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    Addio al premio Nobel per la fisica Riccardo Giacconi


    (foto: Roberto Serra/Iguana Press/Getty Images)Dopo aver mostrato al mondo il cuore violento dell’Universo, è scomparso a San Diego, a 87 anni e due mesi di età, l’astrofisico Riccardo Giacconi, di origini italiane e naturalizzato statunitense. La...

    (foto: Roberto Serra/Iguana Press/Getty Images)

    Dopo aver mostrato al mondo il cuore violento dell’Universo, è scomparso a San Diego, a 87 anni e due mesi di età, l’astrofisico Riccardo Giacconi, di origini italiane e naturalizzato statunitense. La notizia è stata confermata, per primo, dall’Istituto nazionale di astrofisica (l’Inaf). Giacconi è noto soprattutto per aver vinto nel 2002, insieme a Raymond Davis Jr e Masatoshi Koshiba, il premio Nobel per la fisica, grazie ai suoi contributi pionieristici nel campo dell’astronomia basata sui raggi X. Le sue ricerche, che hanno attraversato un periodo di mezzo secolo, sono state infatti alla base della scoperta delle sorgenti cosmiche di raggi X.

    Nato a Genova nel 1931, Giacconi si era formato all’università Statale di Milano nella scuola di Giuseppe Occhialini, uno dei pionieri dello studio dei raggi gamma, intraprendendo fin da subito una carriera nella ricerca sui raggi cosmici. Dopo un primo trasferimento negli Stati Uniti nel 1956 all’università di Princeton, tre anni più tardi iniziò a studiare la radiazione X di origine cosmica presso l’American Science and Engineering (As&e) nel Massachusetts, sotto la guida di Bruno Rossi.

    Nel corso degli anni Sessanta, di fatto, Giacconi ha posto le basi per gli studi astronomici non filtrati dall’atmosfera terrestre, partendo dai primi piccoli rilevatori di quegli anni fino ai grandi telescopi spaziali. Tra le sue scoperte si ricordano quella di Scorpius X-1 nel 1962, la prima sorgente nota di raggi X non terrestre (che oggi sappiamo essere un sistema binario formato da una stella blu e una stella di neutroni). Persona estremamente carismatica, fu promotore dell’esplorazione spaziale in questa nuova finestra dello spettro elettromagnetico, riuscendo anche a convincere il governo statunitense a destinare fondi alla causa. Due anni più tardi, nel 1970, seguì personalmente il lancio del satellite Uhuru della Nasa, che ha inaugurato la stagione dell’esplorazione tramite raggi X del cielo profondo, ma soprattutto ha consentito la scoperta di oltre 300 corpi celesti che emettono raggi X.

    Questi oggetti estremi, i più energetici e violenti a oggi conosciuti, sono testimoni dei più intensi fenomeni cosmici – dalle nane bianche ai pulsar, fino ai buchi neri e alle stelle di neutroni – e rappresentano un campo di fondamentale interesse per la ricerca, dato che non possono essere ricreati qui sulla Terra.

    Tra le altre cose, Giacconi è stato anche direttore dell’Harvard Smithsonian Center for Astrophysics (lavorando sul cosiddetto Osservatorio Einstein), professore di fisica e astronomia all’università Johns Hopkins e direttore generale dello European Southern Observatory (Eso) dal 1993 al 1999.

    (Foto: Wikimedia Commons)

    Ottenuta nel frattempo la cittadinanza statunitense, mantenendo comunque anche quella italiana, Giacconi ha anche partecipato alla progettazione del telescopio Chandra X-ray Observatory della Nasa, il primo a raggi X a essere lanciato nello Spazio (era il 1999). Le sue ricerche si concentrarono anche nello sviluppo di sistemi ottici ad hoc e di soluzioni per la focalizzazione dei raggi X. Oltre al Nobel del 2002, tutto ciò gli era valso l’assegnazione della medaglia Wolf per la fisica già nel 1987.

    A lui è dedicato anche un asteroide della fascia principale, 3371 Giacconi. Qui sotto, una sua video-intervista registrata nel 2012.

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    Ghost in the Shell, in arrivo nel 2020 un nuovo anime

    Ghost in the Shell, in arrivo nel 2020 un nuovo anime


    Quella di Ghost in the Shell è una franchise che ha superato i trent’anni di longevità: i fumetti che hanno originato la saga, creati da Masamune Shirow, risalgono al 1989 ma di seguito sono venuti diversi adattamenti, anche se il più famoso (ma...

    Quella di Ghost in the Shell è una franchise che ha superato i trent’anni di longevità: i fumetti che hanno originato la saga, creati da Masamune Shirow, risalgono al 1989 ma di seguito sono venuti diversi adattamenti, anche se il più famoso (ma anche criticato) per il pubblico occidentale è il film live-action americano del 2017. I fan della serie hanno protestato con convinzione, accusando la produzione di white-washing, quando è stato annunciato che la protagonista sarebbe stata interpretata da Scarlett Johansson. Molti di loro potranno però rifarsi visto che è stato annunciato l’arrivo di un nuovo anime ispirato al medesimo universo narrativo.

    Con un messaggio su Twitter, infatti, Netflix ha ufficializzato la produzione di un anime intitolato Ghost in the Shell: Sac_2045, che arriverà sulla piattaforma di streaming nel 2020 (non è ancora chiaro se si tratterà di una serie o di un film). A occuparsi del progetto saranno due veterani dell’animazione nipponica come Shinji Aramaki (Appleseed) e Kenji Kamiyama (Ghost in the Shell: Stand Alone Complex). Lo spunto della storia dovrebbe essere il medesimo, ovvero un mondo futuristico in cui vengono creati dei corpi perfetti e infallibili grazie alle integrazioni cibernetiche, di cui è oggetto anche la protagonista della storia, il maggiore Mira Killian.

    L’annuncio è solo uno degli ultimi progetti che in questo ultimo periodo Netflix ha messo in cantiere per quanto riguarda l’infoltimento del suo catalogo di anime. Dopo uscite come Devilman Crybaby e B: The Beginning, nel 2019 arriveranno anche le nuove versioni remake de I Cavalieri dello Zodiaco (di cui è uscito un controverso teaser), Ultraman e Neon Genesis Evangelion, oltre a prodotti inediti come Rilakkuma and Kaoru e 7Seeds.

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    Le straordinarie foto dell’aurora boreale a Kirkjufell, Islanda

    Le straordinarie foto dell’aurora boreale a Kirkjufell, Islanda


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    L’aurora polare, spesso denominata aurora boreale o australe, è un fenomeno ottico dell’atmosfera terrestre caratterizzato da bande luminose rapidamente mutevoli, tipicamente di colore rosso-verde-azzurro, detti archi aurorali.

    Il fenomeno è causato dall’interazione di particelle cariche, elettroni di origine solare, con la ionosfera terrestre: queste particelle eccitano gli atomi dell’atmosfera che, diseccitandosi, in seguito, emettono luce. Le aurore sono visibili a occhio nudo in due ristrette fasce attorno ai poli magnetici della Terra, dette ovali aurorali.

    La stagione migliore per osservarle è quella invernale nel nostro emisfero, e proprio dall’Islanda arrivano le suggestive immagini di un imponente fenomeno verificatosi negli scorsi giorni, per la precisione a Kirkjufell. Potete goderne lo spettacolo sfogliando le immagini della nostra gallery qui in alto.

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    I 6 eventi più condivisi su Facebook nel 2018


    (Immagine: geralt/pixabay/CC)Mentre Facebook affronta una coda di 2018 tra le più negative della sua storia, impantanato com’è negli scandali legati all’uso dei dati dei suoi utenti, il social network fa anche il bilancio delle attività e dei...

    (Immagine: geralt/pixabay/CC)

    Mentre Facebook affronta una coda di 2018 tra le più negative della sua storia, impantanato com’è negli scandali legati all’uso dei dati dei suoi utenti, il social network fa anche il bilancio delle attività e dei contenuti più condivisi. La giornata internazionale della donna dell’8 marzo è stato l’avvenimento che, per il secondo anno di fila, ha registrato più interazioni tra gli utenti sul social.

    Il movimento March For Our Lives a seguito della strage di Parkland, in Florida, ha smosso l’intera community della piattaforma, mobilitando più di un milione di persone e raccogliendo 2,5 milioni di dollari tramite Facebook Fundraisers.

    Anche gli avvenimenti sportivi sono stati molto seguiti. La Coppa del mondo ha visto 383 milioni di tifosi usare il social come strumento per sostenere le loro squadre attraverso 2,3 miliardi di post. Nonostante l’Italia fosse assente, finale e semifinale sono stati i due eventi più seguiti su Facebook anche lungo lo Stivale. I Philadelphia Eagles che, sconfiggendo Tom Brady e i suoi Patriots, hanno messo le mani per la prima volta sull’ambito trofeo Lombardi del 52esimo Superbowl, hanno invitato più di 62 milioni di persone a postare le loro emozioni e reazioni su Facebook dopo la finale di football negli Stati Uniti.

    Anche il secondo royal wedding della casa reale inglese, tra il principe Harry e Meghan Markle, e il centenario di Nelson Mandela sono tra gli eventi più condivisi sul social network.

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    Nio, la Tesla cinese che punta sui servizi

    Nio, la Tesla cinese che punta sui servizi


    Le auto elettriche di NioFlagship Nio a PechinoNio EP9Nio EP9Nio EP9 interniNio EP9 fariNio ES8Nio ES8 interniNio ES8 designNio NomiNio EveIl cielo azzurro nelle grandi metropoli cinesi, soprattutto nel rigido inverno o nelle torride estati, è un evento...

    Le auto elettriche di NioFlagship Nio a PechinoNio EP9Nio EP9Nio EP9 interniNio EP9 fariNio ES8Nio ES8 interniNio ES8 designNio NomiNio Eve

    Il cielo azzurro nelle grandi metropoli cinesi, soprattutto nel rigido inverno o nelle torride estati, è un evento che i cittadini ammirano quasi come noi un’eclisse lunare. Li Bin – alias Wiliam Li – ha deciso di provare a garantire ai propri figli un futuro con meno aria gialla partendo da uno dei principali fautori dell’inquinamento ossia le automobili. E non a caso il nome cinese della società nota come Nio è Weilai, che si traduce come “cielo azzurro imminente”.

    Abbiamo visitato il negozio Nio a Pechino per scoprire da vicino non soltanto le vetture, ma anche tutte le tecnologie montate a bordo (e ce ne sono davvero tantissime), i servizi collaterali (altrettanto numerosi) e come è nato questo progetto diventato già internazionale. In tutta la luminosa e innovativa filosofia, tuttavia, non manca qualche zona d’ombra.

    Tra gli investitori che hanno appoggiato l’idea di Li Bin si annoverano praticamente tutti i colossi e conglomerati locali come Tencent (WeChat ma non solo) e Baidu (impropriamente detto il Google cinese) ma anche importanti fondi esteri come gli americani di Sequoia e Temasek di Singapore. C’è stato l’appoggio economico e tecnologico di Mobileye NV leader del settore nella guida assistita, di Novelis Inc. che produce alluminio, Robert Bosch per i componenti e non da ultimo Amperex che è il primo produttore di batterie al mondo.

    Su tutti, si deve però citare il contributo di Lenovo che ha investito in Nio e che si è occupata della parte legata alla connessione smart. Questa realtà fa parte di un programma di investimenti (affiancato da un incubatore interno) per cercare il cosiddetto “next big” ossia il prossimo ambito pronto a fare il botto. E le società appoggiate coprono diversi segmenti dal bike sharing (con MoBike che è presente anche da noi) ai sistemi di pagamento facciale sicuro fino agli e-commerce per cibo di qualità e così via. Nio è naturalmente una delle punte di diamante visto che fa da connubio tra investimento e applicazione di tutta una serie di tecnologie sulle quali Lenovo punta molto come connettività, intelligenza artificiale, smart transportation, big data, Internet delle Cose, ecc…

    La hypercar elettrica Nio EP9

    Prodotte da Anhui Jianghuai Automobile Group Corp. alias JAC presso lo stabilimento di Hefei, per ora nel catalogo si annoverano la supercar elettrica EP9 e i due suv ES8 e ES6 con una sedan in arrivo prossimamente (la ET7 nel 2020). C’è poi un concept di auto a guida autonoma chiamata Eve che è completamente controllata dalle tecnologie di casa a partire dall’assistente intelligente Nomi, spazi interni adattabili con i sedili posteriori tipo business class sugli aerei e il tetto che è tutto un vetro panoramico.

    EP9 deriva dall’esperienza nella Formula-E dove Nio è presente sin da 2014-15 (Nelson Piquet Jr. vinse il titolo piloti e due gare). Propulsori e trasmissioni interessano ogni ruota per un totale di 1341 cavalli, la coppia complessiva è di 6334Nm a 7500rpm, la batteria ha un’autonomia di 427 km (ricaricabile in modo ultrarapido in 45 minuti), telaio e carrozzeria sono in fibra di carbonio per un peso totale di 1735 kg (635 kg solo di batterie al litio). Le performance sono notevoli: da 0 a 100 km/h in 2,7 secondi, fino a 200 km/h in 7,1 e a 300 km/h in 15,9 fino a raggiungere una velocità massima di 313 km/h.

    Genera una spinta laterale in curva di 2.53G a 230 km/h e longitudinale durante la frenata di 3.30G. Il carico aerodinamico verticale è di 2.440 kg a 240 km/h, il doppio di quello di una Formula 1. Basti citare il record sul giro al Nürburgring superando vetture come Lamborghini Huracán Performante e Porsche 918 Spyder. All’interno della EP9 ci sono quattro schermi: guidatore, centrale, passeggero e sul volante. Il costo è di circa 1 milione e mezzo di euro.

    I Suv elettrici ES8 e ES6

    Se EP9 è una hypercar non certo pensata per l’uso quotidiano, ES8 e ES6 sono due Suv dalle prestazioni sportive, ma pensate principalmente per l’utilizzo cittadino. Il secondo modello ha due posti in meno del primo (5 vs 7), tutte e due presentano cinque porte e caratteristiche tecnologiche simili con batterie al litio che possono essere ricaricate in modo tradizionale, veloce e che possono essere anche sostituite velocemente (vedi sotto), carrozzeria in alluminio aeronautico, trazione integrale e batteria che per ES8 arriva fino a 500 km di autonomia e va da 0-100 km/h in 4,4 secondi mentre la coppia è di 840Nm con 653 cavalli di potenza. Anche qui ci sono ampi schermi all’interno, con uno per il guidatore e l’altro nella plancia centrale.

    I punti forti sono naturalmente quelli delle tecnologie interne a partire dall’assistente intelligente chiamato Nomi con la quale – ha una voce femminile – dialogare per le impostazioni e configurazioni interne, per il navigatore e per qualsiasi altra informazione essendo sempre connessa da una sim integrata in vettura. Simpatica la rappresentazione con i due occhi stile cartoon che appaiono su una cupolina all’interno dell’abitacolo e che guardano in direzione di chi sta parlando. Si trovano poi gli immancabili i sistemi on-board proprietari per l’assistenza alla guida (nel traffico e in autostrada) e per evitare pericoli e ostacoli con la frenata automatica. Ci sono 23 sensori a bordo, compresa la videocamera trifocale anteriore, quattro sui lati, cinque radar e dodici componenti ultrasonici. Completano il tutto, il purificatore d’aria (che in Cina è necessario), eventuali interni di pelle Nappa e un sistema sonoro piuttosto potente. I prezzi partono da circa 57000 euro. Si può installare a casa la Nio Power Home per la ricarica tradizionale.

    Tutti i possessori di auto Nio usano l’app anche per accumulare punti – che si ottengono sfruttando l’assistente vocale, guidando e così via – che possono essere spesi per servizi accessori. Inoltre, il negozio a Pechino organizza eventi come corsi di pittura, ha una bibioteca e una sorta di asilo, pagabili con i punti suddetti.

    Energia pulita?

    Nio ha pensato a diversi servizi collaterali per i propri consumatori. Tra i più interessanti c’è Nio Power che si basa su Nio Cloud ossia la piattaforma sulle nuvole sempre connessa che passa attraverso l’app di casa e che comunica con la vettura. Se ci si trova senza più batteria si può essere localizzati e assisiti con la possibilità di sostituire la batteria scarica con una carica in appena tre minuti e con un’autonomia di 355 km. Inoltre, ci sono furgoni di rapida assistenza che raggiungono l’utente in difficoltà (naturalmente in ambienti metropolitani, nella provincia dello Qinghai sull’altopiano tibetano è un po’ più complicato). Ci sono poi piani per la ricarica a domicilio e per l’upgrade delle batterie stesse. Entro il 2020 Nio conta di installare oltre 1000 Swap Station per il cambio batteria e a sguinzagliare 1200 furgoni. L’abbonamento mensile per questi servizi è di circa 165 euro.

    Capillarmente diffuse in giro per la città ci sono torrette per la ricarica ultrarapida, ma non è ancora chiaro se l’energia proviene da fonti rinnovabili (il che renderebbe il tutto più coerente con la filosofia iniziale dei cieli azzurri). Siamo ancora in attesa della risposta a questa domanda avanzata durante la visita al flagship store. Ricordiamo peraltro che se è vero che la Cina produce energia pulita più di tutti gli altri paesi è però anche il paese che emette più Co2 ed è ancora troppo legata al consumo di combustibili fossili, con le grandi centrali energetiche rinnovabili spesso in zone rurali e bypassate da quelle “antiche” più vicine ai grandi centri.

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    #Sharenotshame, un hashtag per condividere e raccontarsi

    #Sharenotshame, un hashtag per condividere e raccontarsi


    Grazie alla rete, e ai social, oggi si condividono tantissime cose. Ma è ancora complicato, soprattutto per i più giovani, aprirsi per davvero e rivelare un dolore, una ferita o un episodio che ha provocato senso di esclusione e dispiacere. Vergognarsi...

    Grazie alla rete, e ai social, oggi si condividono tantissime cose. Ma è ancora complicato, soprattutto per i più giovani, aprirsi per davvero e rivelare un dolore, una ferita o un episodio che ha provocato senso di esclusione e dispiacere. Vergognarsi non è la via, meglio mettersi in gioco o ascoltare chi ce l’ha già fatta. Ecco perché Experience Is, il primo brand completamente digital lanciato da Condé Nast Italia, ha deciso di lanciare #Sharenotshame, un hashtag che vuole risuonare online e diventare un vero e proprio inno per abbattere la negatività.

    #Sharenotshame è un invito a raccontarsi o ad ascoltare. In entrambi i casi, infatti, si scatena un effetto virtuoso: aprendosi e confrontandosi, le ferite possono chiudersi prima. E, dopotutto, non ha senso vergognarsi o sentirsi unici per i motivi sbagliati, perché molte esperienze, anche negative, sono più trasversali e comuni di quanto si pensi.

    A supportare #Sharenotshame scende anche in campo una squadra di testimonial molto amati dal grande pubblico e in particolare dalla generazione Z: l’attore e conduttore radiofonico Guglielmo Scilla, la youtuber Elisa Maino, i cantanti Elodie, Stash, Gué Pequeno, l’influencer digitale Sofia Dalle Rive. Hanno deciso di abbracciare il progetto di Experience Is e di raccontare in prima persona un episodio che li ha fatti sentire esclusi o giudicati.

    I testimonial racconterano la propria storia attraverso sei video che saranno  pubblicati sugli account di Experience Is, anticipati da un video teaser: il primo a prendere parola sarà Guglielmo Scilla l’11 dicembre poi tutti gli altri a seguire, in rapida successione, uno al giorno (nell’ordine Elodie, Gué Pequeno, Elisa Maino, Stash, Sofia Dalle Rive). Ma l’iniziativa #Sharenotshame è rivolta al pubblico che potrà a sua volta raccontarsi, pubblicamente sui social attraverso l’hashtag o sul sito di Experience Is in forma anonima.

    Metterci la faccia è un plus, ma l’importante è aprirsi. Inoltre, sei storie fra tutte quelle pervenute saranno condivise sugli account di Experience Is. È tempo quindi di #Sharenotshame e di abbracciare un progetto che continuerà anche nel 2019, superando la dimensione digitale e approdando nella vita di tutti i giorni, in questi contesti, comprese le scuole e l’università, dove moltissimi altri potranno aggregarsi al racconto.

    Un’iniziativa promossa anche per ricalibrare la qualità del dibattito in rete, proprio quel contesto dove troppo spesso offendere, denigrare e schernire diventa una consuetudine che non può essere accettata.

     

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    Più del 50% della popolazione mondiale ha accesso a internet

    Più del 50% della popolazione mondiale ha accesso a internet


    Il traguardo è stato tagliato. Secondo le stime dell’International telecoms union (Itu), associazione che riunisce le aziende di telecomunicazioni, più di metà della popolazione mondiale è collegata a internet. Per la precisione entro la fine del...

    Il traguardo è stato tagliato. Secondo le stime dell’International telecoms union (Itu), associazione che riunisce le aziende di telecomunicazioni, più di metà della popolazione mondiale è collegata a internet. Per la precisione entro la fine del 2018 il 51,2% della popolazione sulla Terra, pari a circa 3,9 miliardi di persone, avrà accesso alla rete.

    “Le nuove stime del 2018 rivelano che continua a esserci una generale tendenza al rialzo nell’accesso e nell’uso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione”, afferma Brahima Sanou, direttore dell’ufficio sviluppo telecomunicazioni dell’Itu. “L’accesso alle reti di telecomunicazione continua ad aumentare, in particolare attraverso le connessioni mobili”, ha poi continuato sottolineando l’importanza di questo tipo di connessione.

    Le stime dell’Itu mostrano come nei paesi sviluppati la percentuale di popolazione che utilizza internet sia passata dal 51,3% nel 2005 all’attuale 80,9%. Nei paesi in via di sviluppo la crescita è stata molto più marcata in quanto il dato di partenza relativo al 2005 è del 7,7%. Alla fine del 2018 si stima che raggiungerà il 45,3%.

    La crescita maggiore è stata registrata in Africa, dove la percentuale degli utenti di internet è salita dal 2,1% del 2005 al 24,5% del 2018. Europa edAmeriche sono state le regioni con il più basso tasso di crescita percentuale.

    L’accesso ai servizi internet via mobile ha contribuito a spingere le connessioni e, mentre gli abbonamenti ai telefoni fissi continuano a diminuire, con un tasso di penetrazione del 12,4% nel 2018, il numero di abbonamenti cellulari è addirittura superiore alla popolazione globale.

    Un altro dato interessante riguarda le famiglie. L’Itu ha stimato che quasi il 60% delle famiglie abbia accesso a internet in casa, contro il 20% del 2005.

    Per Zhao Houlin, segretario generale dell’Itu, “tuttavia, troppe persone in tutto il mondo stanno ancora aspettando di sfruttare i vantaggi dell’economia digitale. Dobbiamo incoraggiare maggiori investimenti da parte del pubblico e i settori privati e creare un buon ambiente per attirare investimenti e sostenere la tecnologia e l’innovazione del business in modo che la rivoluzione digitale non lasci nessuno in linea”. La stessa Web Foundation  (fondata dal papà di internet Tim Berners-Lee) stima che la diffusione di internet proceda più lenta. E lasci ancora fuori intere fasce della popolazione, come poveri e donne.

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    Honor View 20, fotocamera da 48 Mpixel, tutto schermo e molto altro


    (Foto: Honor)Sarà della cinese Honor uno dei telefoni più interessanti di inizio 2019. La casa orientale figlia del colosso Huawei l’ha svelato a Hong Kong nella giornata di oggi: si chiama Honor View 20, è il successore del modello View 10 uscito...

    (Foto: Honor)

    Sarà della cinese Honor uno dei telefoni più interessanti di inizio 2019. La casa orientale figlia del colosso Huawei l’ha svelato a Hong Kong nella giornata di oggi: si chiama Honor View 20, è il successore del modello View 10 uscito nel 2017 e al suo interno accoglie una serie di tecnologie ancora inedite (o quasi) nel panorama smartphone.

    Innanzitutto il comparto fotografico è mosso da una fotocamera posteriore con sensore da ben 48 Mpixel, una unità costruita da Sony ma che lo stesso produttore giapponese non ha ancora utilizzato direttamente. Fino a poche ore fa sembrava che potesse essere Xiaomi il primo produttore a portare sul mercato un telefono con un sensore di tali proporzioni, ma salvo ulteriori colpi di scena ora sembra che in pole position ci sia proprio Honor.

    Hands on with the Honor View20. The selfie hole is *tiny*. pic.twitter.com/HX5c3p0G8k

    — Matthew Hughes (@matthewhughes) 10 dicembre 2018

    Altra novità è il display in 18:9, che — fatto salvo per una minuscola cornice inferiore — sarà completamente privo di bordi. La fotocamera anteriore troverà posto dietro a un foro dal diametro di 4,5 millimetri intagliato direttamente nel display, accomunando Honor View 20 al Samsung Galaxy A8s annunciato in queste ore e ad altre numerose soluzioni in uscita nelle prossime settimane e tutte ansiose di vedere la luce prima delle avversarie. Meno spettacolare ma ugualmente interessante è la funzione Link Turbo, che permette di unire l’ampiezza di banda a disposizione della connessione cellulare a quella di una eventuale connessione wifi per raggiungere velocità di downaload e upload ancora più elevate. Tutto è coordinato dal processore Kirin 980 che ha debuttato poche settimane fa sull’ultimo prodotto di punta della casa madre Huawei — ovvero lo smartphone Mate 20 Pro — per un telefono che promette di aprire l’anno col botto.

    (Foto: Honor)

    In effetti Honor non ha ancora tenuto un vero e proprio evento di lancio per il telefono, ma ha solo anticipato alcune delle tecnologie che lo renderanno unico. Il resto dei dettagli verrà diffuso il 26 dicembre in Cina, mentre da noi il telefono arriverà all’inizio dell’anno prossimo: la presentazione europea è fissata per il 22 gennaio a Parigi.


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    這就是 Honor 的 All-View Display 挖孔全螢幕設計,將會在本月 26 日發表的 V20 手機上出現!

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    Cavalieri dello Zodiaco, perché Andromeda donna è sessista

    Cavalieri dello Zodiaco, perché Andromeda donna è sessista


    Quando Netflix ha annunciato che avrebbe prodotto una nuova serie dei Cavalieri dello Zodiaco (Saint Seiya) in collaborazione con Toei Animation, i fan di tutto il mondo sono entrati in fibrillazione. Tra esperimenti più o meno riusciti, il franchise è...

    Quando Netflix ha annunciato che avrebbe prodotto una nuova serie dei Cavalieri dello Zodiaco (Saint Seiya) in collaborazione con Toei Animation, i fan di tutto il mondo sono entrati in fibrillazione. Tra esperimenti più o meno riusciti, il franchise è stato più volte revitalizzato dal 1990 (anno di conclusione sia del manga di Masami Kurumada, sia della serie tv classica), quindi se la notizia ha colto di sorpresa i nostalgici e i fan occasionali, la stessa cosa non si può dire degli affezionati, per cui questa aggiunta era, appunto, solo l’ennesima aggiunta. Tuttavia il nome di Netflix, unito all’accoglienza molto positiva ricevuta da Devilman Crybaby, inizialmente ha lasciato ben sperare. Poi, la notizia che la serie sarebbe stata in computer graphic. Poi, l’annuncio di una forte componente americana nel team creativo, la qual cosa ha subito scatenato tristi echi degli scalcinati Death Note e Ghost in the Shell. Poi, ieri, un primo trailer deludente per la cgi non all’altezza, e controverso per un cambiamento di fondo alla storia originale: Andromeda è diventato una donna.

    Tra i cinque protagonisti, Shun di Andromeda è quello con l’armatura rosa, dal colore caratteristico della galassia di Andromeda. Androgino nell’aspetto e gentile col suo prossimo, Andromeda è caratterizzato dal suo essere eticamente contrario alla violenza, e nel momento in cui è costretto a usarla il suo approccio è vicino alla filosofia del bushidō: combatte, ma senza la volontà di combattere. Per questa ragione, Shun è anche utilizzato come esca narrativa per attirare sulla scena il fratello maggiore, il potente Ikki di Phoenix, che interviene in sua difesa e ci va meno per il sottile.

    Come ci racconta anche Zerocalcare nel suo fumetto sui Cavalieri, l’importanza del personaggio di Andromeda stava proprio nel non corrispondere ai modelli di mascolinità normalmente proposti in altre serie simili. A onor del vero, I Cavalieri dello Zodiaco vanta un’infinità di personaggi maschili molto diversi tra loro, e alcuni di questi presentano tratti solitamente associati al femminile, come per esempio l’emotività di Cristal (Hyoga di Cygnus). Tuttavia, nel suo insieme, Andromeda è di certo il personaggio che incarna pienamente questo merito, e nonostante nel nostro Paese sia da trent’anni oggetto di battutine varie, in Giappone è tra i più amati e popolari della saga.

    Questa premessa è necessaria per capire quale sia la controversia dietro il suo cambio di sesso. Infatti, dopo le prime reazioni negative del pubblico di tutto il mondo, lo sceneggiatore Eugene Son si è spiegato così sul suo Twitter:

    “La responsabilità è mia. Quando abbiamo iniziato a sviluppare questa nuova versione, volevamo cambiare molto poco. I punti cardine di Saint Seiya fanno sì che sia così amato, e sono forti. La maggior parte regge bene anche dopo trent’anni. Però una cosa mi preoccupava: i Cavalieri di bronzo al fianco di Seiya Pegasus sono tutti maschi. La serie ha sempre avuto dei personaggi femminili fantastici, forti e dinamici, e ciò si riflette nell’enorme numero di donne appassionate al manga e all’anime di Saint Seiya. Ma trent’anni fa non era un grosso problema che in un gruppo di ragazzi intenti a salvare il mondo non ci fossero ragazze. Oggi il mondo è diverso. È  normale che ragazzi e ragazze lavorino fianco a fianco. Giusto o sbagliato, il pubblico avrebbe visto un gruppo di soli uomini come una dichiarazione di intenti.”

    E ancora:

    “Non volevo creare un nuovo personaggio femminile che risaltasse perché innaturale, specie se la sua personalità fosse stata quella di ‘essere la ragazza’. Poi abbiamo discusso di Andromeda. Siamo tutti d’accordo – è un personaggio grandioso. Quindi, se l’originale era ‘Andromeda Shun’, perché non interpretarlo come ‘Andromeda Shaun’?”

    Un discorso, quello di Son, in linea di massima perfettamente condivisibile, se non fosse per il fatto che, dovendo scegliere quale personaggio trasformare, la scelta sia ricaduta ovviamente su quello che più si allontana dallo stereotipo maschile, e che così facendo viene “corretto” alla sua “vera natura femminile”. D’altra parte, non è un mistero che Andromeda sia stato adottato sia come riferimento dalla comunità lgbt, sia come beniamino dalle fan del Boy’s Love, cioè il genere di fumetto giapponese che racconta storie d’amore tra ragazzi, ma scritte da e per ragazze. È quindi molto difficile non sentire questa decisione come uno schiaffo, consapevole o no.

    Il problema principale, però, è che come donna Shun si trasforma immediatamente nello stereotipo femminile dal quale disperatamente stiamo cercando di fuggire: bella, aggraziata, vestita di rosa, facile alla lacrima, dolce e gentile, contraria alla violenza. Insomma, in qualunque modo la si guardi, questo cambiamento appare incredibilmente più retrogrado dell’originale. Che, se ci pensate, è così assurdo da costituire di per sé un merito. A questo punto, non sarebbe stato più coraggioso e innovativo scegliere Phoenix, per trasformarlo in un donna?

    In risposta a un fan che gli ha fatto notare che Shaun sarebbe diventata la classica damigella in pericolo, Son ha risposto che Shaun non verrà affatto salvata, che sarà un “personaggio femminile forte”, e infatti nel trailer la vediamo sicura di sé e un po’ imbronciata. Una notizia se possibile ancora peggiore, sia perché un personaggio simile toglierebbe parte d’interesse alla dinamica del gruppo, sia perché siamo stanchi di “personaggi femminili forti” scialbi, la cui sola caratterizzazione è quella di essere “tipe toste”.
    È per questo che stiamo rinunciando a una tanto efficace rappresentazione alternativa del maschile?

    Curiosamente, proprio oggi andrà in onda in Giappone l’atteso Saint Seiya – Saintia Sho, uno spin-off che racconta la storia classica dei Cavalieri dal punto di vista delle ancelle di Atena, una casta di guerriere fedeli alla dea che agiscono all’ombra della storia principale. Nonostante i primi dubbi, il manga di Saintia Sho si è rivelato un prodotto molto valido, capace di inserire nuovi elementi nella mitologia della serie senza snaturarla, e di rievocarne le atmosfere pur innovandole. Il design della serie, così vicino a quello classico, è un colpo al cuore.

    Son ha perfettamente ragione quando parla della necessità di aggiornarsi. Le critiche per l’inclusione di donne, etnie, orientamenti sessuali, sono sterili e ottuse, quando si parla per esempio dei seguiti delle grandi saghe (Star Wars in primis). Per i reboot è diverso, e non solo per il fattore abitudine, che ci rende restii al cambiamento. Lo è perché, banalmente, quando una storia funziona è perché tutti i suoi elementi sono incastrati alla perfezione, e modificarli rischia quasi certamente di causare un domino interno che finisce per depotenziarle. È questo il motivo per cui servirebbero nuove storie, nuovi immaginari, nuove mitologie. Perché di questo passo causeremo il collasso di quelli che già ci sono, e già amiamo.

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    Game of Thrones, chi ha più chance di sopravvivere secondo la scienza

    Game of Thrones, chi ha più chance di sopravvivere secondo la scienza


    Con oltre la metà dei personaggi deceduti nel corso delle sette stagioni, predire chi riuscirà a sopravvivere e magari a conquistare lo scomodo trono di spade nella fortunatissima serie tv Game of Thrones sembra impossibile. Eppure qualche indizio...

    Con oltre la metà dei personaggi deceduti nel corso delle sette stagioni, predire chi riuscirà a sopravvivere e magari a conquistare lo scomodo trono di spade nella fortunatissima serie tv Game of Thrones sembra impossibile. Eppure qualche indizio potrebbe fornirlo la scienza. Reidar Lystad e Benjamin Brown, epidemiologi dell’Australian Institute of Health Innovation alla Macquarie University di Sydney (e fan sfegatati della fiction), tra il serio (qui l’articolo su Injury Epidemiology) e il faceto, hanno incrociato dati anagrafici, status sociale e eventuali cause della morte di 330 personaggi ricavando qualche spunto su quale possa essere la strategia migliore per scampare alla morte nel crudele mondo di Westeros.

    Attenzione: da qui inizia il rischio spoiler.

    L’epidemiologia di Game of Thrones
    Lystad e Brown non sono stati i primi scienziati a dedicare un lavoro scientifico alla serie tv ispirata alla (incompiuta) saga letteraria di George R.R Martin. C’è stato uno studio nel 2016 che ha cercato di identificare il corrispettivo nel mondo reale del morbo grigio, una misteriosa e mortale malattia della pelle. E altre ricerche hanno invece indagato le tecniche di combattimento e quale veleno sia stato usato per uccidere Joffrey. È la prima volta però che qualcuno analizza a fondo una delle caratteristiche che più identificano la serie: l’elevato tasso di morte.

    I ricercatori australiani hanno scoperto che il rischio di perdere la vita per ciascun personaggio è davvero molto alto. Su 330 personaggi coinvolti nelle osservazioni, infatti, 186 sono deceduti nel corso dei 67 episodi. Per la precisione la probabilità di morire entro un’ora dalla prima apparizione sullo schermo è di circa il 14%, mentre il tempo medio di sopravvivenza è di 28 ore e 48 minuti. Inoltre l’80% dei decessi avviene a Westeros e non sul campo di battaglia, anche se le cause di morte più comuni sono lesioni di vario tipo (74% circa), in particolare alla testa e al collo (si contano ben 13 decapitazioni). Seguono morti sul rogo (12% circa) e avvelenamenti (5% circa). Solo due invece i decessi naturali (Maestro Aemon e la Vecchia Nan, entrambi morti di vecchiaia).

    La donna è mobile
    Incrociando per ciascun personaggio i dati sulla sopravvivenza e su eventuali circostanze della morte con le informazioni sullo status sociale, il sesso, l’occupazione, la fede religiosa, la lealtà e altro ancora, Lystad e Brown hanno tracciato il profilo di chi tra i vari protagonisti ha le maggiori chance di sopravvivere nelle trame di Game of Thrones. Essere una nobildonna volubile – in termini di alleanze, si intende – costituisce un vantaggio. Un esempio? Sansa Stark, che, dipinta inizialmente come un’ingenua, superficiale, viziata donzella, si dimostra capace di adattarsi alle situazioni peggiori e portare a casa la pelle – e anche qualcosa di più – proprio grazie alla scelta di cambiare alleanze e a una certa flessibilità morale. A differenza di alcuni suoi integerrimi (e morti) parenti maschi.

    Non solo donne comunque. Astuzia e lealtà alla convenienza sono state le regole di vita di Ditocorto, mentre la fortuna di Tyrion Lannister, almeno secondo i ricercatori, risiede, oltre che nel suo acume, anche nella decisione di smarcarsi in modo netto dalla sua famiglia e unirsi a Daenerys Targaryen.

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    Gilet gialli d’Italia: chi sta coi manifestanti francesi qui da noi

    Gilet gialli d’Italia: chi sta coi manifestanti francesi qui da noi


    Mentre tutto il mondo si interroga sulla natura delle proposte dei gilet gialli e sull’opportunità di appoggiare la protesta che da settimane infiamma le strade di Parigi, una parte della politica italiana sembra avere le idee piuttosto chiare. A...

    Mentre tutto il mondo si interroga sulla natura delle proposte dei gilet gialli e sull’opportunità di appoggiare la protesta che da settimane infiamma le strade di Parigi, una parte della politica italiana sembra avere le idee piuttosto chiare. A partire dal Coordinamento nazionale dei gilet gialli Italia, un movimento nato su una piattaforma molto simile all’originale francese, che vanta già le simpatie dell’ex generale Antonio Pappalardo e dell’esule a 5 Stelle Ivan Della Valle. Ma fuori dal coordinamento non sono poche le personalità ad aver preso una posizione più o meno favorevole al movimento dei manifestanti francesi.

    Casapound e Potere al popolo
    Nel weekend si è scatenata una polemica sul web nei confronti della pagina Hipster Democratici, per un suo meme che rappresentava Casapound e Potere al Popolo come i personaggi della serie televisiva Bojack Horseman, nella famosa scena del “crossover episode“. Per uno strano rincorrersi di circostanze, infatti, i due partiti italiani sabato erano contemporaneamente presenti alla grande manifestazione di Parigi per sostenere le istanze dei gilet gialli, scatenando l’ironia della popolare pagina Facebook.

    I movimentisti a 5 Stelle
    Nei giorni precedenti un autorevole endorsement alla protesta era arrivato da Beppe Grillo, che al Fatto Quotidiano aveva confidato di considerare molto vicine le istanze dei francesi a quelle del Movimento 5 stelle. “I gilet gialli” – aveva detto il comico – “hanno venti punti di programma, non parlano solo di tasse, vogliono il reddito di cittadinanza, pensioni più alte. Tutti temi che abbiamo lanciato noi”. A fargli eco, a stretto giro, ci ha pensato Alessandro Di Battista con un post Facebook in cui considera “sacrosante” le proteste di piazza nei confronti di quella che definisce “stramaledettissima globalizzazione“, incitando proprio i suoi compagni di partito a dare il massimo supporto a “questo movimento di cittadini francesi che chiede diritti, salari giusti, la fine dell’impero delle privatizzazioni e il controllo della finanza da parte degli stati“.

    Gli altri
    A comprendere le ragioni – ma non le modalità, si precisa – della protesta c’è anche il centrosinistra, con Paolo Gentiloni che su Twitter parla di “forgotten men contro uomo di Davos, somewhere contro nowhere, le elites arroganti“, ma che non condivide le devastazioni, schierandosi con la polizia. Meno netto è Matteo Salvini, che pur condannando le violenze riconosce le radici del disagio sociale, riferendosi ai gilet gialli come a “dimenticati, migliaia di persone perbene che sono state massacrate dal governo francese” nel corso della trasmissione Mezz’ora in più di Lucia Annunziata.

    A vario titolo, hanno dimostrato simpatie per le recriminazioni anti-Macron anche Gianluigi Paragone – ex giornalista ed oggi parlamentare pentastellato – che con un video ha criticato la copertura mediatica delle proteste; il leader di Forza Nuova Roberto Fiore; Giancarlo Nardozzi – presidente del Goia, il gruppo indipendente degli ambulanti italiani – il filosofo Diego Fusaro e Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma che si è fatto immortalare con il gilet simbolo della protesta nel corso del meeting della sua nuova creatura politica Cantiere Italia.

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    Le prime immagini di Google Pixel 3 Lite


    (Foto: @OnLeaks, 91Mobiles)Per ampliare la gamma degli smartphone Pixel 3 inaugurata qualche mese fa, Google potrebbe avere in programma più di un dispositivo di fascia media. Le indiscrezioni sull’esistenza di un Pixel 3 Lite hanno iniziato a farsi...

    (Foto: @OnLeaks, 91Mobiles)

    Per ampliare la gamma degli smartphone Pixel 3 inaugurata qualche mese fa, Google potrebbe avere in programma più di un dispositivo di fascia media. Le indiscrezioni sull’esistenza di un Pixel 3 Lite hanno iniziato a farsi più insistenti nelle scorse settimane, ma negli ultimi giorni sono emerse in Rete le immagini di un ulteriore gadget appartenente alla stessa categoria: una variante XL che andrebbe ad aggiungersi al dispositivo rumoreggiato finora.

    Pixel 3 Lite e Pixel 3 Lite XL (i nomi iniziano a diventare impronunciabili) dovrebbero vedere la luce l’anno prossimo, ma nei render realizzati sulla base delle informazioni raccolte dal solitamente affidabile OnLeaks si mostrano già in modo abbastanza completo. Entrambi mostrano un display privo di notch e uno slot per jack audio da 3,5 millimetri, contrastando una tendenza non sempre apprezzata ma ormai abbracciata da tutti i telefoni di fascia più alta.

    Entrambi i telefoni dovrebbero essere protetti da una scocca in policarbonato e basati su processori Snapdragon 670 e su 4 gb di ram. I display lcd mostrano cornici laterali evidenti, gli altoparlanti frontali dei fratelli più costosi non sembrano presenti e il comparto fotografico mostra una singola fotocamera anteriore anziché le due proprie di Pixel 3 e Pixel 3 XL. Rimangono presenti la fotocamera posteriore da 12 Mpixel (ma resta tutto da chiarire cosa sarà in grado di fare rispetto a quelle dei modelli principali), lettore di impronte digitali posteriore e porta usb di tipo c, mentre l’unica differenza ben visibile tra i due gadget sta nelle dimensioni: Pixel 3 Lite dovrebbe avere uno schermo full hd da 5,5 pollici, mentre Pixel 3 Lite XL dovrebbe portare la diagonale a 6 pollici.

    Se le voci di corridoio dovessero rivelarsi veritiere, resta poco da aspettare prima di conoscere dal vivo i due smartphone. L’uscita è prevista per l’inizio del 2019, e alcune previsioni ipotizzano un annuncio già a gennaio.

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    Caro Andrea, sì, solo la donna può decidere se tenere o no il bambino


    Una delle indignazioni di ieri è stata provocata da una lettera inviata a Concita De Gregorio. Andrea B. domanda: “possibile che la decisione di tenere un figlio dove non ci sono problemi oggettivi (salute, economici, affettivi) dipenda solo ed...

    Una delle indignazioni di ieri è stata provocata da una lettera inviata a Concita De Gregorio. Andrea B. domanda: “possibile che la decisione di tenere un figlio dove non ci sono problemi oggettivi (salute, economici, affettivi) dipenda solo ed esclusivamente dalla decisione della madre?”.
    La risposta è facile e non richiede insulti o scandalo. E forse nemmeno biasimare il maschilismo e il patriarcato – che a forza di considerarli colpevoli di tutto rischiano di essere svuotati di qualsiasi responsabilità.

    La risposta è sì.
    E non perché il tipo è fedifrago o combina guai o ha una doppia vita.
    E nemmeno perché è uomo.
    La risposta è sì e non può che essere quella: è la donna a decidere, magari perché non vuole diventare madre o perché non vuole un altro figlio. Sono affari suoi e di nessun altro. Ogni donna per sé stessa. Non si acquisisce uno speciale potere di genere sulle gravidanze altrui.
    La risposta non cambia se lo chiede Andrea, Oriana Fallaci o vostra zia.
    Nessuno può scegliere per la gravidanza di un’altra o per la sua interruzione.

    Sarebbe anche interessante chiedere ai fautori del consenso del maschio: come? Ovvero, come dovremmo fare se il maschio nega il consenso e come accertiamo che quel maschio sia davvero il “padre”?
    Passiamo alle domande meno specifiche.
    Si possono fare domande stupide?
    Si possono pubblicare lettere stupide?
    Direi di sì, o vogliamo fare un elenco di quesiti ammissibili e con le Giuste Risposte per non turbare i vostri pomeriggi?
    E non è altrettanto stupido (e lecito, per carità) rispondere stupidamente a una domanda che giudichiamo stupida?
    “Schifo!”, “vergogna!”, “come vi permettete?!” sembrano essere reazioni speculari alla letterina di Andrea.

    C’è perfino chi si scandalizza perché De Gregorio ha scritto “Grazie ad Andrea B.” perché non si ringrazia per una lettera così! Però è la modalità standard di Invece Concita.
    Perché rispondere alle lettere è un’arte e rispondere alle lettere stupide è un talento che in pochi hanno.
    Così è un po’ microfono aperto. E per quello abbiamo già i social media.

    Però questa indignazione costante è sfiancante. E la fatica risparmiata rispondendo “sì” si sarebbe potuta investire nella ricerca delle ragioni, che sono semplici e potenti: perché di mezzo c’è il mio corpo e quello che solo io posso farne; perché qualunque sia lo statuto morale dell’embrione, questa libertà non potrebbe essere limitata o cancellata.
    Non è solo una questione di pigrizia e di risparmio di energie preziose. Una difesa cieca e irrazionale non è una buona difesa. Ha solo l’apparenza dello “stare dalla parte giusta” e la prossima volta chissà. In una discussione fatta di cattivi argomenti, in genere vince chi ha più tempo e pazienza per indignarsi ogni giorno, tutti i giorni.

    Se non è ancora chiaro (il pericolo delle fallacie), la risposta alla domanda di Andrea è sì e sarebbe sì anche se fosse il fidanzato o il marito ideale, se si comportasse come volete voi e se non avesse mai desiderato nessun’altra.

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    Simulare in realtà virtuale la mafia per imparare a sconfiggerla

    Simulare in realtà virtuale la mafia per imparare a sconfiggerla


    Simulare il fenomeno del pizzo a Palermo attraverso un modello virtuale e riuscire così ad individuare le strategie più efficaci per combattere la mafia. A riuscirci sono stati i ricercatori del dall’Istituto di scienze e tecnologie della cognizione...

    Simulare il fenomeno del pizzo a Palermo attraverso un modello virtuale e riuscire così ad individuare le strategie più efficaci per combattere la mafia. A riuscirci sono stati i ricercatori del dall’Istituto di scienze e tecnologie della cognizione del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Istc), che hanno raccontato sulle pagine di Complexity come la nuova simulazione al computer, realizzata nell’ambito del progetto europeo Gloders, possa permettere di studiare le dinamiche che regolano la criminalità organizzata e utilizzare i risultati per elaborare nuove strategie per combatterla.

    Più precisamente, il modello è chiamato Agent-Based Model (modello ad agenti), ed è un modello computazionale in grado di simulare le azioni e le interazioni di agenti autonomi (come organizzazioni o gruppi) al fine di valutare i loro effetti su un sistema. In questo studio, i ricercatori hanno utilizzato l’Agent-Based Model per riprodurre virtualmente i meccanismi alla base della raccolta del pizzo, la forma di estorsione con cui in Italia i proprietari di attività commerciali sono costretti a versare una parte dell’incasso alla mafia in cambio di ‘protezione’. Secondo Confcommercio, solamente in Sicilia il pizzo porta alla criminalità organizzata oltre un miliardo di euro all’anno, con una media del 70% dei commercianti coinvolti.

    “Abbiamo identificato quali attori principali del modello i mafiosi, i commercianti, i cittadini, lo Stato e le associazioni non governative come Addiopizzo, da anni in prima linea contro la criminalità organizzata in Sicilia, e che ha condiviso la sua esperienza con i partner del progetto Gloders”, ha spiegato Giulia Andrighetto del Cnr-Istc, coordinatrice dello sviluppo del modello.

    Da qui, i ricercatori hanno identificato gli attori chiave e simulato le dinamiche del pizzo. Confrontando poi i risultati di queste simulazioni con i dati storici reali raccolti a partire dagli anni ’80 a Palermo, i ricercatori hanno notato una corrispondenza tra simulazione e realtà. Da qui, hanno quindi utilizzato la simulazione al computer per testare due linee di intervento di contrasto alla mafia: una dall’alto e una dal basso.

    “Nel primo approccio, ispirato alle strategie di lotta alla mafia realmente messe in atto dallo Stato a partire dagli anni ’80, vengono intensificati i controlli della polizia e applicate pene più severe in tribunale: una strategia efficace ma costosa e poco adattabile a eventuali cambiamenti interni della mafia”, continua Andrighetto.

    Il secondo approccio, invece, prevede invece una serie di campagne di sensibilizzazione dei cittadini per renderli più coscienti dei danni economici ed etici causati dalla mafia.

    “Anche in questo caso la strategia si rivela solo parzialmente efficace: si verifica un notevole aumento delle denunce di estorsione, seguito però da azioni di vendetta e ritorsione da parte della mafia contro chi si rifiuta di pagare, senza che ci sia una protezione adeguata messa in atto dallo Stato”, spiega la ricercatrice.

    Una raccomandazione che emerge dallo studio, sottolinea Andrighetto, è che lo Stato “deve assicurare che le iniziative di cambiamento sociale dal basso siano sostenute da un’azione legale e che tale linea di intervento integrata sia portata avanti fino a che il fenomeno non viene estirpato”.

    Questo nuovo approccio computazionale, aggiunge la ricercatrice, può essere applicato anche ad altri ambiti della criminalità, per valutare i costi e l’efficacia degli interventi di contrasto alle mafie.  “In quest’ottica”, conclude Andrighetto, “siamo attualmente coinvolti nel progetto europeo Proton, coordinato dall’università Cattolica di Milano, dove stiamo sviluppando un modello per capire i meccanismi di reclutamento nella criminalità organizzata e nelle reti terroristiche”.

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    Tragedia in discoteca ad Ancona, in realtà c’è tutta un’Italia a rischio


    A Corinaldo, vicino Ancona, intorno alla tragedia della discoteca Lanterna Azzurra affiorano le dinamiche di un’Italia che crolla, quella delle leggi che regolano l’uso dello spray urticante, le norme surreali che consentono di vendere infiniti...

    A Corinaldo, vicino Ancona, intorno alla tragedia della discoteca Lanterna Azzurra affiorano le dinamiche di un’Italia che crolla, quella delle leggi che regolano l’uso dello spray urticante, le norme surreali che consentono di vendere infiniti biglietti in locali dalla capienza limitata, e anche le relazioni tra la politica e gli inquirenti.

    foto Getty

    I vigili del fuoco vaglieranno eventuali carenze strutturali in una discoteca che pochi mesi fa aveva già subito controlli. Si punta il dito contro la mancata sicurezza (e, incredibile ma vero, anche contro la musica). E si dimentica che c’è un’Italia a rischio. Si fanno le pulci, giustamente, a un locale. Ma non si pensa al 59,5% degli edifici scolastici laziali senza certificati di prevenzione incendi, o al 53,8% di quelli che non hanno le carte che garantiscono l’agibilità (dati Censis). In Sardegna il 65,1% delle scuole non da garanzie di sicurezza, in Abruzzo il dato si attesta al 63,4% e in Calabria al 63,3%.

    Basta guardare un telegiornale: piove e una casa costruita a ridosso di un fiume trascina nel fango le vite di due famiglie; trema la terra nel centro Italia e 300 muoiono persone, altre 4mila restano senza casa; nevica e Rigopiano piange 29 morti. Si potrebbe parlare per ore dei problemi strutturali non affrontati nel Belpaese. Ma a Corinaldo, probabilmente, le dinamiche sono state altre. Si indaga in due direzioni: lo spray urticante e il numero dei partecipanti alla serata. In queste ore si stringe il cerchio intorno a chi avrebbe utilizzato l’arma.

    Il termine spray richiama più a un deodorante, ma è un’arma e come tale era venduta nelle armerie. Dal 2011 (entrata in vigore decreto numero 103 del 12 maggio: liberalizzazione e trasporto in pubblico) si trova in ferramenta, in farmacia, al supermercato e sul web. Costa poco e basta avere 16 anni per acquistarla. Serve a difendersi, ma la cronaca racconta che spesso sono i cattivi a usarla. A piazza San Carlo, a Torino, il 3 giugno 2017, in occasione della proiezione della finale di Champions, due ragazzi la utilizzarono per rubare: panico, folla impazzita, 1527 feriti, un morto. Si scoprì che il duo aveva messo a segno oltre 60 rapine, quasi tutte simili.

    La seconda direttrice d’indagine attiene al numero di partecipanti e alla capienza del locale. L’avidità può uccidere. Per questo le leggi devono porre dei freni. E in Italia le norme dicono che possono essere venduti infiniti biglietti, a prescindere dalla capienza. Nessun ticket elettronico, nell’era degli acquisti sul web. Sui numeri dei partecipanti alla festa dell’orrore, ancora una volta la politica si improvvisa inquirente: vengono date informazioni errate o parzialmente vere. Con il premier Giuseppe Conte che confonde numero dei biglietti venduti con le prenotazioni e i 1400 tagliandi che diventano 680 quando parlano i carabinieri, ovvero chi fa le indagini sul campo, mentre sarebbero altri a doversi occupare della precarietà strutturale del Belpaese.

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    Un’azienda in Italia vuole produrre bioplastica dalla Co2

    Un’azienda in Italia vuole produrre bioplastica dalla Co2


    Produrre plastica biodegradabile al 100% utilizzando come materia prima la Co2. Ed alimentando il processo unicamente con fonti rinnovabili. Questo quanto promette Lux-on, una nuova società italiana nata dall’alleanza tra Bio-on, azienda che produce...

    Produrre plastica biodegradabile al 100% utilizzando come materia prima la Co2. Ed alimentando il processo unicamente con fonti rinnovabili. Questo quanto promette Lux-on, una nuova società italiana nata dall’alleanza tra Bio-on, azienda che produce bioplastica, e il gruppo Hera, una delle principali società di multiservizi della penisola.

    “La tecnologia di base rimane la stessa, così come il prodotto finale. Abbiamo aggiunto un substrato a quelli già utilizzati”, spiega Marco Astorri, presidente e ceo di Bio-on. Già oggi, nei suoi stabilimenti di Castel San Pietro Terme, nell’hinterland di Bologna, l’azienda produce il biopolimero Phas (sigla che sta per poli-idrossi-alcaonati) utilizzando melassi di barbabietola e canna da zucchero, scarti di frutta e patate e olio di frittura esausto.

    L’azienda lanciata con il Gruppo Hera utilizzerà l’anidride carbonica presente in atmosfera come materia prima. La Co2 che verrà assorbita direttamente dall’aria. “L’impianto sarà dotato di ventole alte diversi metri, che assorbiranno l’aria e filtreranno l’anidride carbonica. È una tecnologia installata già in diverse città, noi la adattiamo alle nostre esigenze. E abbiamo l’ambizione di utilizzarla non solo per assorbire la Co2, ma anche per produrre il biopolimero”, spiega Astorri a Wired.

    La quantità di anidride carbonica che sarà assorbita, così come quella necessaria per produrre un grammo di bioplastica, fa parte del segreto industriale. Certo è che l’impianto, oltre ad assorbire Co2, non ne immetterà in atmosfera. L’energia impiegata sarà prodotta grazie a pannelli fotovoltaici. Quella in eccesso sarà stoccata sotto forma di idrogeno, scelta che permetterà di garantire il funzionamento dell’impianto sull’intero arco delle 24 ore.

    L’impianto, che occuperà una superficie di 1.500 metri quadrati, sorgerà accanto agli stabilimenti Bio-on. E, questa la previsione, sarà realizzato entro il 2019. Per diventare poi immediatamente operativo. Anche questa tecnologia, come le altre brevettate da Bio-on, potrà essere concessa in licenza ad altre aziende. “Il modello sarà aperto”, garantisce Astorri. Del resto, aggiunge, “non sviluppiamo nulla che non possa avere una funzione industriale utilizzabile anche da altre realtà in tutto il mondo”.

    Lux-on è partecipata al 90% da Bio-On e al 10% dal gruppo Hera. Quest’ultimo avrà la possibilità di salire fino al 49,9%. “La nostra realtà fa di innovazione e sostenibilità due principi fondamentali. Crediamo che questa alleanza possa essere sviluppata anche oltre il nostro territorio”, commenta Tomaso Tommasi di Vignano, presidente esecutivo della multiutility che serve oltre 350 comuni italiani. Hera porterà in dote 200mila tonnellate l’anno di sfalci e potature. Materia prima dalla quale saranno estratti zuccheri utilizzati per la produzione di bioplastica.

    Senza dimenticare il fatto che si tratta di un’azienda partecipata da 198 azionisti pubblici che lancia una partnership in un settore ad alto grado di innovazione. “È una sfida importante”, commenta Astorri, “e della quale siamo molto orgogliosi”. E che, come detto, vedrà l’inaugurazione degli stabilimenti produttivi entro la fine del prossimo anno.

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    Chi vince tra 3000 T-Rex e 20mila Jedi?


    Quelle dei cavalieri Jedi e dei dinosauri sono due tra le categorie di personaggi più amate dalla storia del cinema e della cultura popolare, ma cosa succederebbe se si scontrassero tra loro? La risposta è da qualche giorno su YouTube, in un video che...

    Quelle dei cavalieri Jedi e dei dinosauri sono due tra le categorie di personaggi più amate dalla storia del cinema e della cultura popolare, ma cosa succederebbe se si scontrassero tra loro? La risposta è da qualche giorno su YouTube, in un video che simula uno scontro tra una fazione di 3mila tirannosauri impazziti e un’armata di 20mila cavalieri Jedi armati di spade laser multicolore. La sfida crossover per fortuna non avviene sul set di un prequel di Star Wars particolarmente inquietante né in un capitolo di Jurassic Park ambientato in una galassia lontana lontana, ma all’interno di Ultimate Epic Battle Simulator: un gioco per pc uscito l’anno scorso su Steam e che — come suggerisce il titolo — è pensato precisamente per riprodurre battaglie su vasta scala tra due o più fazioni di personaggi di ogni genere.

    A dire il vero Ultimate Epic Battle Simulator non è neanche un vero e proprio gioco: l’unico momento di interazione nel quale è possibile avere una qualche influenza sull’esito degli scontri è rappresentato dalla creazione degli scenari e degli eserciti che si affronteranno, e il meccanismo stanca velocemente. Questo però non ha impedito a chi ci ha messo le mani sopra di ricreare e pubblicare online alcune tra le battaglie più assurde della storia, tra le quali quella che ha visto la luce in questi giorni.

    Lo scontro dura una ventina di estenuanti minuti, ma gli appassionati di Star Wars e dinosauri sono avvertiti: l’accuratezza con la quale viene riprodotto è veramente infima. I Jedi non sono neppure vestiti da Jedi, le spade laser si comportano a tratti come armi in metallo e in generale la simulazione ha ben poco di realistico, perfino per uno scenario che vede contrapposte un’armata di personaggi proveniente da un’opera di fantasia e una specie di rettili estinta da milioni di anni. Ma la curiosità è tanta.

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    IF – La fondazione immaginaria, la risposta italiana a Harry Potter?

    IF – La fondazione immaginaria, la risposta italiana a Harry Potter?


    Gli autori di IF – La fondazione immaginaria, Fabio Guaglione e Maurizio Temporin, entrambi registi e sceneggiatori, oltre che scrittori, uniscono le loro penne per creare questo interessante romanzo per ragazzi in cui fantasy e fantascienza si...

    Gli autori di IF – La fondazione immaginaria, Fabio Guaglione e Maurizio Temporin, entrambi registi e sceneggiatori, oltre che scrittori, uniscono le loro penne per creare questo interessante romanzo per ragazzi in cui fantasy e fantascienza si uniscono in maniera piuttosto originale. Come si evince dal titolo, il fulcro della narrazione è l’immaginazione, quella pura e semplice dei ragazzini, che fa sognare e trasporta in mondi meravigliosi.

    Leo, il giovane protagonista, ama scrivere delle storie, non può farne a meno, ma allo stesso tempo ciò che scrive lo spaventa. Sì, perché qualsiasi evento egli metta su carta, si concretizza di fatto nella realtà. Da quello che il ragazzo racconta, sembra addirittura che sl morte del padre avvenuta in un incidente stradale, lui l’avesse profetizzata in un racconto scontro prima della tragedia. A causa di questa sua capacità, Leo viene avvicinato da una strana organizzazione, la IF (Imaginary Foundation) appunto: una sorta di accademia per giovani talenti, nella quale il loro potere sarà gestito e coltivato. Qui Leo conoscerà una serie di stralunati comprimari, affronterà le sue storie, e quelle di altri autori (anche grandi della letteratura) per giungere a un finale, che ovviamente non vi svelerò.

    Lo stile di scrittura, la trama e il suo sviluppo sono ben confezionati. Il libro si fa leggere e ha picchi di tensione interessanti. Inoltre offre non pochi spunti di riflessione sull’importanza della letteratura e della fantasia, soprattutto per le nuove generazioni, che sono il target dichiarato del volume. Sul fatto che però esso possa essere recepito in maniera ottimale dagli adolescenti ho le mie riserve.

    Il romanzo è un bel mattoncino di 470 pagine circa, e già questo potrebbe bastare a scoraggiare la maggior parte dei lettori italiani, in particolare giovani, poco avvezzi alla lettura (come gli adulti, del resto). Certo, mi direte, ma allora i successi editoriali fantasy come Harry Potter, Le cronache di Narnia ecc. perché vendono così tanto? Una risposta banale potrebbe essere: i film. Il cinema, ma anche le serie tv, hanno ancora una certa forza nel creare il mito dell’immaginario (e le file in libreria) e di certo il video è il medium che va per la maggiore. Con questo non voglio dire che i libri si debbano adeguare agli standard cinematografici, ma che, anzi, debbano ritrovare una loro collocazione, soprattutto se rivolti a un pubblico giovane.

    Un’altra fonte di difficoltà potrebbe essere la marcata metanarrazione del testo. Non fraintendetemi, adoro le storie in cui il protagonista sembra prendere coscienza di essere in una storia o quando la scrittura in se stessa diventa il fulcro stesso della narrazione, e questo tipo di operazioni Guaglione e Temporin sanno portarle avanti con una certa maestria e uno stile fluido e scorrevole. Tuttavia l’idea stessa è complessa da far passare, soprattutto in tempi come i nostri in cui i ragazzini andrebbero rieducati completamente alla scoperta del piacere della lettura, partendo magari con qualcosa di più semplice, un’avventura, ad esempio, e non dando per scontato un certo tipo di astrazione che manca anche alla maggior parte dei trentenni.

    Mi piace quindi l’idea della potenza della scrittura che modifica la realtà, e anche il cliché della scuola di piccoli prodigi funziona e ha un certo appeal. L’idea della riscoperta dei classici, pure, è di certo interessante, purché non sfoci in una sorta di retromania letteraria. Citare quindi le dodici tappe del Viaggio dell’Eroe forse può essere un po’ eccessivo. Accontentiamoci che i ragazzi riprendano a leggere, senza pretendere che vogliano anche diventare scrittori professionisti.

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    Come nasce uno smartphone in fabbrica

    Come nasce uno smartphone in fabbrica


    Nella fabbrica Oppo di DongguanNella fabbrica Oppo di DongguanNella fabbrica Oppo di DongguanNella fabbrica Oppo di DongguanNella fabbrica Oppo di DongguanNella fabbrica Oppo di DongguanNella fabbrica Oppo di DongguanNella fabbrica Oppo di DongguanNella...

    Nella fabbrica Oppo di DongguanNella fabbrica Oppo di DongguanNella fabbrica Oppo di DongguanNella fabbrica Oppo di DongguanNella fabbrica Oppo di DongguanNella fabbrica Oppo di DongguanNella fabbrica Oppo di DongguanNella fabbrica Oppo di DongguanNella fabbrica Oppo di DongguanNella fabbrica Oppo di DongguanNella fabbrica Oppo di DongguanNella fabbrica Oppo di DongguanNella fabbrica Oppo di DongguanNella fabbrica Oppo di DongguanNella fabbrica Oppo di DongguanNella fabbrica Oppo di DongguanNella fabbrica Oppo di DongguanNella fabbrica Oppo di DongguanNella fabbrica Oppo di DongguanNella fabbrica Oppo di DongguanNella fabbrica Oppo di DongguanNella fabbrica Oppo di DongguanNella fabbrica Oppo di DongguanNella fabbrica Oppo di Dongguan

    Dongguan (Cina) – Ai meno attenti, Oppo potrebbe sembrare un nuovo marchio di telefonia appena arrivato sul mercato. Invece, sebbene la casa cinese sia arrivata da pochi mesi in Europa, da anni è nelle primissime posizioni nelle classifiche di vendita di smartphone nel proprio paese e nel Sudest asiatico, grazie a dispositivi innovativi e dal buon rapporto qualità-prezzo. Quarto produttore mondiale di telefoni smart, dopo Samsung, Huawei e Apple, Oppo ha fabbriche in Cina, Indonesia, India e Algeria, e sei centri di ricerca e sviluppo sparsi per il mondo (uno anche in Silicon Valley).

    L’approdo in grande stile sul nostro mercato è avvenuto circa tre mesi fa con Oppo Find X, il primo smartphone a tutto schermo (grazie a un dispositivo a scorrimento che fa scomparire le fotocamere). Un prodotto non certo pensato per il grande pubblico, visto il prezzo a cui è stato proposto: 999 euro per la versione standard e 1699 per quella marchiata Lamborghini. Ma è stato un prodotto che è servito all’azienda per “posizionarsi” in un mercato competitivo e difficile come quello degli smartphone.

    Il secondo telefono lanciato in Italia, RX17 Pro, dotato di tre fotocamere posteriori, due batterie, lettore di impronte sotto-schermo e ricarica rapida Super-Vooc, si è invece inserito in maniera aggressiva nella cosiddetta fascia media del mercato, con i suoi 599 euro di listino, e spera di replicare nel Vecchio continente i successi riscossi in Asia. Siamo stati invitati nella sede di Oppo a Shenzen e nella vicina fabbrica di Dongguan (la capitale cinese dell’elettronica) proprio per vedere come viene prodotto l’RX17 Pro.

    La fabbrica, che dà lavoro a oltre 15mila persone, è strutturata come un campus, con alloggi, mense, campi sportivi, negozi. L’unità produttiva è composta di sei sezioni: il laboratorio in cui vengono sviluppati i materiali, la camera anecoica per i test elettromagnetici, la sezione batterie, la catena di produzione delle schede madri, quella di assemblaggio e l’area per i test.

    Partiamo proprio da quest’ultima. I test di laboratorio possono essere suddivisi in test di prestazione elettrica, test strutturali, test di invecchiamento e di adattabilità in vari ambienti. Il numero totale di prove è superiore a 150.
    Prendiamo per esempio il test di caduta: i lati anteriore e posteriore del telefono vengono lanciati da un’altezza di 7 cm ognuno 20.000 volte (microcaduta), oppure lasciati cadere da un metro di altezza: la prova, se viene superata, viene ripetuta da un metro e mezzo.

    C’è poi il test dei pulsanti: poiché i tasti di accensione e volume sono usati frequentemente, ogni tasto laterale viene acceso e spento 100mila volte con una forza da 1 kg e il tasto dell’impronta digitale viene toccato manualmente un milione di volte. Se fai clic su questi pulsanti 50 volte al giorno, saranno necessari circa 6 anni per completare tutti i 100.000 clic. Vengono poi simulate le condizioni di pioggia e umidità, oltre ai test in un ambiente ad alta temperatura (85 ℃) per 500 ore. Il telefono viene addirittura avvolto in un panno imbevuto di sudore artificiale.

    Test ad alta temperatura

    Passiamo poi nella catena di montaggio, altamente robotizzata. Attualmente, ci sono 38 linee di produzione delle schede madri e 25 di piccole lastre e schede secondarie. La capacità produttiva mensile è di 7,5 milioni di schede madri e 25 milioni di schede secondarie. Dopo ogni macchina, c’è un’altra per verificare che i prodotti prodotti di quella precedente siano eseguiti bene. Nella linea di montaggio ci sono tre procedure di ispezione automatica e una procedura di ispezione manuale per garantire la qualità della saldatura. La capacità produttiva di ciascuna linea di test è di circa 10mila unità al giorno.

    Foto: Wired.it

    Trovate tutte le foto e i dettagli delle catene di assemblaggio e test nella gallery sopra.

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    The Umbrella Academy, il teaser della serie di supereroi con Ellen Page


    Arriveranno il 15 febbraio prossimo su Netflix gli episodi della prima stagione di The Umbrella Academy, nuova serie tratta dagli omonimi fumetti pubblicati da Dark Horse. Creata da Gerard Way, già cantante della band My Chemical Romance, e disegnati...

    Arriveranno il 15 febbraio prossimo su Netflix gli episodi della prima stagione di The Umbrella Academy, nuova serie tratta dagli omonimi fumetti pubblicati da Dark Horse. Creata da Gerard Way, già cantante della band My Chemical Romance, e disegnati da Gabriel Bà, questi albi raccontano di una speciale accademia guidata da sir Reginald Hargreeves, che ha adottato e cresce una serie di ragazzi dai poteri straordinari e destinati a salvare il mondo.

    Come si vede nel teaser diffuso in queste ore, tutto parte da una strana giornata del 1989, quando 43 donne, senza legami fra loro e in modo piuttosto improvviso, hanno dato la luce ad altrettanti neonati, con gravidanze durate neanche 24 ore. Sei di questi bimbi sono stati adottati proprio da Hargreeves, che voleva fare di loro una squadra speciale che guidasse i destini del mondo: vent’anni dopo, però, lui è morto e la famiglia si è sfasciata. I ragazzi, nonostante i loro caratteri molto diversi, devono ora unire le forze per risolvere il mistero della morte del padre, oltre a sventare una minaccia di distruzione mondiale.

    Nel cast, oltre a Colm Feore nei panni di sir Hargreeves, troviamo Ellen Page nei panni di Vanya, una delle figlie speciali, oltre a Mary J Blige, Kate Walsh e i giovani interpreti degli altri ragazzi speciali (Tom Hopper, Robert Sheehan, Emmy Raver-Lampman, David Castaneda, Aidan Gallagher). I dieci episodi di The Umbrella Academy verranno rilasciati tutti insieme a febbraio 2019.

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    Satana e il cambiamento climatico, i pasticci di Ceresani sulla fine del mondo

    Satana e il cambiamento climatico, i pasticci di Ceresani sulla fine del mondo


    Devono averli messi soprattutto lì dentro, gli impresentabili. In quel ministero della Famiglia e delle disabilità che una sede neanche ce l’ha, a partire dal responsabile Lorenzo Fontana. Un altro è il suo capo di gabinetto, il leghista Cristiano...

    Devono averli messi soprattutto lì dentro, gli impresentabili. In quel ministero della Famiglia e delle disabilità che una sede neanche ce l’ha, a partire dal responsabile Lorenzo Fontana. Un altro è il suo capo di gabinetto, il leghista Cristiano Ceresani. Non un’esclusiva di questo esecutivo, il pio Ceresani: è stato capo legislativo della sottosegretaria Maria Elena Boschi e ancora prima di Gaetano Quagliarello. Poi capo dell’Ufficio di segreteria del Consiglio dei ministri. Insomma, un grand commis di Stato, certo non un parvenu dell’ultimo minuto.

    Ospite della trasmissione Uno Mattina nell’edizione del sabato, la scorsa settimana Ceresani ha risposto a una domanda riguardo un’eventuale interpretazione teologica del riscaldamento globale. Interveniva in veste di scrittore per l’uscita del suo libro Kerygma. Il Vangelo degli ultimi giorni: “È ovviamente colpa dell’uomo, della sua incuria, della sua avarizia se abbiamo calpestato il pianeta, che è l’unico che abbiamo” ha risposto il capo dello staff di Fontana.

    Poi, a quella che riteneva evidentemente una replica troppo semplicistica e poco utile ai fini del suo discorso, oltre che del testo che ha appena pubblicato, ha aggiunto un’interpretazione turbocattolica. Perfetta, d’altronde, per la fascia oraria e il tipo di pubblico del programma: “Nel cuore dell’uomo agiscono forze trascendenti. Nel cuore dell’uomo agisce la tentazione. E io nel libro cerco di spiegare come [l’azione di] Satana, a cui resta poco tempo per prendere di mira il creato e la Creazione, sia un dato teologico. Davanti questo dato io faccio delle domande e chiedo: perché andando a leggere nelle scritture viene evocato uno sconvolgimento del creato? E lo metto in relazione a quello che sta succedendo oggi, dove gli ultimi dati raccontano i pericoli che sta correndo la Terra e il genere umano”.

    Insomma, dal punto di vista di Ceresani ed evidentemente della sua interpretazione del cattolicesimo, più che di teologia si tratta di escatologia. Satana sarebbe alle strette, il tempo a sua disposizione per mandare tutto all’aria starebbe per scadere e dunque gli stravolgimenti che stanno facendo sciogliere i ghiacci, alzare i livelli dei mari e rubando terre e risorse al pianeta sarebbero in fondo la conseguenza delle sue potenti influenze sull’uomo e sulle sue scelte e azioni. Idee non nuove, come ha svelato l’Agi, perché il giurista ritiene, come scrive nel suo libro, che il disegno di Dio stia entrando nella sua fase finale e che “siamo già nell’ultima ora”.

    Sotto questo punto di vista, quello cioè di un cattolico convinto della parusia, vale a dire della seconda venuta del Cristo dopo la fine dei tempi, la visione di Ceresani è dannosa per un dibattito pubblico su questi temi. Che dovrebbe essere totalmente laico, scevro dal fumo negli occhi della religione e orientato a soluzioni concrete ma comprensibili. Come noto, secondo la dottrina cattolica – per esempio nel vangelo di Matteo – Gesù tornerà per terminare ciò che ha iniziato: “Di nuovo verrà nella gloria, per giudicare i vivi e i morti” recita d’altronde il Credo. Non l’avete mai notato, quando l’avete recitato o ascoltato in chiesa?

    I tempi in cui avverrà, sempre secondo la dottrina cattolica, non sono noti ma nei discorsi escatologici di Gesù riportati da Matteo – si pensi ai testi sulle dieci vergini, sui talenti o sul giudizio finale – c’è una serie di segni che lo precederanno (anche se non viene detto quanto tempo passerà tra la loro manifestazione e la seconda venuta, quindi Satana potrebbe avere un po’ più di tempo da concedere a Trump e compagnia per sfasciare il pianeta). Dalla comparsa dell’anticristo all’apostasia della fede fino alle grandi calamità naturali. Insomma, per farla breve il riscaldamento globale sarebbe parte di quella “grande tribolazione” evocata anche nella Rivelazione di Giovanni.

    “Su questo mi interrogo. Io ritengo che queste parole siano lì a dire qualcosa a noi oggi, uomini del XXI secolo – scrive Ceresani nel testo – il surriscaldamento della terra, lo scioglimento dei ghiacciai, la desertificazione, l’estinzione delle specie animali. Noi viviamo in un’epoca dove stanno accadendo dei fatti climatici del tutto inediti, mai accaduti nella storia dell’umanità e che si sono manifestati negli ultimi decenni. Io mi domando perciò se le parole di Gesù non siano un ammonimento su quanto sta accadendo oggi“.

    Il problema non sta, dunque, nell’interpretazione di Ceresani. Il quale, ovviamente, scrive e inquadra i fatti del mondo come meglio crede. Il problema è semmai di origine diversa.

    Primo punto: perché viene dato spazio sulle reti pubbliche a teorie simili, tossiche per l’individuazione di cause chiare e soluzioni efficaci, cioè per un dibattito serio e libero dalle legittime ma inutili interpretazioni religiose? Forse sotto Natale è meglio non perdere troppo tempo con gli scienziati e tornare a parlare del Male per deresponsabilizzare le nostre esistenze quotidiane e le scelte di alto livello? In fondo, verrebbe da dire, se è colpa del Demonio c’è poco da fare. Sotto con le centrali a carbone e gli allevamenti intensivi.

    Secondo punto: è il caso che a parlarne venga invitato proprio il capo di gabinetto di un ministero? Fra l’altro, per chi crede – e in certa misura anche per chi non crede – il Diavolo è una cosa seria. Il male esiste, nella nostra vita, e ciascuno interpreta in modo diverso la sua manifestazione. Improvvisarsi al contempo teologi e climatologi (che molti di certi fenomeni climatici non siano mai accaduti, per esempio, è falso) è forse un capolavoro di presunzione fuori da ogni record.

    Ma, al di là, della questione individuale, la mesta sparata di Ceresani non è che l’ennesimo microcapitolo di una campagna subculturale che aggiunge caos a ignoranza, cercando di lusingare un certo elettorato. D’altronde, seguendo davvero la dottrina cristiana per intero senza segmentarla a proprio piacimento, se davvero è provato che il diavolo sia tentatore, è anche vero che l’uomo può sempre scegliere per il bene. Cosa che, sul cambiamento climatico e le sue devastanti conseguenze, non sta facendo. Per sua unica responsabilità.

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    Strangers Things, ecco i titoli degli 8 episodi della terza stagione


    “Nell’estate del 1985 l’avventura continua”, è la promessa che emerge dal nuovo teaser di Stranger Things. Il brevissimo montaggio grafico anticipa le atmosfere della terza stagione, confermando la sua partenza nel 2019. Dopo il periodo di...

    “Nell’estate del 1985 l’avventura continua”, è la promessa che emerge dal nuovo teaser di Stranger Things. Il brevissimo montaggio grafico anticipa le atmosfere della terza stagione, confermando la sua partenza nel 2019. Dopo il periodo di Natale nel primo ciclo di episodi e Halloween nel secondo, il terzo ciclo si concentrerà dunque sul periodo estivo, dando un nuovo contesto alle imprese dei ragazzini di Hawkins alle prese con le orripilanti presenze provenienti dalla dimensione oscura del Sottosopra.

    Nella clip di anticipazione leggiamo quelli che con tutta probabilità sono i titoli degli episodi, riportati a un numero di otto dopo i nove della seconda stagione: Suzie, mi ricevi?, Incubi, Il caso della bagnina scomparsa, La sauna, L’origine, Il compleanno, Il morso e La battaglia di Starcourt. Quest’ultimo fa riferimento al centro commerciale che era stato introdotto con un altro enigmatico teaser diffuso durante l’estate 2018. In esso vedevamo proprio il mall chiamato Starcourt e l’introduzione di un nuovo personaggio interpretato da Maya Hawke.

    Difficile intuire quali saranno le evoluzioni della trama a partire solo questi pochi termini, eppure risulta chiaro che gli eventi della terza stagione si articoleranno proprio attorno a questo centro commerciale, dove si prospetta uno scontro finale decisivo. Ulteriori dettagli su Stranger Things arriveranno sicuramente nei prossimi mesi, sperando che Netflix annunci presto anche una data di debutto definitiva.

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    Attacco ai siti creati con WordPress, 20mila infettati


    (Foto: Getty Images)Il team di Wordfence, che si occupa della sicurezza informatica dei siti WordPress, ha riportato un’analisi su dei recenti attacchi “brute force” contro i siti costruiti con la piattaforma software. Questa serie di violazioni ha...

    (Foto: Getty Images)

    Il team di Wordfence, che si occupa della sicurezza informatica dei siti WordPress, ha riportato un’analisi su dei recenti attacchi “brute force” contro i siti costruiti con la piattaforma software. Questa serie di violazioni ha creato una rete di siti bot infetti che ha proseguito gli attacchi su altri portali, cercando di violarne l’accesso. Nel mirino sono finiti 20mila portali creati in WordPress.

    Un attacco brute force consiste in una grande quantità di ripetuti tentativi di indovinare nome utente e password e accedere così al pannello amministratore di WordPress. Questi attacchi sono automatizzati e i nomi utente e le password utilizzati per tirare a indovinare la giusta combinazione in genere provengono da data breach o furti precedenti di dati personali.

    Gli attacchi scoperti alla piattaforma WordPress hanno adoperato il protocollo Xml-Rpc. È utilizzato in informatica che permette di eseguire delle chiamate a procedure remote (Rpc) attraverso la rete internet. Questo protocollo utilizza lo standard Xml per codificare la richiesta che viene trasportata mediante il protocollo http o https.

    Gli hacker hanno utilizzato un gruppo di quattro server C2 command and control per inviare richieste d’accesso a più di 14mila server proxy forniti dal provider russo best-ptoxy. La funzione di questi proxy è stata quella di rendere anonimo il traffico dei quattro server C2 per poi attaccare oltre 20mila siti WordPress. Così facendo i siti infettati hanno iniziato poi a replicare a loro volta attacchi brute force verso altri siti usando l’interfaccia Xml-Rpc.

    schema dell’attacco ai siti WordPress. (fonte Wordfence)

    Gli esperti di Wordfence hanno commentato l’attacco rassicurando gli utenti. “Molti utenti di WordPress potrebbero non sapere che questo attacco multicall Xml non è più efficace. Una patch è stata introdotta in WordPress 4.4 . Con questa patch, se un tentativo di accesso in una richiesta Xml-Rpc non riesce su un sito web target, quel sito web fallirà immediatamente tutti i tentativi successivi nella stessa richiesta, anche se le credenziali sono valide”, spiegano dal team di sicurezza. Nonostante questo, scrivono gli esperti, “gli aggressori di questa campagna sembrano essere consapevoli di questo miglioramento”. E quindi in futuro potrebbero modificare la loro strategia di attacco.

    Wordfence è riuscita a bloccare le richieste di hacking inviate dai sistemi C2 alla rete di siti WordPress infetti e ha raccolto importanti informazioni sulla struttura di attacco, da utilizzare per la difesa.

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    Bertone ritorna con 5 auto elettriche made in Italy


    Dianchè GT CubeLo storico marchio Bertone torna in vita e lo fa con un interessante progetto che ha come obiettivo quello dell’introduzione sul mercato di auto elettriche per tutti i gusti e per tutte le tasche. Ma non solo. Protagonista di questo...

    Dianchè GT Cube

    Lo storico marchio Bertone torna in vita e lo fa con un interessante progetto che ha come obiettivo quello dell’introduzione sul mercato di auto elettriche per tutti i gusti e per tutte le tasche. Ma non solo.

    Protagonista di questo nuovo tentativo di rilancio è la Equiventia Capital Partners (ECP) con sede a Padova, società italiana che opera nel settore degli investimenti industriali avanzati, la quale ha affidato alla londinese Flymove Holding Limited l’incarico di promuovere l’iniziativa su scala internazionale. Per realizzare questo progetto, che prevede soluzioni integrate di mobilità sostenibile, potrà contare sull’apporto di diverse aziende del settore come l’italiana Energica, produttrice di moto elettriche ad alte prestazioni, e Akka Technologies, multinazionale fornitrice di soluzioni tecnologiche nel settore automotive e proprietaria del marchio Bertone. In totale saranno dieci le aziende che comparteciperanno a questo ambizioso progetto.

    Nel corso di un evento che si è tenuto a Milano è stata presentata questa nuova iniziativa che affonda le radici su una nuova piattaforma di mobilità che, attraverso le nuove auto “Dianchè”, marchio appositamente creato, ha come obiettivo quello di rilanciare il brand Bertone nel mondo dell’automotive.

    Ma la società non si vuole limitare soltanto alle auto elettriche, infatti ha come obiettivo anche quello di proporre una serie di soluzioni integrate e parallele, oltre che a servizi di mobilità che potrebbero essere sfruttate per progetti di smart cities. Tra di esse rientra sicuramente lo sviluppo del prototipo VTOL, aereo elettrico a decollo verticale, del tutto simile al progetto Uber Elevate che per ridurre i tempi di ricarica potrà contare anche sul battery swap, ossia sul cambio batterie.

    La parte più interessante e concreta di questo progetto integrato promosso dalla Flymove Holding è sicuramente quella che riguarda la realizzazione di city car e sportive completamente elettriche che saranno immesse sul mercato a marchio Dianchè by Bertone e che utilizzeranno un sistema di scambio rapido di batteria (BSS).

    Verranno ingegnerizzate sfruttando la piattaforma Dianchè Smart Mobility Platform (Smp), altro pilastro del progetto, che utilizza la tecnologia di scambio rapido di batteria (Bss), la quale promette un cambio di accumulatore in soli 2 minuti. Saranno due le city car elettriche: la Dianchè BSS City Car One, di dimensioni contenute e dedicata ad un’utenza giovane, e la Dianchè BSS City Car Cube, studiata appositamente per utilizzi urbani più complessi. L’azienda promette per entrambe le vetture un costo contenuto poiché nel prezzo finale non inciderà il costo della batteria. Le city car saranno prodotte in Cina sfruttando accordi con alcuni partner locali.

    Dianchè City Cube

    Tre le auto sportive che saranno immesse sul mercato: la Dianchè BSS GT One, prototipo sviluppato da Flymove e dai suoi partners tecnologici, già oggetto di numerosi test su pista, la Dianchè BSS GT Two Pikes Peak, studiata per competere nel 2020 nella famosa corsa in salita che si svolge in Colorado, e la Dianchè BSS GT Cube, una full-electric con prestazioni di assoluta eccellenza – propulsori da 300 kW per ogni asse che portano la potenza complessiva a 816 CV, velocità massima di 350 km/h e di 2,2 secondi per lo scatto 0-100 km/h – e che parteciperà ad alcune importanti competizioni nel biennio 2019/2020.

    L’auto elettrica prestazione Dianchè GT One

    Tutte le auto sportive di Flymove saranno costruite in Italia e disponibili all’acquisto in serie limitata.

    Congiuntamente verrà lanciato anche il Flymove Motorsport Team che inizierà le proprie attività sportive dal 2019 e che sarà guidato da Enric Codony, pilota e team manager di esperienza internazionale. La divisone Motorsport ha come obiettivo quello di partecipare a gare internazionali con la Dianchè GT Two Pikes Peak.

    Il sistema di scambio rapido delle batteria (BSS) sviluppato dalla piccola azienda marchigiana Picchio Racing, attraverso un impianto completamente automatizzato promette lo scambio delle batterie. Gli impianti di scambio batteria, denominati Poe Station, saranno alimentati solo da energia proveniente da fonti rinnovabili. Una tecnologia che è stata abbandonata da molte aziende, tra cui la Tesla che nel tempo è diventata un punto di riferimento per la mobilità elettrica. Flymove però ci punta molto e ha dichiarato che nell’arco temporale di 5-7 anni ha come obiettivo quello di installare un numero di stazioni sufficiente a soddisfare le esigenze di mobilità italiana. Successivamente Flymove si espanderà in Europa, mediante l’installazione di 1172 stazioni, in Cina ed in USA. Entro il 2026 Flymove prevede l’installazione di 2 mila stazioni.

    Alcuni bozzetti della city car Dianchè

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    Uber verso la Borsa: quotazione record da 120 miliardi

    Uber verso la Borsa: quotazione record da 120 miliardi


    Non si fermano le novità per Uber. Dopo la proposta di collaborazione per appianare i rapporti con i tassisti italiani, l’azienda di San Francisco sarebbe ora pronta a quotarsi in Borsa nel primo trimestre 2019, anticipando l’ingresso a Wall Street...

    Non si fermano le novità per Uber. Dopo la proposta di collaborazione per appianare i rapporti con i tassisti italiani, l’azienda di San Francisco sarebbe ora pronta a quotarsi in Borsa nel primo trimestre 2019, anticipando l’ingresso a Wall Street per non farsi precedere dalla rivale Lyft, altra azienda americana che si occupa di trasporto privato in auto. Le due società controllano il mercato americano rispettivamente per il 69% e il 28%.

    Quella di Uber, che settimana scorsa ha presentato in via confidenziale i documenti alla Sec – equivalente americano della nostra Consob –, potrebbe essere un’ipo (offerta pubblica iniziale) da record, stimata dagli advisor di Goldman Sachs e Morgan Stanley attorno a 120 miliardi di dollari, come riporta il Wall Street Journal. Pronte al debutto in Borsa sarebbero anche altre società di tutto rispetto del segmento tecnologico statunitense, come la compagnia di software Palantir Technologies, Slack Technologies e anche il portale Airbnb.

    Uber ha ribattezzato il progetto dell’entrata in Borsa Project Liberty, ma la mossa suona con una vera e propria sfida all’ultimo minuto con Lyft, che aveva già fissato la sua ipo per il primo trimestre 2019. In questo modo, le due società concorrenti si contenderanno in poco tempo gli investitori, facendo forse piazza pulita nel settore delle startup che orbitano nella cosiddetta gig economy.

    E dalla sua Uber ha soprattutto numeri impressionanti. L’ultima valutazione privata della compagnia è stata di 76 miliardi di dollari, dopo aver venduto 500 milioni di dollari di quote alla casa automobilistica Toyota. Inoltre, la compagnia di San Francisco impiega ad oggi circa 20mila dipendenti in tutto il mondo.

    Nonostante una perdita di 1,07 miliardi di dollari registrata nel terzo trimestre di quest’anno, come riporta ancora il Wall Street Journal, nell’alta stima dell’ipo rientrano anche le numerose attività parallele di Uber. Tra queste, a far lievitare la quotazione della compagnia ci sono la partecipazione azionaria nella società cinese Didi Chuxing, quella nell’indiana GrabTaxi e soprattutto il successo di UberEats, servizio di consegna a domicilio che vale circa 20 miliardi di dollari, come riporta l’agenzia Ansa.

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    Perché Apple non lascia Intel?

    Perché Apple non lascia Intel?


    Qualcomm ha appena presentato il suo terzo chip per computer portatili, lo Snapdragon 8cx. E Apple? Quando vedremo un Mac che gira su Ax? Se lo chiedono in molti da molto tempo. Tutto sembra pronto. Eppure siamo fermi. L’analista Linley Gwennap, uno...

    Qualcomm ha appena presentato il suo terzo chip per computer portatili, lo Snapdragon 8cx. E Apple? Quando vedremo un Mac che gira su Ax? Se lo chiedono in molti da molto tempo. Tutto sembra pronto. Eppure siamo fermi. L’analista Linley Gwennap, uno dei più autorevoli esperti di semiconduttori del pianeta (temuto e riverito dai dirigenti delle grandi aziende, oltre che ricercato dalla stampa per i suoi pareri) mi ha spiegato che Apple sta giocando probabilmente una partita su più piani.

    «I processori di Apple – dice Gwennap – hanno dei core molto grandi. Sono evidentemente pensati non solo per i telefoni e non solo per i tablet. Hanno fin troppa potenza, anche se ancora non sono completi per quanto riguarda il passaggio a un Mac: dovrebbero avere almeno quattro se non otto nuclei, almeno il doppio rispetto a quelli di adesso».

    Qual è il problema di Apple, allora? Probabilmente una tripla scommessa. La prima è quella di sviluppare in casa una tecnologia “piano B” per spingere Intel a dare di più tenendo i prezzi bassi. E l’ultimo MacBook Air 13 lo dimostrerebbe: il processore che utilizza è stato custom-made per Apple e, fino al giorno dopo la presentazione del computer, non era neanche presente sul sito di Intel.

    Ma Apple ha anche il problema non solo di convertire il suo sistema operativo e le app di sistema per funzionare su Arm, convertendole e ottimizzandole perché siano efficienti in un ambiente architetturalmente differente. Deve anche portare con sé la massa degli sviluppatori terze parti, alcuni incaricati di piccoli software commerciali o gratuiti, ma altri autori delle grandi applicazioni per Mac. Per esempio, Adobe o Microsoft. E questo richiede non solo tempo ma anche una spinta per convincere le aziende che la conversione vale la pena.

    Qualcomm, che sta gestendo questo tipo di avventura proprio adesso sono due anni che spinge per avere software che funziona, ed ha il pieno appoggio di Microsoft, che ha appena annunciato la versione Professional di Windows 10 per Snapdragon.

    Infine, Apple deve anche fornire una soluzione adeguata al problema del prodotti: introdurre il chip Ax nei MacBook non vuol dire solo cambiare processore ma ridisegnare l’intero computer. E questo richiede tempo e investimenti tecnologici e di capitale. I nuovi portatali sarebbero oltretutto molto simili concettualmente e architetturalmente agli iPad Pro, e questo creerebbe un problema di cannibalizzazione dei propri prodotti. Chissà cosa ne pensa Tim Cook.

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    Ibm entra nelle università per formare i professionisti 4.0


    Foto: Corbis ImageChe in Italia esista un divario sempre più ampio tra domanda e offerta nel mercato delle professioni nel settore ict (tecnologie dell’informazione e della comunicazione) è purtroppo una realtà. Si parla ormai di vero e proprio...

    Foto: Corbis Image

    Che in Italia esista un divario sempre più ampio tra domanda e offerta nel mercato delle professioni nel settore ict (tecnologie dell’informazione e della comunicazione) è purtroppo una realtà. Si parla ormai di vero e proprio skill gap in cui tante opportunità di lavoro vanno perse per mancanza di una formazione adeguata e di figure qualificate. Per rispondere a questa situazione, il colosso dell’informatica Ibm ha creato il progetto Accelera Italia, che prevede una collaborazione serrata con 48 università in tutto il territorio nazionale per creare i nuovi profili professionali.

    È a tutti gli effetti una collaborazione tra pubblico e privato per rinnovare e adattare le competenze degli studenti alle necessità del mondo del lavoro 4.0. Il gigante dell’informatica ha concordato con molti atenei delle attività congiunte: oltre 600 ore di seminari dedicati ai temi caldi della trasformazione tecnologica, dall’internet of things all’intelligenza artificiale, fino a cloud computing, big data e quantum computing.

    Così sono nati nuovi corsi di laurea, di dottorato e soprattutto molti master e mba (master in business administration), oltre a centri di ricerca e di analisi dedicati all’integrazione tra il mondo digitale e quello finanziario, produttivo e anche comunicativo. Il progetto coinvolge oltre 15mila sviluppatori della piattaforma Ibm Cloud e più di 10mila studenti che prendono parte ai programmi di Ibm Academic Initiative.

    Inoltre, molti degli esperti informatici dell’azienda ricoprono già il ruolo di docenti a contratto nelle università e nei numerosi laboratori attivi e in attivazione all’interno degli atenei partner. E gli studenti potranno collaborare direttamente con gli esperti Ibm anche per i loro progetti di tesi e di ricerca, avendo così la possibilità di entrare direttamente in contatto con una realtà aziendale tra le più importanti al mondo.

    Come spiega Enrico Cereda, presidente e amministratore delegato di Ibmm Italia: “La mancanza di innovazione, e non l’introduzione di tecnologie esponenziali come l’artificial intelligence rischia di bruciare migliaia di opportunità occupazionali. È questa la consapevolezza che ci spinge, con l’articolazione del programma Accelera Italia, ad affiancare le università nel preparare gli studenti a uno scenario tecnologico in profondo mutamento”.

    A spingere verso quest’attività integrata tra il mondo della formazione e quello professionale è anche la necessità di sviluppare figure in grado di essere competitive e poter contribuire allo sviluppo tecnologico del nostro Paese.

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    C’è una nuova indagine sulla Lega di Matteo Salvini


    (Foto: Claudio Furlan / LaPresse) C’è una nuova indagine sulla Lega e, questa volta, riguarda il periodo della gestione di Matteo Salvini. Dopo la nota vicenda dei 49 milioni di euro da risarcire allo stato italiano, un fascicolo aperto dalla Procura...

    (Foto: Claudio Furlan / LaPresse)

    C’è una nuova indagine sulla Lega e, questa volta, riguarda il periodo della gestione di Matteo Salvini. Dopo la nota vicenda dei 49 milioni di euro da risarcire allo stato italiano, un fascicolo aperto dalla Procura di Bergamo ipotizza il reato di finanziamento illecito ai partiti e si riferisce a una serie di versamenti che l’imprenditore Luca Parnasi avrebbe effettuato a favore dell’associazione Più Voci, riconducibile appunto al Carroccio.

    L’indagine
    L’ipotesi della Procura parte dai risultati di un’altra indagine, quella sullo stadio della Roma, che aveva portato alla luce un flusso di denaro di 250mila euro, transitato dai conti dell’imprenditore Parnasi a quelli dell’associazione con sede in via Angelo Maj 24, a Bergamo, stesso indirizzo legale di Mc srl, la società cui fa capo la testata online Il Populista, a sua volta controllata dalla Pontida Fin.

    La procura orobica sta ricostruendo in queste ore le operazioni in entrata e in uscita di una galassia di società-satellite che si sospettano essere riconducibili alla Lega, in un’indagine che potrebbe saldare i destini del nuovo e del vecchio Carroccio, sulla cui testa pesa il fardello dei 49 milioni di euro frutto di proventi illeciti frutto di truffa aggravata sui rimborsi elettorali, come da sentenza confermata in Corte d’appello appena due settimane fa.

    I legami con la vecchia Lega
    A settembre il tesoriere della Lega Giulio Centemero aveva raggiunto con la Procura di Genova – titolare dell’inchiesta a carico di Umberto Bossi e Francesco Belsito – un accordo per la dilazione del debito in rate da 100mila euro ogni due mesi. Il cordone parallelo sulla nuova Lega, spiega La Stampa riferendo le parole degli inquirenti, si rende necessario al fine di proseguire le indagini sui depositi di via Bellerio, nel caso il partito non dovesse adempiere ai futuri versamenti.

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    Stai prendendo troppo sole? Te lo dice questo gadget


    Un dosatore di luce solare, che sa segnalarti quando sei stato troppo esposto cosicché tu possa correre ai ripari. È il dispositivo che vi raccontiamo in questo video, sviluppato da un team internazionale di ricercatori guidati dalla Northwestern...

    Un dosatore di luce solare, che sa segnalarti quando sei stato troppo esposto cosicché tu possa correre ai ripari. È il dispositivo che vi raccontiamo in questo video, sviluppato da un team internazionale di ricercatori guidati dalla Northwestern University di Evanston, in Illinois, e appena presentato sulle pagine di Science Translational Medicine, rivista scientifica specializzata.

    A differenza dei prototipi costruiti finora, è molto meno ingombrante, della taglia di un bottone, si incolla facilmente alla pelle o ai vestiti e non ha bisogno di alcuna batteria poiché si alimenta con l’energia solare (così non corriamo neppure il pericolo che si scarichi mentre è in uso). Una volta raggiunto il limite di Sole, te lo fa sapere comunicando (wireless) con il tuo smartphone, e il gioco è fatto.

    Oltre che per proteggerci da fastidiose scottature, il congegno potrebbe dare un contributo sostanziale per la prevenzione dei danni a lungo termine, quelli che potrebbero indurre la pelle a sviluppare un melanoma.

    (Credit video: Science)

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    Il casco pieghevole che si può infilare nella borraccia della bicicletta


    Un cappellino da baseball per viaggiare sicuri quando si pedala. L’idea è firmata Park & Diamond, startup americana con base a Brooklyn, che ha sviluppato un caschetto che – al contrario dei tradizionali modelli, realizzati in plastica e schiuma –...

    Un cappellino da baseball per viaggiare sicuri quando si pedala. L’idea è firmata Park & Diamond, startup americana con base a Brooklyn, che ha sviluppato un caschetto che – al contrario dei tradizionali modelli, realizzati in plastica e schiuma – è costruito in un materiale composito che permette di piegare e arrotolare il casco, per poi riporlo nella borraccia della bicicletta.

    Non un semplice dettaglio, questo, considerato che secondo diverse ricerche sul tema la maggior parte dei ciclisti non indossa un elmetto perché scomodo da mettere e da portarsi dietro. 

    L’intuizione del modello da 226 grammi conforme agli standard di sicurezza statunitensi, canadesi ed europei è di due ex ingegneri di SpaceX, David Hall e Jordan Klein, e nasce in seguito all’incidente della sorella del primo che, in bici senza caschetto all’incrocio delle strade di Park e Diamond a Blacksburg (nello stato della Virginia), venne colpita da una vettura e finì in coma per quattro mesi, per poi fortunatamente riprendersi.

    Da qui la volontà di creare un elmetto portatile, comodo e sicuro ma anche elegante per attrarre quei ciclisti abituati a non usare protezioni per la testa. In questo senso il vantaggio del materiale brevettato da Park & Diamond è la maggior efficacia nell’assorbire e dissipare l’energia elastica rispetto ai caschetti standard, che si traduce in minori rischi di lesioni alla testa. 

    Forte di una grandiosa raccolta fondi su Indiegogo (più di 1,2 milioni di euro accumulati), il Foldable Bike Helmet si può ancora acquistare a quasi metà prezzo sulla stessa piattaforma di crowdfunding: bastano 89 dollari.    

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