Images)

    Luigi Di Maio ha sciolto la riserva. Il Movimento 5 stelle si presenterà alle elezioni europee di maggio in un’alleanza formale con il partito croato anti-sfratti Zivi Zid, coi polacchi di Kukiz 15, i finlandesi di Liike Nyt e i greci di Akkel. Restano fuori dal gruppo, almeno per ora, i gilet gialli.

    La “nuova alleanza” avrà come fil rouge “un’idea di Europa diversa“, ha detto il vicepremier, e raccoglierà “tante forze che non si riconoscono più né nella destra né nella sinistra“, oltre ad avere come fil rouge quella che Di Maio ha chiamato “un’idea di Europa diversa“. Per ora le forze politiche coinvolte sono cinque, due in meno di quelle richieste per formare un gruppo all’interno del Parlamento europeo. Di Maio, però, è fiducioso di trovare altri alleati “perché abbiamo contatti con nuove forze politiche“.

    Il M5s ha sottoscritto coi cinque partiti un manifesto in dieci punti dove si afferma, tra l’altro, l’importanza della democrazia diretta e partecipata, il sostegno al “made in” della produzione nazionale e la necessità di riformare le istituzioni. Ogni proposta ulteriore verrà sottoposta al voto online delle basi delle formazioni politiche.

    Secondo Di Maio, ci sarà uno “tsunami contro la commissione europea e il Consiglio Ue, contro il modo in cui sono stati gestiti“. Ma chi sono i nuovi alleati dei grillini in Europa?

    Zivi Zid (Croazia)
    Il partito croato Zivi Zid è nato nel 2011 con un obiettivo: mettere fine alla politica degli sfratti in atto nel paese affacciato sul mar Adriatico. Col tempo, ha guadagnato sempre più consensi ed ora è la terza forza del paese. Tra gli obiettivi del partito populista oggi ci sono: l’abbandono della Nato, la legalizzazione delle droghe leggere e la messa al bando degli Ogm.

    “Il nostro è un movimento contro la corruzione e se andremo al governo adotteremo le leggi anti-mafia italiane“, ha dichiarato il leader Ivan Vilibor Sincic in conferenza stampa. Zivi Zid condivide con il Movimento 5 stelle un’ostilità nei confronti delle banche e della burocrazia e vuole quella che definisce “un’Europa dei popoli“, una tra le ragioni per cui gli osservatori lo collocano fra i partiti populisti nello spettro politico europeo.

    Kukiz’15 (Polonia)
    La formazione polacca anti-establishment prende il nome dal cognome del suo fondatore, l’ex cantante rock Pawel Kukiz. I suoi appartenenti dicono di non essere né di destra né di sinistra – vi ricorda qualcosa? – e dividono la società in due categorie: le persone oneste e quelle disoneste. Come i grillini, vogliono rafforzare la democrazia diretta e mettere fine a quelli che vedono come diktat di Francia e Germania.

    Kukiz, che in passato ha sostenuto il partito liberale di Donald Tusk, è contrario all’aborto e all’adozione di bambini da parte di coppie gay. Per due anni, nel 2010 e nel 2011, ha fatto parte del comitato che organizza la Marcia per l’Indipendenza: un evento che raduna appartenenti alle formazioni neofasciste Gioventù polacca e Campo radicale nazionale. In passato si è anche fatto promotore di una riforma della legge elettorale. Il tema è stato sottoposto a referendum ma solo l’otto per cento degli aventi diritto al voto si è presentato alle urne. Qualche mese dopo il suo partito, Kukiz’15, è comunque riuscito a conquistare 42 seggi alle elezioni parlamentari (le prime a cui si è presentato). Da allora è alleato con il partito di estrema destra Movimento nazionale. Gli elettori di Kukiz’15 sono soprattutto giovani di età compresa tra i 18 e i 29 anni.

    Liike Nyt (Finlandia)
    Il gruppo finlandese è stato fondato il 18 aprile 2018 da Harry Harkimo e raccoglie i fuoriusciti del National Coalition Party. Il suo programma si basa su tre punti: difesa dell’economia di mercato, tutela delle piccole e medie imprese e più democrazia diretta. A questo proposito, gli esponenti di Liike Nyt hanno parlato più volte della necessità delle piattaforme digitali per far dialogare politica e cittadini. “I desideri dei cittadini e le scelte dei governi non sono più in contatto“, ha dichiarato Karolina Kahonen, una dei fondatori. Il Liike Nyt ha qualche seggio in alcune municipalità finlandesi ma non si è mai presentato alle elezioni.

    Akkel (Grecia)
    Akkel è il Partito greco dell’agricoltura e dell’allevamento, di ispirazione populista e fondato nel 2014. Il leader Evangelos Tsiobanidis è convinto che Atene abbia perso la sua sovranità a causa di Tsipras. A questo proposito, ha detto: “Il paese non è più una nazione indipendente ma è occupata come nella seconda guerra mondiale dai nazisti. Siamo occupati dagli interessi di altri Paesi Ue e della Nato”.

    Tra gli interessi della formazione, che aspira a tutelare gli interessi dei piccoli produttore ellenici, c’è la salvaguardia della produzione di filiera corta e del Made in Grecia, i temi ambientali; per lo stesso motivo, il partito avversa i trattati di libero scambio, per i loro contraccolpi sugli interessi locali. Akkel si è detto contrario alle sanzioni europee alla Russia.

    E i gilet gialli?
    Luigi Di Maio ha specificato che in questo momento, nell’alleanza, non sono compresi i gilet gialli. Questo non significa, però, che non si possano aggiungere in un secondo momento. A questo proposito, il leader politico del Movimento 5 stelle ha detto: “Chi presenterà quella lista dovrà essere una persona che crede nella democrazia per cambiare le cose“. E ancora, “non abbiamo intenzione di dialogare con quell’anima che parla di lotta armata o guerra civile“. Il riferimento è alla fronda guidata da Christophe Chalencon che in un fuori onda trasmesso da Piazza Pulita ha dichiarato: “Abbiamo delle persone, dei paramilitari, pronti a intervenire perché anche loro vogliono far cadere il governo“. Nei giorni precedenti a questa affermazione, tuttavia, Chalencon aveva incontrato a Parigi Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista. Il meeting aveva fatto infuriare le autorità francesi che avevano deciso di richiamare l’ambasciatore francese a Parigi.

    A proposito dell’intervista, Chalencon ha detto: “Mi riservo il diritto di procedimenti penali contro i media che travisano il mio pensiero e la mia posizione repubblicana“. Secondo il fabbro Chalencon, il suo discorso sarebbe stato strumentalizzato poiché “non ho mai invocato il colpo di stato e quando parlo di gruppi paramilitari è perché comprendo e osservo i rischi crescenti di violenza“.

    L’internazionale sovranista di Salvini
    La Lega, alleata di governo dei 5 stelle, dal canto suo non si presenterà alle elezioni europee insieme al Movimento. Matteo Salvini aveva detto di star lavorando a una “Lega delle leghe” con altri partiti “sovranisti” e “populisti” all’ultimo raduno leghista a Pontida. Finora, però, il progetto non ha raccolto molte adesioni. L’ultimo a rifilarsi, in ordine di tempo, è stato Jaroslaw Kaczynski, leader del partito polacco Diritto e Giustizia, attualmente al governo. Ha accettato invece l’invito Marine Le Pen, leader di estrema destra di Rassemblement National. Entrambi i partiti attualmente fanno parte del gruppo Europa delle Nazioni e delle Libertà, il principale gruppo di estrema destra del parlamento europeo.

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    Samsung lancia il tablet Galaxy Tab S5e, elegante e dalle cornici ridotte

    Samsung lancia il tablet Galaxy Tab S5e, elegante e dalle cornici ridotte


    Samsung Galaxy Tab S5eSamsung Galaxy Tab S5eSamsung Galaxy Tab S5eSamsung Galaxy Tab S5eSamsung Galaxy Tab S5eSamsung Galaxy Tab S5eSamsung Galaxy Tab S5eSamsung Galaxy Tab S5eQuasi a sorpresa e in anticipo — non solo sul Mobile World Congress di...

    Samsung Galaxy Tab S5eSamsung Galaxy Tab S5eSamsung Galaxy Tab S5eSamsung Galaxy Tab S5eSamsung Galaxy Tab S5eSamsung Galaxy Tab S5eSamsung Galaxy Tab S5eSamsung Galaxy Tab S5e

    Quasi a sorpresa e in anticipo — non solo sul Mobile World Congress di Barcellona ma anche sul suo stesso evento Galaxy Unpacked previsto per settimana prossima — Samsung ha deciso di annunciare oggi al mondo l’arrivo del suo prossimo tablet, un dispositivo votato alla multimedialità e decisamente elegante che risponde al nome di Galaxy Tab S5e. La tavoletta non è un dispositivo di fascia alta come il Tab S4 presentato l’anno scorso, ma sfoggia ugualmente una sequela interessante di caratteristiche premium mantenendo il prezzo meno proibitivo.

    (Foto: Lorenzo Longhitano)

    Ecco allora che il display è un pannello da 10,5 pollici privo del supporto alla S-Pen, ma ugualmente realizzato con tecnologia super amoled e in grado di riprodurre contenuti estremamente nitidi e brillanti anche nelle stanze più illuminate. Come su Galaxy S4 le cornici sono ridotte al minimo — larghe appena 8,7 millimetri — ma anche il resto degli elementi è disegnato e realizzato sapientemente: la scocca in metallo è spessa 5,5 millimetri e il lettore di impronte digitali non occupa spazio extra, dal momento che è posto sul tasto di accensione laterale.

    (Foto: Lorenzo Longhitano)

    Il comparto multimediale è arricchito da quattro altoparlanti Akg da 1,2 watt ciascuno, con supporto all’audio Dolby Atmos sia in uscita dagli speaker, sia riprodotto attraverso gli auricolari. A muovere le operazioni c’è un più che adeguato Qualcomm Snapdragon 670 coadiuvato da 4 gb di ram — una combinazione che per Samsung basterà a muovere non solo il sistema operativo Android, ma anche la modalità Samsung Dex, che permette di collegare il tablet a un display esterno proiettando su quest’ultimo una versione desktop dell’interfaccia grafica.

    (Foto: Lorenzo Longhitano)

    Le specifiche secondarie tratteggiano l’identikit di un dispositivo completo e promettente: la memoria a disposizione è di 64 gb espandibili tramite schede microsd, le fotocamere sono da 13 e 8 Mpixel mentre e la batteria a bordo da 7030 mAh — compatibile sia con la ricarica rapida che con un apposito dock di ricarica che fa leva sui pin pogo presenti sulla cornice permette di usare la tavoletta come uno smart display. Proprio i pin pogo infine permettono di collegare anche gli accessori ufficiali che saranno commercializzati insieme al tablet, ovvero una cover semplice e una cover con tastiera.

    (Foto: Lorenzo Longhitano)

    Galaxy Tab S5e arriverà sul mercato nel mese di aprile, anche se purtroppo della tavoletta non è ancora stato annunciato il prezzo esatto; sappiamo che si posizionerà più in basso rispetto a Galaxy Tab S4 e possiamo immaginare che la fascia sarà quella dei 500 euro, ma la cifra ufficiale sarà comunicata prossimamente, con tutta probabilità nel corso del Galaxy Unpacked di settimana prossima. Nel frattempo abbiamo potuto già passare qualche minuto con le versioni preliminari del gadget, che ha saputo colpirci per compattezza ed eleganza. Per le valutazioni più approfondite però è ancora presto.

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    Videogiochi vintage, i migliori emulatori per pc, Mac e Linux

    Videogiochi vintage, i migliori emulatori per pc, Mac e Linux


    I migliori emulatori per PCRetroArchDOSBoxOpenEmuScummVMDolphinePSXePCSX2DeSmuMePPSSPPMupen64plusQuali sono i migliori emulatori per pc Windows, Mac e Linux? Abbiamo selezionato dieci software gratuiti da installare subito per tuffarti a bomba nel mare...

    I migliori emulatori per PCRetroArchDOSBoxOpenEmuScummVMDolphinePSXePCSX2DeSmuMePPSSPPMupen64plus

    Quali sono i migliori emulatori per pc Windows, Mac e Linux? Abbiamo selezionato dieci software gratuiti da installare subito per tuffarti a bomba nel mare nella nostalgia con i titoli che hanno scritto la storia del gaming. Dai giochi più arcade ai gloriosi punta e clicca, dalle piattaforme più “antiche” fino alle console più moderne, la scelta è praticamente sconfinata.

    Ricordiamo che le rom, ossia i giochi, si possono trovare attraverso i motori di ricerca e su portali dedicati e ben forniti, ma occhio ai tanti siti con intenti malevoli che potrebbero rifilare sole. Inoltre, per legge, si dovrebbero scaricare le rom soltanto se si è in possesso delle cartucce o supporti originali. Discorso diverso se i diritti sul gioco sono ormai scaduti – come su Abandonware – o se i detentori del copyright hanno dato autorizzazione per scaricare senza problemi.

    RetroArch

    RetroArch è senza dubbio il più flessibile, duttile e generoso emulatore perché non soltanto si può installare sui dispositivi mobile di qualsiasi sistema operativo, ma anche su computer Windows, Mac o Linux fino anche alle console più moderne. La sua struttura è modulare con i cosiddetti core, ognuno dedicato a una console (elenco in costante aumento) e ha dalla sua ha una compatibilità molto ampia, praticamente definitiva.

    Si ha infatti un ventaglio di console che hanno scritto le pagine più belle della storia del gaming come tutta la famiglia Atari, Commodore 64, NES o SNES, Playstation di prima generazione e PSP, GameBoy prima versione, Color e Advance, Neo Geo Pocket Color, Virtual Boy, titoli Arcade, Sega Mega Drive, Master System, Genesis, CD e Mega CD, Dreamcast, Nintendo DS, 3DS e Wii e tutta la saga Doom, ma anche Tomb Raider e Quake.

    Supporta periferiche esterne come controller ed è completamente personalizzabile anche se la sua configurazione non è proprio semplicissima e può risultare un po’ ostica per chi non è troppo esperto.

    DOSBox

    Altro emulatore multipiattaforma gratuito installabile su Windows, Mac e Linux, DOSBox – come da nome – è specializzato nella gestione di giochi originariamente pensati per essere riprodotti in ambiente MS-DOS. L’intento è quello di offrire un’esperienza quanto più possibile vicina in termine di “grafica” e velocità rispetto all’originale. Curiosità: si possono dare anche in pasto sistemi operativi basati su DOS oppure su Windows 9x.

    OpenEmu

    Ispirato parzialmente a RetroArch è il potente OpenEmu. Questo emulatore multipiattaforma sviluppato per gli ambienti Mac che può riprodurre rom di tantissime console, soprattutto quelle della “preistoria” come Atari 2600, 5200 e 7800 o Lynx, ColecoVision, Gameboy e Gameboy Advance, Nes, N64, Nintendo DS, Sega Cd e Sega Genesis e molti altri. L’interfaccia è molto semplice e chiara strizzando l’occhio al design di iTunes con la capacità di organizzare i propri file al meglio e di personalizzare l’esperienza anche in base alle performance del proprio computer.

    ScummVM

    Nostalgia dei meravigliosi giochi punta e clicca che hanno appassionato milioni e milioni di utenti in tutto il mondo da The Day of Tentacle alla saga di Indiana Jones, da Monkey Island a Goblin e così via? Questi titoli hanno raggiunto successi planetari grazie a una grafica semplice ma coinvolgente e a trame irresistibili condite da enigmi da risolvere e momenti esilaranti. La qualità, solidità, flessibilità e semplicità d’uso di questo emulatore multipiattaforma chiamato ScummVM per Windows, Mac e Linux è garantita.

    Dolphin

    Che sia abbia Windows, Mac o Linux poco importa perché Dolphin è l’unico emulatore in grado di riprodurre molto bene giochi delle cosiddette console di settima generazione dunque le varie PS3, Xbox 360 e Wii oltre che il GameCube sempre di Nintendo. Altissima la compatibilità con buona parte dei titoli, ha il pregio di poter reggere anche la risoluzione hd anche se il gioco nativamente non la sopportava. Uno dei recenti update ha portato persino la compatibilità con il sistema Nintendo Wi-Fi Connection.

    ePSXe

    Su Windows e Linux si può utilizzare ePSXe per emulare giochi della prima versione della Playstation. Ottima la compatibilità con praticamente tutti i titoli più famosi e anche quelli meno conosciuti. Ci sono plug-in che si possono installare per migliorare le performance sul proprio computer.

    PCSX2

    I Mac non sono più supportati da qualche tempo (si può provare a installare, ma è poco stabile) su questo emulatore che va alla grande su Windows e Linux. Si dedica alla Sony PS2, una console tra le più longeve e con una lunga serie di record messi a segno nelle vendite. Può riprodurre (anche in hd con i plug-in) praticamente ognuno dei tantissimi titoli usciti negli anni con la seconda versione della console di Sony, tuttavia serve un computer mediamente potente, dunque ad esempio su un netbook (qui i vari usi per riportarlo a nuova vita) potrebbe avere qualche difficoltà.

    PPSSPP

    Rimaniamo sempre nel giardino Sony con un’altra console amatissima come la PSP ossia la PlayStation Portable. PPSSPP è un software multipiattaforma che si può installare su Windows, Mac e Linux oltre che su smartphone e tablet ed è stato sviluppato da uno dei co-fondatori del già citato Dolphin. Infine, si possono importare i salvataggi originali della PSP, magari quelli “dimenticati” da anni e pronti a essere riportati in vita.

    DeSmuMe

    DeSmuMe è un emulatore per Windows, Mac e Linux specializzato nelle console Nintendo a doppio schermo con un’interfaccia che trasforma di fatto il mouse o il trackpad del notebook nella stylus. La versione per Linux necessita di una configurazione più manuale.

    Mupen64plus

    Nintendo64 è una delle console più amate perché ha introdotto la grafica tridimensionale aggiungendo la profondità a molti titoli che fino a quel momento erano necessariamente “piatti” come ad esempio Super Mario. Mupen64plus è la soluzione sulla quale puntare perché gratuita e multipiattaforma.

    Non include un’interfaccia grafica per l’utente, ma si può facilmente scaricarne una dalla lista suggerita sul sito ufficiale. Anche questo programma può essere personalizzato con plug-in per migliorare le prestazioni del proprio computer.

    Scopri anche i migliori emulatori per smartphone.

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    Sicurezza informatica, la Difesa vuole formare hacker di stato


    Hacker (Getty Images)Borse di studio per formare hacker di stato. È questa una delle misure su cui sta lavorando il ministero della Difesa per alzare la barriere cyber dell’Italia. Lo ha annunciato a Itasec, la conferenza nazionale sulla sicurezza...

    Hacker (Getty Images)

    Borse di studio per formare hacker di stato. È questa una delle misure su cui sta lavorando il ministero della Difesa per alzare la barriere cyber dell’Italia. Lo ha annunciato a Itasec, la conferenza nazionale sulla sicurezza informatica, il sottosegretario alla Difesa, Angelo Tofalo. L’idea è di arruolare giovani hacker etici, dalle scuole superiori o dalle università, per “creare un team istituzionale che risponda solo alla bandiera italiana”, ha detto Tofalo.

    La formazione sarà pagata attraverso borse di studio, finanziate da un “cassetto strutturale”, ha precisato il sottosegretario, gestito in tandem dal ministero dello Sviluppo economico e dalla Difesa. Il primo gettone è già stato depositato, come previsto da un emendamento alla legge di bilancio: un milione di euro. Diventeranno tre milioni nel prossimo triennio, all’interno di un programma che dovrà diventare fisso. Ora il governo sta definendo lo schema per erogare i fondi.

    L’obiettivo, ha spiegato Tofalo, è “di arrivare a un team che faccia rotazioni negli enti statali come gli ambasciatori del ministero degli Esteri”. Saltando dagli uffici della presidenza del consiglio a quelli dei ministeri, dalle aziende della sicurezza all’università. Uomini esperti collocati nei punti chiave del paese. E la Difesa non esclude di sostenere la Cyberchallenge, il programma di addestramento per giovani tra 16 e 23 anni, che quest’anno ha già raccolto oltre 3.200 adesioni.

    La strategia cyber del ministero della Difesa prende forma. Nel contratto di governo, ha ribadito Tofalo, “è presente la defiscalizzazione dei costi della sicurezza cibernetica”. E il sottosegretario punta a mettere nero su bianco il proposito in un disegno di legge entro l’anno.

    Nel frattempo, i tecnici della Difesa stanno tracciando una bozza di una legge “per proteggere il know how italiano” nel campo della sicurezza informatica. Un provvedimento che ricalca alcuni punti del Title ten degli Stati Uniti (su ruolo e organizzazione delle forze armate). O, per dirla in altro mondo, una sorta di golden power per salvaguardare le piccole e medie imprese nazionali e tutelare la tecnologia cyber made in Italy. In parallelo i ministeri di Difesa, Sviluppo economico e istruzione, con la pubblica amministrazione, hanno pubblicato il 13 febbraio il progetto Italia Open Lab, per sostenere i progetti di impresa degli studenti delle scuole della penisola.

    A marzo Tofalo, che ha una delega alla cybersecurity assegnata dalla ministra Elisabetta Trenta, sarà in missione negli Stati Uniti, per presentare a Washington l‘ecosistema di sicurezza informatica del Belpaese, con Roberto Baldoni, vicedirettore generale del Dipartimento delle informazioni sulla sicurezza, e Francesco Maria Talò, l’ambasciatore al dossier cyber del ministero degli Esteri.

    Un incontro che arriva nel pieno delle pressioni degli Stati Uniti sugli alleati europei perché bandiscano le tecnologie cinesi dai progetti sul 5G, le reti mobili di quina generazione. Tofalo ha ribadito che “non ci sarà alcun blocco. Bisogna applicare la legge e c’è un mercato libero”. Una posizione che allinea la Difesa al rifiuto per uno stop annunciato nei giorni scorsi dal ministero dello Sviluppo economico. La strada da percorrere per validare le tecnologie del 5G sarà quella tracciata da Baldoni nel piano sulla cybersecurity presentato a Itasec: definire un perimetro nazionale e certificare prodotti e servizi.

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    Gioite, è il giorno dell’anno in cui si festeggiano gli ippopotami

    Gioite, è il giorno dell’anno in cui si festeggiano gli ippopotami


    Una giornata per gli ippopotami Una giornata per gli ippopotami Una giornata per gli ippopotami Una giornata per gli ippopotami Una giornata per gli ippopotami Una giornata per gli ippopotami Una giornata per gli ippopotami Una giornata per gli...

    Una giornata per gli ippopotami Una giornata per gli ippopotami Una giornata per gli ippopotami Una giornata per gli ippopotami Una giornata per gli ippopotami Una giornata per gli ippopotami Una giornata per gli ippopotami Una giornata per gli ippopotami Una giornata per gli ippopotami Una giornata per gli ippopotami

    Il 15 febbraio si celebra la Giornata degli ippopotami, occasione in cui questi mammiferi, terzi per ordine di grandezza in natura, vengono celebrati in tutto il mondo.

    Il termine ippopotamo deriva dal greco e significa letteralmente cavallo d’acqua: sebbene possano sembrare tutt’altro che agili sulla terra ferma, è assodato siano in grado di raggiungere anche i 30 km/h correndo.

    Tipici dell’Africa centro-meridionale, ma presenti pure lungo il corso del fiume Nilo, sono un esempio perfetto di come la natura, dietro sembianze goffe e bonarie, può nascondere tutta la sua sfumatura selvaggia.

    Per celebrare questa ricorrenza abbiamo raccolto alcuni affascinanti scatti nella nostra gallery qui in alto.

     

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    Questa pianta ha imparato ad auto-impollinarsi


    In assenza di vento o del passaggio di un’ape, questa pianta ha imparato che, se si parla di impollinazione, può arrangiarsi facendo tutto da sola. Si tratta dell’Erysimum incanum, un piccolo fiore che cresce in Spagna e in Africa occidentale, che...

    In assenza di vento o del passaggio di un’ape, questa pianta ha imparato che, se si parla di impollinazione, può arrangiarsi facendo tutto da sola. Si tratta dell’Erysimum incanum, un piccolo fiore che cresce in Spagna e in Africa occidentale, che ha mostrato agli scienziati una tecnica di auto-impollinazione che non era mai stata osservata in precedenza.

    Lo studio, appena pubblicato su The American Naturalist, è ben riassunto da queste immagini: stigmi e antere del fiore cercano il contatto sotto gli occhi di tutti, come in una danza, anziché sfruttare semplicemente il momento in cui i petali si richiudono e li portano più vicini.

    (Science)

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    Brexit, May è stata di nuovo sconfitta in parlamento. Si rischia il “no deal”


    Il primo ministro Theresa May dopo il voto. (foto: Dominic Lipinski/PA Images via Getty Images)Theresa May è sempre più nei guai. Nella serata di San Valentino il parlamento britannico ha bocciato con 303 voti contrari una mozione che aveva...

    Il primo ministro Theresa May dopo il voto. (foto: Dominic Lipinski/PA Images via Getty Images)

    Theresa May è sempre più nei guai. Nella serata di San Valentino il parlamento britannico ha bocciato con 303 voti contrari una mozione che aveva l’obiettivo di sostenere la premier in vista di nuovi negoziati con Bruxelles sulla Brexit.

    A causare la sconfitta sono stati, ancora una volta, gli oltranzisti della Brexit. Il gruppo informale guidato dal deputato conservatore Jacob Rees-Mogg, di cui fa parte anche l’ex ministro degli Esteri e sindaco di Londra Boris Johnson, ha infatti deciso di astenersi. Il motivo: la nuova strategia della premier escluderebbe l’ipotesi del no deal. L’uscita senza accordo non piace alla maggioranza dei deputati della Camera dei Comuni, ma Rees-Mogg e i suoi la considerano migliore rispetto all’accordo di divorzio negoziato da May con l’Unione europea. Inoltre, sono convinti che il no deal sia necessario per ricattare Bruxelles e spingerla a fare più concessioni. Juncker e Barnier hanno ripetuto più volte di voler evitare questo scenario per quanto possibile.

    Le conseguenze del voto
    La bocciatura della mozione non ha nessun effetto immediato a livello politico. Non si tratta, infatti, di un’azione vincolante e il parlamento può tornare sulla questione. Ma quanto successo dà un’indicazione generale sulle intenzioni dei deputati in merito alla Brexit.

    Secondo gli osservatori, il voto dimostra che May non si può fidare dell’ala più euroscettica del suo partito ed è inutile cercare il suo sostegno. Nei giorni scorsi la premier era volata a Bruxelles per discutere una revisione del backstop, il meccanismo che impedisce il ritorno di un confine duro tra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord. La riapertura delle trattative era stata richiesta a gran voce proprio dagli hard Brexiter.

    Cosa succederà ora
    La premier Theresa May continuerà a chiamare le cancellerie europee per convincerle a riaprire le trattative. L’accordo così come è stato negoziato, infatti, non ha nessuna possibilità di essere approvato in parlamento. Secondo un articolo del Sole 24 Ore, May avrebbe parlato anche coi leader di Cipro e Malta, ma mai con le autorità italiane. Downing Street avrebbe, però, assicurato che è solo una questione di tempo.

    Secondo gli analisti, May non manderà avanti le trattative con Jeremy Corbyn. La premier ha rifiutato le condizioni che il leader laburista aveva messo sul tavolo per ottenere il suo appoggio e quello dei deputati del suo partito. Una tra tutte: la permanenza del Regno Unito nell’unione doganale.

    Il parlamento si riunirà per il prossimo voto il 27 febbraio, a distanza di un mese e due giorni da quella che dovrebbe essere l’uscita ufficiale del Regno Unito dopo l’Unione europea. Nessuno, però, riesce ancora a capire che tipo di Brexit sarà, né se avverrà davvero. A questo proposito il ministro del Commercio internazionale Liam Fox aveva dichiarato in un’intervista al Sunday Times a dicembre che c’è un 50 per cento di possibilità che, alla fine, non ci sarà nessuna uscita dall’Ue.

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    Nvidia Shield, da oggi arriva (gratis) l’Assistente Google

    Nvidia Shield, da oggi arriva (gratis) l’Assistente Google


    (Foto: Nvidia)Non si ferma il lavoro degli sviluppatori Nvidia sul set top box Nvidia Shield. L’ultima funzionalità guadagnata dal dispositivo gruppo statunitense è il supporto all’Assistente Google, annunciato in queste ore e in arrivo già dalla...

    (Foto: Nvidia)

    Non si ferma il lavoro degli sviluppatori Nvidia sul set top box Nvidia Shield. L’ultima funzionalità guadagnata dal dispositivo gruppo statunitense è il supporto all’Assistente Google, annunciato in queste ore e in arrivo già dalla giornata di oggi sotto forma di aggiornamento gratuito al sistema operativo. Dal termine dell’installazione, l’assistente digitale della casa di Mountain View può essere richiamato premendo l’apposito tasto sul telecomando della console, mentre chi dispone di un controller Nvidia di ultima generazione può decidere di utilizzare il richiamo vocale con il consueto comando “hey google”, in modo da poter controllare ciò che avviene sul tv completamente a mano libera e lasciando appoggiati i comandi dove più comodo.

    Attraverso Nvidia Shield l’Assistente risponde alle domande sfruttando lo schermo collegato, visualizzando per esempio le informazioni meteo, le indicazioni stradali o i punteggi della propria squadra preferita quando richiesti. Diventa possibile ovviamente controllare la riproduzione dei contenuti in corso e alzare o abbassare il volume, ma anche avviare film specifici su specifiche piattaforme, oppure visualizzare gli album fotografici caricati online, ma anche i flussi video dei dispositivi di sorveglianza sparsi per la casa.

    L’Assistente Google in realtà non è l’unica novità arrivata nel corso degli anni a bordo del set top box Nvidia. Dalla sua uscita nel lontano 2015 l’aggeggio si è rinnovato nel 2017, ed entrambe le versioni continuano a dotarsi di numerose nuove funzionalità e app integrate — da quelle internazionali come Netflix e Amazon Prime Video alle piattaforme locali come Dazn, Infinity e Rai Play. Il tutto sulla base di una piattaforma hardware ancora tra le più potenti in ambito Android Tv, che oltre ad avere a disposizione un catalogo di giochi esteso può connettersi al servizio di giochi in streaming Geforce Now o ricevere i flussi video dai pc dotati di schede Geforce GTX e RTX.

    Con quest’ultimo aggiornamento il set top box non si limita a supportare i comandi vocali avanzati dell’Assistente Google, ma diventa un hub per la smart home ancora più completo e in grado di interfacciarsi con tutti i gadget compatibili con l’ecosistema messo in piedi dalla casa di Mountain View, a patto che siano connessi alla stessa rete wi-fi o all’account dello stesso proprietario. Anche per dare vita a nuove routine che coinvolgano l’uso del televisore: con un unico comando si può per esempio chiedere al sistema di accendere le luci di casa per la mattinata, avviare una playlist musicale e visualizzare le informazioni sul traffico per il luogo di lavoro.

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    Internet, un simulatore per tornare al web degli anni Novanta


    immagine del gioco Hypnospace Outlaw (fonte: Steam)Vestire i panni di un moderatore di internet non è cosa facile soprattutto se si tratta di farlo all’interno di un simulatore del web degli anni ’90. Il 12 marzo sarà disponibile sulla piattaforma...

    immagine del gioco Hypnospace Outlaw (fonte: Steam)

    Vestire i panni di un moderatore di internet non è cosa facile soprattutto se si tratta di farlo all’interno di un simulatore del web degli anni ’90. Il 12 marzo sarà disponibile sulla piattaforma di Steam Hypnospace Outlaw, un gioco che si definisce come il simulatore della reti di quasi trent’anni fa.

    It’s OFFICIAL – Hypnospace Outlaw is coming MARCH 12th!

    Are you ready to dive in?

    Wishlist here –https://t.co/qDtp73luAg pic.twitter.com/xCQnQbcigq

    — No More Robots (@nomorerobotshq) 14 febbraio 2019

    Il videogame, creato da Jay Tholen, mette il giocatore nei panni di un moderatore volontario a cui spetta il compito di controllare la crescita di internet. Che nella cornice del gioco prende il nome di Hypnospace e non rispecchia la rete moderna, ma quella di metà anni ’90.

    immagine del gioco Hypnospace Outlaw (fonte: steam)

    Hypnospace è un insieme di pagine web personali e personalizzate con una grafica sgranata e datata, ma che rispecchia appieno il periodo storico della crescita e dello sviluppo di internet.

    Il gioco consiste nel mantenere monitorate le pagine di Hypnospace e reprimere le violazione delle regole del web che questi siti occasionalmente compiranno. Ogni violazione delle regole richiederà la risoluzione di una sfida unica, basata su un testo che i moderatori dovranno risolvere per contenere i pirati informatici.

    Il gioco punta ad attrarre i giocatori grazie al fattore nostalgia esaltato dalla sua grafica, dalle animazioni in bassa risoluzione, dalla musica in 8bit e dai primissimi disegni fatti con il linguaggio html.

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    Facebook traccia la posizione degli utenti che minacciano il social network


    Il campus di Facebook a Menlo Park (Foto: Gaia Berruto/Wired)Secondo quanto riportato da Cnbc, Facebook starebbe monitorando una lista di persone ritenute possibili “minacce credibili” per la società per aver pubblicato intimidazioni contro la...

    Il campus di Facebook a Menlo Park (Foto: Gaia Berruto/Wired)

    Secondo quanto riportato da Cnbc, Facebook starebbe monitorando una lista di persone ritenute possibili “minacce credibili” per la società per aver pubblicato intimidazioni contro la piattaforma.

    A rivelarlo sono degli ex dipendenti di Facebook che, intervistati da Cnbc, hanno raccontato di come, ai team di sicurezza della società di Menlo Park, sia stato chiesto di prestare attenzione ad alcune persone, inclusi ex dipendenti e utenti, che hanno pubblicamente diffuso minacce contro Facebook o il suo organico.

    L’attenzione si alza nei primi mesi del 2018, quando un utente annuncia ritorsioni verso una sede di Facebook in Europa. In quell’occasione Facebook estrae i dati della posizione dell’autore della minaccia e li consegna alle autorità. Questa minaccia della sicurezza ha segnato il primo passo della società in direzione di un monitoraggio più severo dei pericoli ritenute credibili.

    Con il termine “minaccia credibile” Facebook definisce quelle persone che nel post di minaccia indicano ora e luogo del presunto attacco oppure  i soggetti che si scagliano contro la società dopo aver partecipano alle riunioni degli azionisti. La caratteristica che accomuna queste “minacce credibili” è che sono state tutte rivolte contro Facebook o il suo creatore, Mark Zuckerberg.

    A confermarlo sono i racconti di più di una dozzina di ex dipendenti di Facebook che hanno sottolineato come il social, in alcuni casi, utilizzi i propri mezzi per estrarre i dati di tracciamento della posizione degli utenti che pubblicano minacce tramite i loro post. Facendo così Facebook è in grado di avvisare le autorità se il sospetto è realmente nelle vicinanze del luogo o della persona minacciata.

    Gli ex dipendenti intervistati hanno messo in discussione l’etica di questa strategia di sicurezza. Secondo i dati in mano a Cnbc, Facebook a un elenco di questi sospettati, denominato Be on lockout, che includerebbe un centinaio di nomi, tra i quali vi sarebbero anche molti degli ex dipendenti che l’azienda ha licenziato, etichettandoli come possibile fonte di guai.

    “Il nostro team di sicurezza fisica esiste per mantenere i dipendenti di Facebook al sicuro”, ha commentato un portavoce di Facebook a Cnbc: “Usano le misure standard del settore per valutare e affrontare minacce di violenza credibili contro i nostri dipendenti e la nostra azienda, e riferire queste minacce alle forze dell’ordine quando necessario”.

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    Abbiamo scoperto un nuovo orologio biologico


    (foto: Francesco Carta fotografo/Getty Images)Quanti anni abbiamo? A dirlo non è solo la nostra età anagrafica. Se lo chiediamo a un biologo, infatti, ci risponderà facendo riferimento al nostro orologio biologico interno, in grado di fornire indizi...

    (foto: Francesco Carta fotografo/Getty Images)

    Quanti anni abbiamo? A dirlo non è solo la nostra età anagrafica. Se lo chiediamo a un biologo, infatti, ci risponderà facendo riferimento al nostro orologio biologico interno, in grado di fornire indizi sull’invecchiamento, sulla salute e quindi sulla reale età del nostro organismo. Ma ora, sulle pagine di Genome Research, il team di ricercatori della Harvard TH Chan School of Public Health ha dimostrato di aver scoperto l’esistenza di un nuovo orologio biologico, chiamato orologio ribosomiale, che permetterebbe una valutazione dell’età biologica più dettagliata. Questo orologio, infatti, fa riferimento a un segmento essenziale e molto attivo del genoma, il dna ribosomiale (rDna), e in grado di rivelare ancora più nel dettaglio il modo in cui il nostro corpo sta invecchiando, tenendo conto di come l’esposizione a inquinanti o modificazioni dello stile di vita, come l’alimentazione e l’esercizio fisico, possano rallentarlo o accelerarlo.

    Gli orologi biologici, ricordiamo, sono porzioni del genoma che aiutano a tenere traccia di ciò che gli scienziati chiamano età biologica, ovvero la vera età dell’organismo di un individuo, calcolata sui cambiamenti che si accumulano nel tempo nel dna. Per determinare quanto velocemente o lentamente operi questo orologio interno sui processi di invecchiamento dei tessuti e degli organi, la comunità scientifica si basa sulla metilazione, ovvero la modificazione epigenetica del dna.

    Ma ora, secondo il nuovo studio, piuttosto che osservare segmenti di dna sparsi per tutto il genoma, bisognerebbe concentrarsi su un piccolo segmento del genoma, il dna ribosomiale (ovvero il tipo di dna che codifica per l’rna ribosomiale, il maggior costituente dei ribosomi) che riesce a stimare molto precisamente l’età biologica di un individuo. “Pensiamo che il dna ribosomiale sia una una prova incontrovertibile del controllo genomico dell’invecchiamento e potrebbe rappresentare quindi, un nuovo orologio interno, precedentemente non riconosciuto”, hanno raccontato i ricercatori a Inverse. “La valutazione dell’età, inoltre, è un po’ più semplice, perché dobbiamo cercare in una determinata posizione. Infatti, invece di cercare tra i cromosomi e altri siti del genoma, possiamo concentrarci solo sul dna ribosomiale”.

    Durante le sperimentazioni, quando i ricercatori hanno analizzato il nuovo orologio ribosomiale in specie diverse, tra cui cani, mosche ed esseri umani, hanno scoperto che la quantità di metilazione in quelle precise posizioni poteva prevedere con precisione sia l’età cronologica che l’età biologica.

    Per esempio, quando il team di ricercatori ha osservato i nuovi orologi in un gruppo di topi messi a digiuno (fattore già noto per promuovere la longevità), ha scoperto che questi mostravano meno segni di invecchiamento biologico, anche se gli animali avevano un’età anagrafica più grande.

    L’orologio biologico appena scoperto, precisano i ricercatori, è particolarmente utile in quanto potrebbe essere uno strumento potente quando si tratta di identificare in che modo possiamo intervenire nel processo dell’invecchiamento biologico. “Speriamo ora che l’orologio fornisca nuove informazioni sull’impatto dell’ambiente e sulle scelte personali sulla salute a lungo termine”, ha concluso l’autore della ricerca Bernardo Lemos. “Determinare l’età biologica è un passo fondamentale per comprendere gli aspetti fondamentali dell’invecchiamento e sviluppare strumenti per informare le scelte di salute pubblica e personale”.

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    Twitter, marcia indietro sui post modificati. Ma si potranno “chiarire”


    Jack Dorsey, patron di Twitter (Foto: Fairfax Media/Getty Images)Da tempo circola la voce del possibile arrivo del pulsante “modifica” per i tweet. Jack Dorsey, amministratore delegato di Twitter, ha più volte precisato che il suo team è ancora al...

    Jack Dorsey, patron di Twitter (Foto: Fairfax Media/Getty Images)

    Da tempo circola la voce del possibile arrivo del pulsante “modifica” per i tweet. Jack Dorsey, amministratore delegato di Twitter, ha più volte precisato che il suo team è ancora al lavoro su questa funzionalità poiché avrebbe potuto essere usata per compiere abusi e atti di cyberbullismo.

    Durante un evento tenutosi il 14 febbraio a San Francisco, Dorsey ha affermato che Twitter sta pensando di sostituire l’opzione di modifica con una che aggiunga una sorta di chiarimento o annotazione sotto i tweet già pubblicati.

    Negli ultimi anni si sono registrati diversi episodi di alcuni personaggi famosi che hanno perso il loro ingaggio a causa di vecchi post scritti su Twitter. È il caso del regista di Guardians of the Galaxy James Gunn, licenziato dai Marvel’s Studios a seguito di alcuni tweet offensivi risalenti al 2008, oppure di Kevin Hart che ha perso la conduzione degli oscar 2019 per colpa di alcuni tweet omofobi.

    “Non esiste un modo credibile per tornare indietro e chiarire o persino avere una conversazione per mostrare l’apprendimento e la transizione da allora”, ha spiegato Dorsey. E ha precisato che i suoi team di programmatori stanno pensando di costruire una funzionalità che risolva questo problema.

    Al momento, per chiarire un tweet già pubblicato, occorre eseguire un retweet di un proprio post commentandolo di seguito. Questo chiarimento però rimane slegato dal tweet originale, che magari è già diventato virale, limitandone così la visibilità. Con la funzionalità la nota o il commento verrebbero allegati al tweet già pubblico e virale in modo da essere leggibile a tutti.

    Dorsey ha spiegato: “Immaginate ora che il tweet originale non abbia avuto il tipo di coinvolgimento che speravate. Per far chiarezza non vi servirebbe retwittare il tweet originale. Così facendo (si riferisce alla nuova opzione che aggiunge una nota al tweet, ndr) mostrereste solo i chiarimenti, sareste in grado di retwittare il chiarimento che quindi porterebbe sempre con sé quel contesto al quale è allegato”.

    “Questo è un approccio. Non sto dicendo che lo avvieremo, ma quelli descritti sono i tipi di problemi a cui dobbiamo cercare di rispondere”, ha poi concluso.

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    In Cina hanno creato ratti cyborg controllati con la mente


    (foto: Getty Images)Far fare a un animale ciò che si vuole. Non con un classico addestramento all’obbedienza, ma trasferendo il proprio volere nel suo cervello e vederlo tradursi in movimento. Fantascienza? Non più. In un articolo da poco pubblicato...

    (foto: Getty Images)

    Far fare a un animale ciò che si vuole. Non con un classico addestramento all’obbedienza, ma trasferendo il proprio volere nel suo cervello e vederlo tradursi in movimento. Fantascienza? Non più. In un articolo da poco pubblicato sulle pagine della rivista Scientific Reports, un team di ricercatori cinesi ha creato dei ratti cyborg che possono essere controllati dal pensiero di un essere umano. Wireless. Uno sviluppo niente affatto incredibile, a detta di esperti internazionali. Sia la tecnologia dei cyborg sia quella delle interfacce cervello-macchina (e viceversa, macchina-cervello) esistevano già. I cinesi, in sostanza, le hanno abbinate. Riuscendoci (pare) straordinariamente bene.

    Un’interfaccia cervello-cervello
    Detto così potrebbe ancora sembrare irrealistico, ma a pensarci un attimo il salto fatto dai ricercatori cinesi non è poi così lungo. Basta vedere le protesi di ultima generazione, quelle che possono essere controllate dalla mente di chi le utilizzerà per sostituire un arto che non c’è più e che allo stesso tempo possono restituire al cervello dell’utente sensazioni tattili. Il team della Zhejiang University ha in fin dei conti applicato questa tecnologia tra cervelli diversi: uno umano e uno animale, passando per un computer.

    In pratica i ricercatori hanno raccolto attraverso un elettroencefalogramma i comandi di movimento di un essere umano, i cui pensieri sono stati convertiti da un computer in istruzioni per essere trasmessi wireless a uno stimolatore con elettrodi impiantato su alcuni ratti. E i ratti cyborg hanno eseguito gli ordini quasi alla perfezione.

    Manipolazione mentale wireless
    “Con questa interfaccia i nostri manipolatori sono stati in grado di controllare i ratti cyborg e completare in modo fluido il percorso attraverso i labirinti”, scrivono i ricercatori lasciando forse trasparire un certo compiacimento per la precisione e la velocità nella trasmissione dei segnali (essenziale per bypassare la coscienza dell’animale).

    I controllori umani erano attaccati alla macchina in modo non invasivo e riuscivano a trasmettere all’animale i comandi per girare a destra o a sinistra solo pensando al movimento del braccio corrispondente. Per far avanzare il ratto cyborg, invece, sbattevano le palpebre. Ci è voluto un po’ di addestramento, spiegano gli scienziati, ma alla fine si è realizzata “una tacita intesa tra l’essere umano e il ratto cyborg”.

    Uso improprio
    Inquietante? Forse un po’, ma secondo i maggiori esperti del settore che hanno revisionato la ricerca non c’è un reale pericolo che qualcuno controlli le nostre azioni telepaticamente. Per manipolare le persone e far fare loro, in un certo senso, ciò che si vuole, esistono già modi efficaci senza dovergli impiantare degli elettrodi in testa (dice qualcosa Cambridge Analytica?). Il pericolo di un uso improprio è ormai insito in molte delle più moderne tecnologie, ma quanti vantaggi potremmo trarne? Liberate l’immaginazione.

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    Ecco perché Ben Affleck ha detto addio a Batman


    Bisogna ammetterlo con franchezza: nonostante alcuni successi come Wonder Woman e il recente Aquaman, l’universo cinematografico legato alla Dc Comics ha vissuto in questi ultimi anni diverse défaillance. Una delle difficoltà maggiori si è...

    Bisogna ammetterlo con franchezza: nonostante alcuni successi come Wonder Woman e il recente Aquaman, l’universo cinematografico legato alla Dc Comics ha vissuto in questi ultimi anni diverse défaillance. Una delle difficoltà maggiori si è riscontrata nel personaggio di Batman interpretato, forse senza troppa convinzione, da Ben Affleck: dopo svariati tira e molla (e qualche rehab), l’attore ha dichiarato nelle scorse settimane di rinunciare alla parte ufficialmente. E in queste ore ha specificato anche il motivo.

    Ospite del late show di Jimmy Fallon, infatti, Affleck ha dato una spiegazione sulla sua scelta: “Ho provato a dirigerne una versione io stesso e ho lavorato con un ottimo sceneggiatore [Geoff Johns, ndr] ma non siamo arrivati a un risultato“, ha dichiarato l’attore per poi aggiungere: “Non riuscivo ad azzeccarlo“. Da qui la decisione di lasciare andare del tutto il Cavaliere oscuro: “Era il momento di lasciarlo andare, ora ci sono ottime persone a lavorarci“, ha concluso riferendosi al nuovo regista Matt Reeves.

    Toccherà quindi proprio a Reeves portare a termine il film The Batman, con una sceneggiatura del tutto nuova e che probabilmente si concentrerà su un giovane Uomo pipistrello in una detective story dai toni noir. Affleck dunque ha ribadito “Non sono Batman“, prima di accettare come ricordo un mantello con la scritta “Batfleck” e il numero 12, ovvero quello della maglia del campione di football Tom Brady, di cui è grande fan.

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    Il primo condominio di Londra con pista di atterraggio per i droni

    Il primo condominio di Londra con pista di atterraggio per i droni


    Lyons Place, ecco come sarà il primo edificio londinese pensato per ricevere le consegne dei droni. Il progetto di Farrells Lyons Place, ecco come sarà il primo edificio londinese pensato per ricevere le consegne dei droni. Il progetto di Farrells...

    Lyons Place, ecco come sarà il primo edificio londinese pensato per ricevere le consegne dei droni. Il progetto di Farrells Lyons Place, ecco come sarà il primo edificio londinese pensato per ricevere le consegne dei droni. Il progetto di Farrells Lyons Place, ecco come sarà il primo edificio londinese pensato per ricevere le consegne dei droni. Il progetto di Farrells Lyons Place, ecco come sarà il primo edificio londinese pensato per ricevere le consegne dei droni. Il progetto di Farrells Lyons Place, ecco come sarà il primo edificio londinese pensato per ricevere le consegne dei droni. Il progetto di Farrells Lyons Place, il cantiere a Londra (Foto: Farrells)

    Le consegne a domicilio operate da droni volanti potrebbero sembrare ancora molto lontane dal diventare realtà. Ma il nuovo complesso architettonico di Lyons Place, attualmente in costruzione nella zona occidentale di Londra, ha deciso di guardare speranzoso verso il futuro e bruciare i tempi: progettato dallo studio di architettura Farrells e sviluppato da Almacantar, sarà il primo palazzo della metropoli inglese ad essere munito di una piccola pista di atterraggio pensata appositamente per i corrieri di domani.

    Oltre alle 76 unità abitative che comporranno il complesso residenziale, infatti, il Lyons Place sarà dotato di una piattaforma collocata sul tetto del suo edificio principale, messa a punto in collaborazione con la compagnia specializzata in infrastrutture per droni Skyports. Questo, insomma, permetterà ai residenti di ricevere le proprie consegne direttamente dal cielo: secondo gli architetti di Farrells – intervistati dal portale Dezeen – si tratta di un progetto che sarà presto preso come esempio per lo sviluppo delle nuove architetture urbane, con l’obiettivo di promuovere le nuove possibilità di connessione offerte dalla tecnologia.

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    Perché Amazon non costruirà più la sua nuova sede a New York


    La sede di Amazon a Seattle, WashingtonAmazon non si sente la benvenuta a New York e quindi non aprirà più il suo nuovo quartier generale nella Grande Mela. Il gigante dell’ecommerce ha infatti annunciato che rinuncerà al piano di costruire una...

    La sede di Amazon a Seattle, Washington

    Amazon non si sente la benvenuta a New York e quindi non aprirà più il suo nuovo quartier generale nella Grande Mela. Il gigante dell’ecommerce ha infatti annunciato che rinuncerà al piano di costruire una parte della sua nuova sede a Long Island City (nel Queens), per via dell’opposizione di alcuni politici delle amministrazioni locali che contestano duramente la promessa di incentivi statali pari a 2,8 miliardi di dollari in favore della compagnia.

    L’azienda si è detta dispiaciuta di aver dovuto prendere questa decisione, dato che, come si legge sul sito, oltre il 70% dei cittadini avrebbe appoggiato la scelta di New York, anche guardando ai benefici economici che avrebbe portato. Secondo l’agenzia Reuters, il piano avrebbe creato quasi 25mila nuovi posti di lavoro in un’area deve Amazon impiega già oltre 5mila lavoratori tra Brooklyn, Manhattan e Staten Island.

    Ma la contestazione da parte dei deputati locali è scattata soprattutto perché gli incentivi promessi dal sindaco di New York Bill De Blasio e dal governatore dello Stato Andrew Cuomo erano considerati non necessari viste le ingenti possibilità economiche dell’azienda. Inoltre, fin da subito, contro gli incentivi erano montate anche le proteste da parte di associazioni di cittadini che si opponevano alla “gentrificazione” che il colosso avrebbe portato nella zona, al momento tra le più accessibili della città per quanto riguarda gli affitti delle case.

    Secondo la deputata democratica Alexandria Ocasio-Cortez, eletta a New York e tra gli oppositori al piano di Amazon, il ripensamento segna una vittoria da parte dei comitati cittadini, che all’epoca delle trattative non erano stati interpellati. Dall’altra parte, il sindaco De Blasio si dice invece molto dispiaciuto del fatto che la compagnia di Jeff Bezos non abbia voluto portare avanti il progetto, provando a dialogare con le parti in campo.

    Intanto il gigante americano, che ha perso in borsa l’1% in seguito alla decisione, fa sapere di non essere intenzionato a riaprire un’asta tra le città per la costruzione della sua nuova sede, e afferma di volersi concentrare sul progetto già in programma di aprire l’altra parte del nuovo quartier generale in Virginia, alle porte di Washington Dc.

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    Regolarizzare la prostituzione, cosa non convince della proposta leghista

    Regolarizzare la prostituzione, cosa non convince della proposta leghista


    Puntuale come un orologio svizzero, anche questo mese si è riacceso il dibattito sulla legalizzazione della prostituzione in Italia. Un pilastro programmatico della Lega, che nel corso degli anni ha ribadito la necessità di regolarizzare il fenomeno...

    Puntuale come un orologio svizzero, anche questo mese si è riacceso il dibattito sulla legalizzazione della prostituzione in Italia. Un pilastro programmatico della Lega, che nel corso degli anni ha ribadito la necessità di regolarizzare il fenomeno per assestare un colpo alla criminalità organizzata e garantire nuovi introiti fiscali allo Stato. “Sarà una delle prime leggi che proporremo quando saremo al governo, per allinearci a tutti i paesi civili”, tuonava Salvini durante un comizio nel 2017. Dopo nove mesi di esecutivo giallo-verde, non si è vista alcuna legge in proposito. Ma qualcosa si sta muovendo.

    Lo scorso 7 febbraio, il senatore leghista Gianfranco Rufa ha presentato un disegno di legge volto alla riapertura delle cosiddette case chiuse, “un gesto di civiltà nei confronti delle prostitute che si trovano per strada, per il decoro e l’immagine delle stesse strade”. Pochi giorni dopo, al Consiglio regionale del Veneto è arrivato un progetto di legge leghista volto alla creazione di appositi albi di iscrizione, registrati nei comuni, con l’identità di chi pratica la prostituzione. L’obiettivo è renderle lavoratrici autonome, con l’obbligo di avere una partita Iva, emettere fattura e pagare le spese sanitarie, previdenziali e fiscali. Proposte di questo tipo mirano a superare la legge Merlin del 1958, con cui si poneva fine alla regolarizzazione delle prostituzione in Italia e si chiudevano le case chiuse.

    La regolarizzazione della prostituzione è considerata dalla Lega la via migliore per ripulire un settore basato sulla sfruttamento e la tratta di essere umani. In realtà, il modo in cui sta affrontando la questione rischia di portarci indietro di decenni. Al di là della debolezza di un discorso che sembra poggiare più sulla necessità di dare decoro alle strade italiane che non a difendere i diritti delle lavoratrici, quello che più lascia perplessi è l’idea della creazione di un albo comunale che non sarebbe poi altro che un meccanismo di schedatura di massa. Negli anni Cinquanta, le case chiuse erano luoghi solo apparentemente sani, dietro alle cui mura si nascondeva una realtà fatto di sfruttamento e violazioni dei diritti umani. “Prigioni, istituzioni disciplinari dove i diritti e le libertà individuali erano sospesi”, ha spiegato Giorgia Serughetti, ricercatrice dell’Università di Milano-Bicocca, “A parte i ritmi e le condizioni di lavoro, molto faticose, le prostitute erano schedate, sottoposte a controlli sanitari obbligatori, recluse nei sanatori se portatrici di malattie veneree”.

    L’esaltazione leghista delle case chiuse dell’epoca dimentica questi particolari e l’idea di combattere gli abusi di oggi istituendo nuovi centri di sfruttamento e iper-controllo sulla persona appare poco sensato. Non è un caso che anche il Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute, organizzazione italiana che difende i diritti di queste persone, sia contrario alla riapertura di centri di questi tipo.
    La creazione di case per prostitute in Italia nasconde poi altro. Migliaia di lavoratrici di strada oggi sono irregolari, ragazze disperate senza uno straccio di documento e imbrigliate nel giro della tratta per guadagnare pochi euro. In queste condizioni, non avrebbero modo di entrare nei circuiti legali e le alternative sarebbero due: continuare a operare clandestinamente o uscire allo scoperto, con tutte le conseguenze del caso in termini di rimpatri ed espulsioni post-decreto sicurezza Salvini. Più che una battaglia a difesa dei diritti della persona, quella della Lega sulla prostituzione appare quindi una crociata per il decoro del paese che dimentica le vulnerabilità di queste lavoratrici.

    “I racket sono impermeabili alle proposte di legalizzazione. Quello della prostituzione è un fenomeno di marginalità e sfruttamento. Ed è lì che bisogna intervenire”, ha sottolineato Stefano Fraccaro, capogruppo Pd nel Veneto, davanti alla recente proposta del collega leghista. In effetti, regolarizzare il fenomeno potrebbe sì avere conseguenze positive quanto meno su una parte di chi pratica il mestiere, quelle che lo fanno per scelta. Ma questo non prenderebbe in considerazione in modo concreto il disagio e le condizioni di marginalità in cui gran parte delle prostitute si trovano, quelle che svolgono questa attività sotto costrizione e ricattate dalle mafie. In assenza di un corollario di normative a tutela della persona, quella leghista rischia così di trasformarsi nella solita misura che fa distinzione tra persone di serie A e persone di serie B.

    Le prostitute ospitate in tv da Giletti o in radio da Cruciani, che guadagnano migliaia di euro al mese e pregano di poter pagare le tasse, costituiscono solo una piccola tessera del puzzle. Dietro di esse, c’è un mondo di sfruttamento, costrizione e irregolarità che non può essere risolto in modo semplicistico spostando le prostitute come pedine dalla strada a un appartamento.

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    Questi atleti hanno sostituito il loro manager con un’app

    Questi atleti hanno sostituito il loro manager con un’app


    Le star dello sport che hanno aderito al progetto sono circa una ventina e tra loro ci sono il running back del Los Angeles Rams, Todd Gurley, John Halapio dei New York Giants  e atleti olimpionici come Aaron Brown, Lavonne Idlette e Katsura...

    Le star dello sport che hanno aderito al progetto sono circa una ventina e tra loro ci sono il running back del Los Angeles Rams, Todd Gurley, John Halapio dei New York Giants  e atleti olimpionici come Aaron Brown, Lavonne Idlette e Katsura Horton-Perinchief. Il parterre che non ti aspetteresti per un’app del telefonino, e invece… Ma c’è un motivo: Athent non è una semplice app, ma un progetto integrato per aiutare gli sportivi a gestire meglio le loro finanze. Un intento onorevole: negli Usa, secondo una ricerca di Sports Illustrated il 78% dei giocatori della Nfl è in bancarotta o si trova di fronte a seri problemi finanziari entro due anni dal pensionamento, e il 60% dei giocatori Nba si ritrova in cattive acque finanziarie a 5 anni dalla fine della carriera.

    Chi bazzica il mondo dello sport, lo sa: c’è il tempo della gloria e poi, inesorabile, quello dell’oblio, quando i campioni dello sport si godono il frutto dei guadagni ottenuti al culmine della carriera, tra un trofeo e l’altro. Ma non sempre va così. Persino Rocky Balboa nella finzione scenica ad un certo punto si trova senza soldi. E tanti sono i casi (reali) di sportivi finiti in bancarotta. A volte succede perché ai campionissimi manca il talento di saper far di conto e si affidano a manager non sempre specchiati. Altre volte, è il caso di un tennista assai famoso negli Anni ’80, si paga il conto salato di una vita di eccessi. Ma quale che sia il motivo, il problema dei campioni in bancarotta è molto diffuso.

    Ed è proprio lì che interviene Athent. È un’app che combina la possibilità di gestire il proprio budget con strumenti per la supervisione dei social media e dei video. “Athent – si legge sul sito – ti consente di gestire facilmente le tue finanze, il tuo brand e i tuoi progetti da una piattaforma centralizzata e trasparente. Dopo aver collegato i tuoi account finanziari e social media, Athent monitora l’attività quotidiana e tiene traccia dei tuoi progressi verso un futuro sostenibile e di successo”. La scelta di rivolgersi soprattutto a un pubblico di sportivi è strategica: “Gli atleti spesso sperimentano una grande quantità di entrate finanziarie in un tempo molto breve, ma tuttavia una percentuale tra il 60 e il 78% degli sportivi dichiara bancarotta entro 5 anni dalla pensione”.

    Per aiutare campioni e campioncini a gestire al meglio le finanze, Athent propone via app una serie di videocorsi di economia personale, resi più divertenti attraverso un meccanismo di gamification. Poi c’è la parte meramente finanziaria che, grazie al collegamento col conto corrente, mostra report e statistiche su come vengono spesi i soldi. Infine il progetto prevede una serie di lezioni dal vivo per insegnare ai giovani atleti dei college a gestire il denaro: in cattedra non salgono esperti di finanza ma atleti “pro”, che raccontano le proprie esperienze, nel tentativo di produrre un vero e proprio cambiamento di mentalità anche per emulazione. Dominique Easley dei Los Angeles Rams lo dice senza giri di parole sull’homepage di Athent: “Pensavo che una volta che  altre persone si sarebbero prese cura delle mie finanze, avevo torto, vorrei aver iniziato a prendere sul serio le mie finanze quando ero una matricola al college“.

    Per ora Athent è in fase beta: l’app non si può scaricare da alcuno store, ma si possono chiedere info attraverso un form sul sito ufficiale. Non è detto che comunque in futuro l’app diventi di dominio pubblico: si tratta di uno strumento finanziario che si rivolge a un pubblico ben preciso: atleti e organizzazioni sportive studentesche e non. Ma potrebbe anche fare tendenza e altre app simili potrebbero nascere per altre categorie professionali. Per rimanere in campo sportivo, la buona notizia è che una maggior consapevolezza finanziaria è un argomento sentito anche ad altre latitudini: anche in Italia, dove qualche mese fa la Feduf (Fondazione per l’Educazione Finanziaria e al Risparmio), creata dall’Abi, e la Commissione Nazionale Atleti del Coni hanno lanciato Campioni di Risparmio per organizzare iniziative sul territorio per incontrare i giovani atleti e i loro allenatori, allo scopo di avvicinarli al tema della gestione consapevole del denaro. App o non app, il vero cambiamento è infatti prima di tutto culturale.

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    Love Death and Robots, il trailer dell’audace serie animata


    È una specie di trip cyberpunk quello a cui si assiste nel primo trailer ufficiale di Love Death and Robots, la serie animata antologica di Netflix firmata da due veterani del cinema come David Fincher, che sulla piattaforma si è già occupato di...

    È una specie di trip cyberpunk quello a cui si assiste nel primo trailer ufficiale di Love Death and Robots, la serie animata antologica di Netflix firmata da due veterani del cinema come David Fincher, che sulla piattaforma si è già occupato di Mindhunter, e Tim Miller, già regista di Deadpool. Come si può vedere nella clip d’anticipazione si tratta di un ambizioso progetto d’animazione composto da 18 diverse storie che ruotano attorno al genere fantascientifico con uno spiccato gusto per l’erotico e il pulp.

    La serie sarà infatti composta da brevi corti animati che fonderanno futurismo, fantasy, orrore e commedia, cercando di coinvolgere diversi approcci narrativi ma soprattutto anche differenti tecniche di animazione, dal 2d al Cgi. L’ambizione è quella di dare un sunto di una certa cultura visiva ma anche di sfidare certe barriere dell’espressività fantascientifica con ironia e irriverenza. Basta osservare la schermata d’errore che compare a un certo punto del video: “Stai annegando nel sudore, vero?” domanda il Blue Screen of Death.

    Il pubblico di riferimento, come si evince dal cartello rosso all’inizio, è sicuramente quello adulto, anche per via dei contenuti espliciti e della violenza che si intravedono nel rapido montaggio di immagini. Gli episodi di Love Death and Robots, tutti di una durata fra i 5 e i 15 minuti, debutteranno il prossimo 15 marzo.

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    CloudConf, a Torino la nuvola perfetta per sviluppatori e cto

    CloudConf, a Torino la nuvola perfetta per sviluppatori e cto


    Sviluppatori, project manager, Cto di aziende, esperti del mondo It arriveranno a Torino il 28 marzo per la settima edizione di CloudConf, appuntamento dedicato al cloud computing che ha debuttato nel 2013. Nel 2019 la platea si allarga a mille...


    Sviluppatori, project manager, Cto di aziende, esperti del mondo It arriveranno a Torino il 28 marzo per la settima edizione di CloudConf, appuntamento dedicato al cloud computing che ha debuttato nel 2013.

    Nel 2019 la platea si allarga a mille partecipanti e Wired è media partner. La conferenza vera e propria è in programma giovedì 28 marzo presso il Centro Congressi Lingotto del capoluogo piemontese; i workshop days invece mercoledì 27 e venerdì 29 marzo presso ToolBox Torino.

    L’obiettivo della tech conference è delinare il perimetro attuale del cloud computing, proiettarsi nel futuro e capire quali opportunità ed evoluzioni riserverà ai vari attori del sistema, sviluppatori e solution architect in primis, e naturalmente alle aziende, chiamate ad adottare le soluzioni più performanti per cambiare volto al business. Come ricordava anche l’ultimo rapporto dell’Osservatorio Cloud Transformation del Politecnico di Milano, il cloud è sì piattaforma abilitante per la trasformazione digitale ma non è solo per le aziende una una sfida tecnologica in quanto “richiede un cambiamento che, partendo dai processi e dalle competenze più specifiche della direzione It, si estende a tutta l’organizzazione”. C’è bisogno quindi di nuove professionalità per il governo delle competenze cloud e più in generale una trasformazione nel modo di approcciare i progetti digitali, con logiche più flessibili. Meglio mettersi in ascolto, allora, per una deep immersion su serverless, security, Iot, machine learning, scalabilità, blockchain: in programma ci sono 9 keynote speech a cura di relatori internazionali e 24 talk. Tra gli ospiti annunciati attesi a Torino, Asim Hussain, già senior cloud developer per Microsoft, Paul Dix, fondatore di InfluxDb Mo Haghighi, developer ecosystem leader Ibm.

    I cloud workshop sono otto, diversi per temi ma anche per competenze richieste e target di riferimento: spazio agli sviluppatori, sistemisti e solution architect che potranno approfondire al meglio topic come docker base, blockchain, sviluppo di microservizi in Php, application monitoring. Ma anche cto e business developer potranno approfittarne per fare formazione e approfondire le connessioni tra cloud e business o scoprire i servizi di Amazon Web Service e le strategie da adottare per progettare applicativi scalabili.

    Con una platea così variegata, e che comprende diversi protagonisti ed esperti della scena tech italiana, sarà naturale fare networking e approfondire i temi anche grazie alle sessioni di mentorship one to one: ben 200 saranno quelle a disposizione. Per i soggetti interessati anche agli aspetti più finanziari ed economici, c’è anche un business corner dedicato a Cto e manager: sempre secondo l’analisi dell’Osservatorio Polimi, nel 2018 il valore del mercato cloud italiano si attestava a 2,34 miliardi di euro, in crescita del 19% rispetto al valore 2017 fermo a 1,97 miliardi.

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    La casa del futuro? Una cabina modulare da 15 metri quadrati


    Non ci sono soltanto le auto nel mirino di Mini: il brand di origine inglese sta lavorando da anni al progetto Living Urban Cabing, con l’obiettivo di sviluppare alloggi di 15 metri quadrati attraverso un uso creativo dello spazio. L’iniziativa ha...

    Non ci sono soltanto le auto nel mirino di Mini: il brand di origine inglese sta lavorando da anni al progetto Living Urban Cabing, con l’obiettivo di sviluppare alloggi di 15 metri quadrati attraverso un uso creativo dello spazio. L’iniziativa ha preso il via nel 2016 a Londra, con un una casa modulare composta da cucina-soggiorno e da una piccola biblioteca; l’idea in quest’ultimo caso è stata del Sam Jacob Studio per evidenziare il ridotto numero di biblioteche pubbliche presenti nella capitale inglese e, al contempo, l’importanza di questi spazi per gli scambi culturali e le relazioni che si instaurano tra le persone che le frequentano.

    La seconda e terza tappa del tour sono state New York e Los Angeles, con due soluzioni agli antipodi. Nel primo caso la cabina in legno realizzata a Brooklyn era inserita in un cortile esterno e composta da materiali trasparenti per accentuare le diversità culturali della Grande Mela, mentre nella città degli Angeli, il progetto ha scelto di utilizzare un tetto in disuso nel centro cittadino creando uno spazio diviso tra zona giorno e bagno-cucina, con un rivestimento metallico della facciata che sfruttava la luce solare per creare effetti luminosi nella casa.

    L’ultima fermata del tour Mini, per ora, è stata Pechino, con una cabina ispirata ai cortili degli hutong, le antiche abitazioni della città, con interni bianchi abbinati a esterni dorati in uno spazio dove regna la flessibilità per la massima ottimizzazione dei pochi metri quadrati disponibili (come dimostra il letto a scomparsa). E presto il progetto diventerà permanente, con un edificio in costruzione a Shanghai.

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    Cambridge Analytica, Facebook rischia una multa di 2 miliardi


    Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook (Getty Images)Facebook di nuovo nel mirino delle autorità americane. Il colosso dei social media starebbe trovando un accordo con la Federal Trade Commission (Ftc) statunitense per un una multa miliardaria da...

    Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook (Getty Images)

    Facebook di nuovo nel mirino delle autorità americane. Il colosso dei social media starebbe trovando un accordo con la Federal Trade Commission (Ftc) statunitense per un una multa miliardaria da pagare per gli scandali legati alla vicenda di Cambridge Analytica. Al momento ancora non è stata pattuita la cifra, ma molto probabilmente si potrebbe trattare della multa più alta mai inferta dall’autorità americana a una compagnia del settore tecnologico.

    Secondo quanto riporta il Washington Post, i capi d’accusa riguardano soprattutto la violazione della privacy degli utenti del social più diffuso al mondo. Infatti, per quanto riguarda il caso di Cambridge Analytica, scoppiato intorno a marzo dell’anno scorso, a Facebook si contesta la violazione e l’uso non autorizzato dei dati sensibili di oltre 87 milioni di persone, finite inconsapevolmente in uno dei più grossi scandali economico-politici degli ultimi anni.

    Ad oggi, quello scandalo, che riguardava in sostanza la vendita di dati sensibili da parte di Facebook all’istituto Cambridge Analytica, oggi chiuso definitivamente, è costato moltissimo alla compagnia e a Mark Zuckerberg personalmente quasi nove miliardi di dollari. Per altro, il social network era già stato multato per 500mila sterline da parte delle autorità britanniche nel luglio scorso.

    Ma nella stessa trattativa attuale con la Ftc americana sono contestati anche altri reati commessi in violazione delle norme sulla privacy. E se Facebook dovesse trovare un accordo con le autorità, certamente dovrà rivedere radicalmente il suo modello di business e risolvere i problemi interni legati all’amministrazione dell’azienda. Secondo quanto si legge su Business Insider, l’ex capo della sicurezza del social network, Alex Stamos, avrebbe paragonato il social networks a Games of Thrones per via delle numerose lotte di potere.

    L’ultimo caso in ordine di tempo riguarderebbe gli attriti tra Zuckerberg e la sua direttrice operativa Sheryl Sandberg nella gestione degli scandali nelle aule dei tribunali. Ma a pesare ulteriormente sulla decisione dell’autorità americana potrebbero essere anche le pressioni da parte degli avvocati dei consumatori finiti vittime dello scandalo, che oggi chiedono alla Ftc una pena esemplare, forse anche superiore ai 2 miliardi di dollari, come si legge ancora sul Washington Post.

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    Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna: messa così, l’autonomia è una secessione

    Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna: messa così, l’autonomia è una secessione


    Fra le macerie che il governo giallobruno lascerà sul terreno, dai dati macroeconomici spaventosi al baraccone ingestibile come il reddito di cittadinanza, potrebbe esserci la famosa autonomia rafforzata delle tre regioni che da sole fanno più del 40%...

    Fra le macerie che il governo giallobruno lascerà sul terreno, dai dati macroeconomici spaventosi al baraccone ingestibile come il reddito di cittadinanza, potrebbe esserci la famosa autonomia rafforzata delle tre regioni che da sole fanno più del 40% del Pil italiano: Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. Sostenere che consentire loro di trattenere una quota molto alta di tasse e tributi non penalizzerebbe il resto del Paese è semplicemente illogico: quello è il motore d’Italia. Vale appunto il 40,5% del prodotto interno lordo nazionale nonché il 54,5% delle esportazioni italiane. Pensare che trasferire in via esclusiva una grande quantità di competenze, dalla scuola alle infrastrutture (cedendo per esempio la proprietà di autostrade, ferrovie e aeroporti) non finirà per pesare su tutte le altre è una follia.

    Infatti, a quanto pare, le bozze degli accordi raggiunti con le tre regioni dovranno essere riscritte. Il Consiglio dei ministri di giovedì 14 febbraio, annunciato in pompa magna da Matteo Salvini, ha liquidato la questione in un’ora. La realtà è che la partita è diventata l’ennesimo terreno di scontro fra Lega e Movimento 5 Stelle. Che s’intreccia non tanto all’autorizzazione a processare il ministro dell’Interno sul caso Diciotti quanto alla questione Tav. Da una parte i 5 Stelle bloccano l’autonomia, spiegando che “il trasferimento di funzioni non può e non deve essere un modo per sbilanciare l’erogazione di servizi essenziali a favore delle regioni più ricche”, dall’altra il capo del Carroccio spiegava sull’alta velocità Torino-Lione che l’analisi costi-benefici non lo ha convinto. A dire il vero, non ha convinto un sacco di italiani. Ma questa è un’altra faccenda.

    Dunque non s’illudano, i cittadini del Centro-Sud. Certo, per il Movimento 5 Stelle che in certe regioni ha sfiorato o toccato il 40% la grana dell’autonomia della parte più ricca del Paese può trasformarsi in una bomba a orologeria. Ma la questione è, come sempre, tutta e solo politica. D’altronde a sostenerne le preoccupazioni ci sono anche le precise osservazioni del ministero delle Finanze: ruotano fondamentalmente intorno a tre punti, volendo per ora lasciare da parte gli altri fronti come sanità, ambiente, cultura e le già citate scuola e infrastrutture e concentrarsi solo sul fisco. Primo: “l’invarianza finanziaria del trasferimento di funzioni alle regioni interessate per i bilanci statali e per i saldi di finanza pubblica”. Tradotto, significa che i conti italiani senza quel trio regionale bisognerà farli prima e non dopo, un po’ come accade con la Brexit: chi se ne va paga il conto. Che può essere molto salato.

    Secondo punto, la natura di alcuni tributi che sono erariali, cioè “di competenza statale esclusiva”. Dall’addizionale Irpef fino all’Irap, ci sarebbe un ginepraio di voci d’entrata che richiederebbero una riforma fiscale molto profonda prima di ogni passo. Terzo, tutelare i servizi uguali in tutto il Paese, cioè il cuore del nostro bislacco federalismo “a geometrie variabili”. Perché se è vero che l’articolo 116 della Costituzione al terzo comma, norma voluta dal centrosinistra e approvata col referendum del 2001, prevede “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” è anche vero che quell’autonomia può essere concessa solo rispettando i principi di un altro articolo della Carta. È il 119 e recita per esempio che “la legge dello Stato istituisce un fondo perequativo, senza vincoli di destinazione, per i territori con minore capacità fiscale per abitante”. Insomma, la perequazione. Se se ne va il motore del Paese, cosa vuoi perequare?

    “Non ci saranno cittadini di serie A e di serie B – ha reagito Salvini al primo stop in Consiglio – chi dice queste cose non l’ha letto”. Lo abbiamo capito bene: si tratta di un nodo politico, non c’è nessuna idea organica dell’Italia, dietro, nessun progetto. Come dicevamo prima, non s’illudano i cittadini del Centro-Sud: per il loro amato Movimento 5 Stelle, che in questi mesi non ha mostrato alcun approccio strategico limitandosi a un continuo do ut des con la Lega, l’autonomia è un problema solo nel momento in cui risulti mortificante sotto l’aspetto comunicativo e debba essere sfruttato come contropartita per la Tav o qualche altra contraddizione interna. C’è da scommettere che, con i dovuti aggiustamenti, il disegno di legge che la presidenza del Consiglio metterà a punto soddisferà tutti e arriverà (come sempre) blindato alle Camere. Nonostante il M5S, che ha avuto il coraggio di approvare una manovra di bilancio a scatola chiusa, spieghi nel dossier preparato contro le bozze che debbano poter essere esaminate e modificate in Parlamento.

    “Stiamo valutando come coinvolgere il Parlamento” ha spiegato il leader della Lega dopo la riunione del governo. Tagliano in due l’Italia, per altro nel solito caos più totale del Pd che sul tema è già spaccato con micidiale tempismo in vista delle primarie del 2 marzo, e “valutano se coinvolgere il Parlamento”.

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    L’ambasciatore francese tornerà in Italia


    L’ambasciatore francese Christian Masset. (foto: Murat Kaynak/Anadolu Agency/Getty Images)L’ambasciatore francese in Italia Christian Masset, richiamato la settimana scorsa nel paese a causa delle tensioni crescenti tra Parigi e Roma, tornerà oggi...

    L’ambasciatore francese Christian Masset. (foto: Murat Kaynak/Anadolu Agency/Getty Images)

    L’ambasciatore francese in Italia Christian Masset, richiamato la settimana scorsa nel paese a causa delle tensioni crescenti tra Parigi e Roma, tornerà oggi in Italia. Ad annunciarlo è stata la ministra per gli Affari europei Nathalie Loiseau a Rtl.”Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha telefonato al presidente Macron, si sono parlati e hanno ribadito insieme quanto è importante la nostra amicizia“. Loiuseau ha poi aggiunto: “Abbiamo anche ascoltato leader politici che si erano lasciati andare a parole e comportamenti non amichevoli e inaccettabili, ma poi hanno mostrato rammarico“.

    La notizia del rientro dell’ambasciatore era stata anticipata nei giorni scorsi dal ministro degli Esteri Jean-Yves Le Drian. In un’intervista al Corriere della Sera, il portavoce del Quai d’Orsay aveva dichiarato: “Il ritorno di Masset è imminente“.

    La convocazione
    Il ministro degli Esteri Le Drian aveva giustificato la decisione di richiamare l’ambasciatore nell’ambito di “attacchi senza precedenti del governo italiano” e quelle che ha visto come ingerenze dell’esecutivo gialloverde nella politica d’Oltralpe. Il riferimento era alla decisione di Luigi Di Maio di incontrare Christophe Chalencon, leader golpista dei gilet gialli. A questo proposito, Le Drian aveva dichiarato: “L’iniziativa del vicepresidente del consiglio è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Intanto perché la sua visita in Francia è avvenuta al di fuori di qualsiasi quadro diplomatico, in base al quale un ministro dovrebbe informare le autorità del paese in cui va. E poi perché Di Maio ha incontrato chi invocava e invoca un’insurrezione e un intervento dell’esercito“.

    A proposito dell’incontro, il leader del Movimento 5 Stelle oggi ha dichiarato: “Non abbiamo intenzione di dialogare con quell’anima che parla di lotta armata o la guerra civile”. In un’intervista a Piazza Pulita, andata in onda ieri sera, Chalencon aveva detto che lui, Di Maio e Alessandro di Battista “erano d’accordo su tutto” e che proprio grazie a quell’incontro i grillini avevano dato ai gilet gialli “un riconoscimento internazionale”.

    La questione dei terroristi italiani in Francia
    Le relazioni tra Parigi e Roma sono peggiorate anche a causa del rifiuto dei cugini d’Oltralpe di estradare numerosi terroristi italiani che lì si sono rifugiati per via della dottrina Mitterand. Il ministro dell’Interno Matteo Salvini aveva dichiarato a proposito della convocazione dell’ambasciatore: “Non vogliamo litigare con nessuno. Vogliamo parlare di tre questioni: stop ai respingimenti, basta danneggiare i pendolari vessati ogni giorno alle frontiere e stop ai terroristi italiani, una quindicina, condannati ma che fanno la bella vita con la residenza in Francia“. I primi due punti restano ancora tema di discussione.

    Per quanto riguarda i terroristi, magistrati italiani e francesi hanno invece raggiunto un accordo di linea e tutte le richieste di estradizione verranno riviste. Due, in particolare, potrebbero essere già accolte nei giorni scorsi. Secondo l’Adnkronos, si tratterebbe di Narciso Manenti, ex componente dei Proletari armati condannato all’ergastolo per l’omicidio del carabiniere Giuseppe Gurrieri, e Raffaele Ventura, che in passato ha fatto parte delle Formazioni comuniste combattenti.

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    C’è un’app che riporta in vita Windows 95

    C’è un’app che riporta in vita Windows 95


    (Foto: Felix Rieseberg)Per tutti i nostalgici di Windows 95 e della sua disarmante piattezza grafica, c’è un modo semplice e veloce di rifare un tuffo nei giorni in cui il successore del vecchio Windows 3.11 andava per la maggiore; si chiama windows...

    (Foto: Felix Rieseberg)

    Per tutti i nostalgici di Windows 95 e della sua disarmante piattezza grafica, c’è un modo semplice e veloce di rifare un tuffo nei giorni in cui il successore del vecchio Windows 3.11 andava per la maggiore; si chiama windows 95 V2 ed è l’ultima versione di un’app creata dallo sviluppatore Felix Rieseberg proprio per ridare lustro al vecchio sistema operativo e rimetterlo nelle mani di chiunque non abbia a disposizione il tempo per un’operazione di archeologia software più complessa.

    ✨ windows95 v2 ✨
    Windows 95, running as an app, has tons of new features:

    Sound
    A few retro games
    Better High-DPI support
    🛠 FrontPage & Netscape 2.0
    And yes, it’s still JavaScripthttps://t.co/r922e8Yuce pic.twitter.com/crNv0ktQcw

    — Felix Rieseberg (@felixrieseberg) 4 febbraio 2019

    L’app è un pacchetto da 200 megabyte scaricabili sul sito Github del progetto, che una volta installato occupa più di un gigabyte di memoria. Dal momento che è stato scritto completamente in JavaScript, il software non gode di prestazioni eccezionali: non è indicato per esempio per farci girare i giochi più onerosi di quell’epoca, per i quali lo stesso autore consiglia di utilizzare un’app per la virtualizzazione; nonostante questo però, nelle operazioni più comuni restituisce completamente l’aspetto e l’esperienza d’uso del vecchio sistema operativo Microsoft.

    I menù e la barra del desktop sono tutti dove devono essere, finestre ed elementi dell’interfaccia sfoggiano il loro caratteristico grigio, i tasti virtuali sono veri e propri pulsantoni e la tavolozza dei colori adoperata per visualizzare grafica e icone è la stessa a 256 colori dell’originale. In questa nuova versione, che arriva a qualche mese di distanza dall’originale, arriva finalmente il supporto all’audio, mentre lato software si trovano preinstallati il preistorico browser Netscape in versione 2.0 e alcuni giochi come Doom, Wolfenstein 3D, Gran Prix Circuit e A10 Tank Killer.

    Disponibile per Windows, Linux e macOS, Windows 95 V2 è completamente gratuito. Probabilmente in futuro lo sviluppatore dovrà rimuovere i giochi inclusi (dal momento che, contrariamente a quanto pensava, sono ancora in vendita), ma il progetto rimarrà comunque online.

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    La docuserie su Lorena Bobbitt è una parabola sulla violenza di genere

    La docuserie su Lorena Bobbitt è una parabola sulla violenza di genere


    Manassas, Virginia, 23 giugno 1993: le forze dell’ordine vengono allertate dopo che una donna ha brutalmente accoltellato il marito, soprattutto vengono messe all’urgente ricerca di una “appendice“, che ritroveranno poi, sporca d’erba, in un...

    Manassas, Virginia, 23 giugno 1993: le forze dell’ordine vengono allertate dopo che una donna ha brutalmente accoltellato il marito, soprattutto vengono messe all’urgente ricerca di una “appendice“, che ritroveranno poi, sporca d’erba, in un praticello vicino alla superstrada. L’urgenza, ma anche la cautela con cui tutti parlavano dell’accadimento, è presto spiegata: la donna aveva reciso il pene del marito con un coltello da cucina, era fuggita in macchina con l'”appendice” e l’aveva a un certo punto gettata dal finestrino. Stiamo ovviamente parlando del celeberrimo caso di Lorena e John Wayne Bobbitt, ora al centro di una docuserie, Lorena, disponibile su Amazon Prime Video dal 15 febbraio.

    I quattro episodi, prodotti fra gli altri da Jordan Peele, già regista dell’horror psicologico Get Out (e anche qui di orrore ce n’è parecchio, ma non per i motivi che paiono ovvi), raccontano solo brevemente il fattaccio da cui tutto parte. Piuttosto, inserendosi in un filone true crime molto di successo di questi tempi, dal podcast Serial a serie in streaming come Making a Murderer, s’insinuano nelle dinamiche del processo, ripescano immagini di repertorio, tornano dai testimoni decenni dopo e soprattutto si mettono all’ascolto di quello che i protagonisti della vicenda hanno da dire oggi. Lo sguardo che i due ex coniugi gettano ai fatti dell’epoca – diametralmente opposto l’uno dall’altro, come se avessero vissuto eventi diversi – è illuminante più di qualsiasi altra ricostruzione fittizia (che pur entra nel girato, goffa come solo le ricostruzioni fittizie possono essere).

    A differenza di tanti altri prodotti true crime, appunto, Lorena non raggiunge vette di virtuosismo, né avvince per il montaggio o la tecnica narrativa utilizzata: anzi, si arriva in fondo con l’impressione che quattro puntate siano eccessive, che molte cose siano diluite e raccontate in modo volutamente stentoreo per poterci tornare in seguito e allungare la storia. Eppure la visione di questa docuserie è consigliatissima per altre ragioni e in particolare per ciò che attorno al processo di Lorena Bobbitt in quegli anni si è costruito. Divenuta un caso di cronaca internazionale, infatti, l’evirazione di un uomo da parte della moglie ha scatenato un circo mediatico senza precedenti, con inviati da tv e giornali dal pianeta interno, ma anche con merchandising venduto fuori dalle aule di tribunale e perfino agenti delle star di Hollywood assunti per rappresentare i due coinvolti e assicurare loro copertura più o meno scandalistica.

    Ma se anni e anni di tabloid, gossip e reality tv hanno in qualche modo normalizzato in noi la sorpresa rispetto a un pubblico bramoso di dettagli scabrosi e media pronti a darglieli in pasto per un punto di share o una copia venduta in più, quello che fa riflettere sono le implicazioni più profonde che quel caso scatenò nel dibattito pubblico. Tocca fare qualche passo indietro: un paio di anni prima Lorena, immigrata negli Stati Uniti dall’Ecuador per studiare e realizzare il suo sogno americano, aveva incontrato e subito sposato John Wayne, nome e fisico da attore macho, marine avvenente poi rivelatosi fannullone, un marito che era una (finta) garanzia. La realtà dei fatti si rivelò però tragica oltre l’immaginabile: percosse, violenze fisiche e psicologiche, abusi sessuali, un matrimonio trasformatosi per una donna sola in una prigione da cui solo un coltello la poté liberare.

    Dopo che un primo processo intentato contro John scartò le accuse di violenza sessuali nei confronti di Lorena (non c’erano prove), un secondo che accusava la donna di tentato omicidio scoperchiò una verità che l’America non voleva vedere. Perché nella frenesia mediatica delle settimane precedenti Lorena, complici anche alcune sue ingenuità, era già diventata lo zimbello di molti comici ma anche il bersaglio di un’accusa generalizzata: in pochi credevano che fosse davvero vittima di violenza, in molti erano oltraggiati dal fatto che per liberarsi si fosse rivoltata contro la cosa che gli uomini tengono di più caro, il pene appunto, e si preferiva pensarla gelosa, umorale, ingrata.

    Questa docuserie ritorna su quei pregiudizi e cerca di ribaltare un’immagine che ancora oggi è radicata, ribadendo oggi come allora che il vero problema è la violenza domestica: una donna abusata per anni e sottoposta a qualsiasi tipo di violenza psicologica perde il controllo di sé e si ribella come può; allora non era un attenuante, oggi lo è in tribunale ma l’opinione pubblica (veicolata spesso da uno sguardo ancora pervicacemente maschile) ancora tende a prendere le parti della virilità oltraggiata.

    L’esito del processo ebbe comunque l’effetto di infiammare il movimento per la protezione dei diritti delle donne, sottolineando che per una volta una donna era riuscita a prendere in mano il proprio destino e a farsi sentire. “In Africa tagliano migliaia di clitoridi ogni giorno e in America solo quando è stato tagliato un pene si è iniziato a parlare“, dice a un certo punto un’intervistata. Lorena è un documentario con molti difetti, appunto, ma in sintesi dimostra una verità che dobbiamo cercare ancora con forza di debellare: prendete una donna sola, straniera, economicamente non indipendente, con dei problemi di lingua, fragile in tutti i modi in cui lo si può essere, e se quella donna denuncerà una violenza, la platea d’istinto si rivolgerà a protezione del maschio forte e bianco (e che maschio bianco lo vedrete: le varie assurde vicissitudini di John Wayne negli anni dopo il processo, comprese le lettere d’amore che a tutt’oggi manda all’ex moglie che l’ha evirato, sono fra le parti più drammaticamente succose del racconto).

    Negli anni sia Lorena sia John sono diventati quasi delle icone della cultura pop: su di loro sono stati fatti film, speciali d’approfondimento, talk show, anche spettacoli comici. La loro vicenda è stata per decenni sublimata in un alterco passionale finito male, e a distanza di quasi trent’anni poco è significativamente cambiato. Ripercorrere ora, passo dopo passo, la loro storia dà anche l’idea di quanto voracemente ci avventiamo sui casi di cronaca, nera o rosa che sia, con la pretesa di conoscerne i più infimi dettagli, da risputare poi in forma di opinioni preconfezionate. Neppure quando gridano dei nostri problemi più profondi riusciamo a metabolizzarli, forse perché troviamo subito un nuovo caso su cui gettarci. O una nuova serie.

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    5 piattaforme di streaming che vorremmo anche in Italia

    5 piattaforme di streaming che vorremmo anche in Italia


    HuluCbs All AccessShudderBritBoxFilmStruckIn questi ultimi anni il mondo della produzione televisiva sta cambiando a ritmi vertiginosi e questo è dimostrato dal moltiplicarsi dell’offerta sulle piattaforme di streaming online. Anche da noi l’arrivo...

    HuluCbs All AccessShudderBritBoxFilmStruck

    In questi ultimi anni il mondo della produzione televisiva sta cambiando a ritmi vertiginosi e questo è dimostrato dal moltiplicarsi dell’offerta sulle piattaforme di streaming online. Anche da noi l’arrivo di realtà come Netflix, Amazon Prime Video, Tim Vision (ma anche gli sforzi digitali di realtà tradizionali come Rai Play e Mediaset Play) dimostrano una vitalità senza precedenti. In altri paesi, però, e soprattutto negli Stati Uniti, la situazione è ancora più avanzata, con tanti altri giovatori ad affollare il mercato. Vediamo qualcuno di loro che sarebbe interessante vedere anche in Italia.

    1. Hulu

    Anche se presente solo negli Usa e in Giappone, Hulu è il principale avversario di Netflix per estensione di catalogo e capacità di investimenti. Questi vengono realizzati anche in collaborazione con network internazionali (in particolare Channel 4 ma anche Sky con la prossima Catch-22 di Clooney) e l’offerta dei suoi contenuti è divisa in Italia fra diversi soggetti: titoli come The Handmaid’s Tale, The First e Runaways sono stati acquisiti su TimVision, altri come The Looming Tower su Amazon Prime Video, altri ancora come Castle Rock sono ancora inediti. Eppure i recenti assestamenti dei grandi gruppi televisivi e gli ultimi annunci sui numerosi nuovi progetti di Hulu la rendono una realtà sempre più appetibile anche da noi.

    Dopo che Disney ha acquisito Fox, infatti, è diventata proprietaria del 60% della piattaforma, anche se lancerà a breve il suo streaming Disney+: Hulu rimarrà però strategico e sarà riservato soprattutto ai contenuti più adulti e meno adatti a un pubblico di famiglie. Lo stesso numero uno di Disney, Bob Iger, aveva dichiarato nel novembre 2018: “Dato il successo di Hulu in termini di abbonati e notorietà, pensiamo ci sia la possibilità di discutere un’espansione globale e ulteriori investimenti nei contenuti“, ha detto lasciando aperte varie opzioni.

    2. Cbs All Access

    La Cbs è uno dei quattro grandi network televisivi tradizionali negli Stati Uniti, casa di serie culto come The Big Bang Theory e Ncis. Nell’ottobre 2014 ha lanciato la sua piattaforma All Access online in modo da farvi confluire tutta la sua programmazione in un servizio on demand. Due anni fa ha poi iniziato anche la produzione di contenuti originali destinati solo al catalogo web: da qui sono nati progetti ambiziosi come Star Trek: Discovery, The Good Fight e Tell Me A Story.

    Sebbene i suoi titoli arrivino anche da noi distribuiti tra diversi operatori, in particolare Netflix e Tim Vision, è interessante immaginare come sarebbe averli riuniti sotto un unico tetto. Soprattutto perché in futuro Cbs All Access si svilupperà a passo spedito: molti sono i progetti legati in particolare alla franchise di Star Trek, in cui arriveranno lo spin-off Picard e la serie animata Lower Decks. Ma in arrivo c’è anche il revival di Twilight, serie antologica paranormale di cui si occuperà il regista e produttore Jordan Peele.

    3. Shudder

    Gli amanti del genere horror amerebbero lo sbarco in Italia di Shudder, piattaforma creata da Amc Networks (di cui fa parte appunto il canale che produce serie come The Walking Dead e Breaking Bad) e dedicata esclusivamente a film e serie da brivido. Fra i titoli messi a disposizione c’è Channel Zero, la serie antologica di Syfy dedicata alle macabre leggende metropolitane che circolano sul web, oppure la miniserie Neil Gaiman’s Likely Stories, la svedese Jordskott su una misteriosa scomparsa e la comedy-horror Todd and the Book of Pure Evil.

    Tanti sono anche i film messi a disposizione nel catalogo, spesso anche disposti in maratone di 24 ore che i fan possono seguire ininterrottamente. L’attenzione va spesso sui titoli più pulp oppure sui sottogeneri dell’horror che sfiorano l’erotico, il comico o il grottesco. Forse il mercato italiano sarebbe relativamente troppo piccolo per un progetto già di nicchia come questo, ma certo anche la nostra cinematografia avrebbe da contribuire fortemente.

    4. BritBox

    Il successo internazionale in questi anni di serie come Downton Abbey, Sherlock e Luther ha riacceso l’attenzione, forse mai del tutto sopita, sul Regno Unito come grande produttore di serialità. Proprio per questo Bbc e Itv, due cioè dei principali soggetti televisivi del paese, hanno deciso di allearsi per creare una piattaforma streaming che esportasse in particolare sul mercato statunitense e canadese le serie tv che portassero un chiaro marchio britannico nel loro dna.

    Ecco quindi che il catalogo propone grandissimi classici della televisione inglese, come i primi Doctor Who, Absolutely Fabulous, l’originale The Office e Prime Suspect. Inoltre continua a distribuire i nuovi episodi di altre serie molto longeve come Coronation Street, Eastenders, Emmerdale e Holby City. Presto dovrebbe anche arrivare una nuova produzione originale tratta dal romanzo NW della scrittrice Zadie Smith.

    5. FilmStruck

    Lanciato nel novembre 2016, FilmStruck era un servizio on demand dedicato al cinema indipendente, artistico e ai grandi classici della cinematografia di tutto il mondo. Il suo pubblico è sempre stato quello dei cinefili più incalliti, che potevano spaziare fra grandissimi titoli cult come Casablanca, Quarto potere, Cantando sotto la pioggia e molti altri. Inoltre a disposizione c’erano diversi speciali di approfondimenti curati da Criterion Collection, una rete di distribuzione di film impegnati.

    Nel novembre 2018, però, la casa che lo produceva, Warner, anche in vista della prossima apertura del suo proprio streaming WarnerMedia, ha deciso di chiudere la piattaforma. Alla notizia una petizione firmata da registi e attori come Paul Thomas Anderson, Damien Chazelle, Alfonso Cuarón, Guillermo del Toro, Leonardo DiCaprio e Barbra Streisand chiedeva di rivedere la decisione per non privare di un bacino di pellicole così di rilievo. La richiesta non venne ascoltata ma ciò non toglie che servizi simili non possano nascere in futuro anche in altri paesi.

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    MasterChef, conta più il percorso o il risultato del pressure test?

    MasterChef, conta più il percorso o il risultato del pressure test?


    Lo chef Bruno Barbieri dimostra una delle prove del pressure test (credit Sky)Più che una puntata di MasterChef sembrava una puntata di Sanremo, viste le polemiche e le proteste scoppiate sui social dopo il verdetto che i quattro giudici, Antonino...

    Lo chef Bruno Barbieri dimostra una delle prove del pressure test (credit Sky)

    Più che una puntata di MasterChef sembrava una puntata di Sanremo, viste le polemiche e le proteste scoppiate sui social dopo il verdetto che i quattro giudici, Antonino Cannavacciuolo, Joe Bastianich, Giorgio Locatelli e Bruno Barbieri, hanno espresso al termine del pressure test.
    A farne le spese il cowboy Gerry, che ha dovuto, quindi, lasciare il cooking show. Ma proprio al pressure test Gerry ha dovuto affrontare Alessandro, quello che a tutti gli effetti è diventato un “killer”, avendo fatto fuori, puntata dopo puntata, tutti i concorrenti con cui si è confrontato nello scontro finale.

    Ed è proprio per questo che nasce la protesta. Dall’inizio della stagione, Alessandro ha dovuto sempre affrontare il pressure test. Non solo non è mai stato tra i migliori, ma il fatto di aver preso parte ad ogni pressure test lo qualifica, sicuramente, tra i candidati più deboli di questa edizione.
    Eppure, nello scontro finale con Gerry, è riuscito per l’ennesima volta a salire in balconata eliminando l’avversario. Alessandro, durante le varie prove, ha mostrato in più occasioni le sue mancanze, a differenza di Gerry che spesso ha ricevuto i complimenti dei giudici. Cosa ha spinto i giudici a salvare Alessandro?
    Sui social non sono mancate le battute e le teorie complottiste.

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    Le proteste per l'uscita di Gerry


    Le proteste per l'uscita di Gerry
    Le proteste per l'uscita di Gerry
    Le proteste per l'uscita di Gerry
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    Le proteste per l'uscita di Gerry
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    Le proteste per l'uscita di Gerry
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    Le proteste per l'uscita di Gerry
    Le proteste per l'uscita di Gerry

    La verità è che, purtroppo, a MasterChef ogni piatto viene valutato singolarmente, non tenendo presente il percorso fatto dagli aspiranti chef.
    Pur avendo fatto, durante le varie puntate, molti più errori dei suoi avversari, nel momento del pressure test Alessandro è sempre riuscito a tirar fuori un piatto leggermente superiore agli altri, riuscendo così a salvarsi.

    A determinare l’uscita di Gerry è stata una frittura non all’altezza della prova. Il pressure test, infatti, prevedeva che i concorrenti dimostrassero di saper cucinare quattro tipi di frittura: tempura, pastella, infarinatura e impanatura. Sia Gerry che Alessandro hanno commesso dei gravi errori: il primo ha presentato una rana fritta con tutte le ossa, mentre il secondo ha servito una cervella fritta ma di fatto ancora cruda. Alessandro, però, si è salvato, in quanto è comunque riuscito a preparare la tempura a differenza di Gerry, che non ricordava come realizzare questo tipo di frittura.

    La prossima volta che Alessandro ride in faccia a Barbieri, se lo mangia… #MasterChefIt pic.twitter.com/uHK1LfEq8O

    — Il Merda (@ilmerda_) 14 febbraio 2019

    Si può valutare il valore di uno chef da un solo piatto? Probabilmente le regole di MasterChef andrebbero riviste, perché, come già accaduto anche nelle precedenti edizioni, può capitare che concorrenti eccellenti commettano un errore proprio al pressure test, mentre cuochi mediocri superino lo scontro finale magari per essere riusciti, pur con un piatto non buono, a rispondere in maniera più precisa alle richieste della prova.

    Indubbiamente il pressure test, lo scontro diretto ed il duello giovano all’aspetto televisivo, rendendo appassionante la sfida, ma vale la pena puntare tutto sullo show a discapito di una selezione magari meno avvincente, ma che punti maggiormente alla qualità degli aspiranti chef?

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