Il Fatto Quotidiano

    Sicilia, Micciché viene eletto e detta l’agenda: “Rivedere l’Antimafia, no tagli agli stipendi. Dell’Utri in cella? Cattiveria”


    La detenzione di Marcello Dell’Utri è “inaudita cattiveria”, la commissione Antimafia regionale va rivista, gli stipendi dei dipendenti dell’Ars non si toccano ché “il marxismo ha fallito”. Così Gianfranco Micciché, deus ex machina...

    La detenzione di Marcello Dell’Utri è “inaudita cattiveria”, la commissione Antimafia regionale va rivista, gli stipendi dei dipendenti dell’Ars non si toccano ché “il marxismo ha fallito”. Così Gianfranco Micciché, deus ex machina dell’elezione di Nello Musumeci e plenipotenziario di Forza Italia in Sicilia, ha salutato la sua elezione a presidente dell’assemblea regionale, arrivata dopo una prima giornata di votazioni andata a vuoto e la seconda aperta dal caos in aula per il gesto di un deputato dell’Udc che ha mostrato la sua scheda già votata all’assessore alle Infrastrutture Marco Falcone.

    Neanche il tempo di ringraziare i 39 deputati che lo hanno votato, quattro dei quali del Pd, e Micciché ha dettato l’agenda dalla poltrona sulla quale si era già accomodato nel 2006, quando il governatore era Totò Cuffaro. Se cinque anni fa, da candidato presidente, aveva detto che era un errore intitolare l’aeroporto di Punta Raisi a Falcone e Borsellino, ai quali bisognava preferire “Archimede o altre figure della scienza, figure positive”, adesso uno degli obiettivi è “modificare” la commissione regionale Antimafia, guidata fino a poche settimane fa proprio da Musumeci, perché “così com’è non va”, ha spiegato annunciando di aver già chiesto a Claudio Fava la disponibilità a confrontarsi.

    Poi ha pregato i giornalisti di non “rovinare” la sua “giornata di felicità” con domande su Marcello Dell’Utri, difeso a spada tratta: “Nei suoi confronti c’è stata una cattiveria infinita. Sono stato zitto, perché mi hanno detto che dovevo essere votato ma ora parlo”, afferma Micciché. A suo avviso c’è stata “inaudita cattiveria” da parte “di qualcuno che si arroga il diritto di essere Dio” lasciando in carcere il fondatore di Forza Italia. “Una cosa insopportabile, non umanamente ma istituzionalmente”, aggiunge augurandosi che “questo Paese reagisca ma mi pare difficile”. Il tutto a neanche ventiquattr’ore dalla requisitoria dei magistrati nel processo Trattativa durante il quale i pm hanno spiegato che “Dell’Utri andò dai boss prima di creare Forza Italia”.

    Prima della lunga parentesi sul fondatore del suo partito, che sta scontando una condanna a 7 anni per concorso in associazione mafiosa, Micciché ha parlato di tagli e sprechi che “dovremo continuare ad eliminare, senza inseguire la demagogia“. Ma i dipendenti dell’Ars possono dormire sonni tranquilli:  “Nessuno mi chieda di tagliare gli stipendi”, ha tagliato corto. Il motivo? “Il mondo ha dichiarato da tempo l’insuccesso del marxismo: stipendi tutti uguali non ce ne possono essere, chi merita di più deve guadagnare di più”.

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    Gianluca Vichi, il ‘millenial’ Pd di Renzi dà ginocchiata all’arbitro: dopo bufera mediatica lascia la Direzione Dem


    Quella ginocchiata all’addome dell’arbitro che non aveva concesso un rigore alla sua squadra è costata cara a Gianluca Vichi, 21enne di Pesaro. Oltre ai due anni di squalifica con 500 euro di multa, il giovane ha dovuto lasciare il suo incarico...

    Quella ginocchiata all’addome dell’arbitro che non aveva concesso un rigore alla sua squadra è costata cara a Gianluca Vichi, 21enne di Pesaro. Oltre ai due anni di squalifica con 500 euro di multa, il giovane ha dovuto lasciare il suo incarico della Direzione Nazionale del Partito Democratico, di cui era membro come millenial. Dirigente di una squadra di calcio juniores di Pesaro, Vichi è finito sulle pagine dei giornali locali e nazionali per aver colpito con una ginocchiata all’addome l’arbitro durante una partita della sua squadra dopo un rigore negato. Una vicenda calcistica che è presto diventata anche un caso politico, dal momento che il giovane militante Dem era entrato nella Direzione Pd con la quota millenials promossa dal segretario Matteo Renzi.

    “In questi giorni il mio nome è apparso sulla stampa nazionale e locale per un gesto brutto che ho commesso in un campo di calcio di provincia durante una partita di calcio – spiega Vichi – Visto che sono gesti che non mi appartengono, da subito mi sono reso conto dell’errore e ho ammesso le mie colpe scusandomi umilmente con arbitro, società e partito. Pensavo che il caso potesse finire con le scuse, invece la stampa ha aperto un caso politico e un accanimento a mio avviso eccessivo che mi hanno fatto passare giorni pesanti soprattutto dal punto di vista umano. Proprio perché ho sempre messo davanti il bene del partito rispetto al destino personale – prosegue – , decido di compiere un gesto di responsabilità dimettendomi da componente della Direzione Nazionale con la promessa che il mio impegno nel Pd e nei Giovani Democratici prosegue con generosità e altruismo”.

    “Gli errori servono per crescere e sono sicuro che questa vicenda mi aiuterà a gestire ogni tipo di situazione che si presenterà davanti a me. Ma in questi giorni mi sono ricordato di avere una grande fortuna, ossia quella di essere circondato da persone vere che, nonostante abbiano condannato in maniera ferma e sacrosanta l’accaduto, mi hanno mostrato un affetto e una stima straordinari e alla comunità del Partito democratico a tutti i livelli devo solo dire grazie per la fiducia che mi ha dato e mi da” conclude il giovane esponente del Pd.

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    Consigli per gli ascolti, la meraviglia di Bianca D’Aponte

    Consigli per gli ascolti, la meraviglia di Bianca D’Aponte


    Eccoci al terzo appuntamento con i miei consigli per gli ascolti. Dopo Gerardo Pozzi e Carlo Valente oggi vi segnalo le canzoni e la poetica di Bianca D’Aponte. Purtroppo Bianca non c’è più. Se n’è andata nel 2003, a 23 anni; di lì a poco...

    Eccoci al terzo appuntamento con i miei consigli per gli ascolti. Dopo Gerardo Pozzi e Carlo Valente oggi vi segnalo le canzoni e la poetica di Bianca D’Aponte. Purtroppo Bianca non c’è più. Se n’è andata nel 2003, a 23 anni; di lì a poco avrebbe dovuto pubblicare il suo disco d’esordio con la Bmg. Ad Aversa – la sua città – dal 2005 esiste un premio che porta il suo nome, rivolto a sole cantautrici.

    Nei suoi brani si sente la necessità di essere profondi ma, contemporaneamente, di arrivare a più gente possibile, con un linguaggio trasversale che voglia spronare l’ascoltatore. Questi aspetti somigliano a ciò che qui ho chiamato “medietà in forma umana” per la poetica di Dario Brunori.

    Questa strada mediana è probabilmente una caratteristica propria della generazione di D’Aponte e Brunori – gli attuali trentacinquenni e quarantenni –, che, a differenza di quelle precedenti, non si è trovata un mondo con un passato difficile e un futuro roseo: il suo orizzonte era precisamente capovolto. Questo, nei casi migliori, si traduce in uno sforzo decuplicato, in una meraviglia da guadagnarsi con i piedi ben saldi nella realtà.

    Il mercato discografico stava cambiando radicalmente proprio quando questa generazione nasceva, a cavallo tra gli anni Settanta e gli Ottanta. Il mondo in cui hanno mosso i primi passi nella musica era già un percorso a ostacoli; soprattutto per la canzone d’autore, sembrava che la gente non volesse più ascoltare parole, non volesse più pensare. Ai discografici faceva comodo alimentare queste impressioni, gongolando l’alibi di poter promuovere forme musicali di maggior impatto e minor rischio.

    E così, la generazione di cantautori nata a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta arriva alla svolta del Millennio da ventenne col pelo sullo stomaco. I migliori traducono tutto questo in canzone, con brani diretti, dalla comunicazione confidenziale e dinamica. Bianca D’Aponte è una di queste, e nel suo caso questa urgenza non sacrifica mai l’aspetto metaforico e “poetico”. Rimane sempre in bilico, in un difficilissimo e scintillante equilibrio. Nelle sue canzoni non ci si perde mai.

    Nei brani si parla spesso di un mondo “altro”, che attraversa la ferma, marmorea e fiera convinzione che le canzoni non accadano in vano. Questo puntare alla realizzazione dell’approdo in un posto migliore, sempre ben piantato nel tempo che si vive, che indaga le possibilità pratiche per arrivare a un altrove sperato e fantastico, rappresenta una sorta di tensione paradossale, che potremmo chiamare poetica della pragmatica meraviglia.

    Irene Grandi, Mariella Nava, Petra Magoni, Paola Turci, Rossana Casale, Nada, Andrea Mirò sono solo alcuni dei nomi di artiste che hanno cantato le canzoni di Bianca. Uno dei momenti più felici è il brano Come Doroty, eseguito da Andrea Mirò: si canta una strada dorata e sognante, ma la si affronta con una energia che sposta le montagne, con una decisione di chi vuole determinare il proprio destino. Non c’è spazio per l’aria dimessa, non ce la si può permettere.  

    Alcune canzoni di Bianca D’Aponte descrivono la meraviglia del disegno della vita, al di là delle apparenze e delle brutture del quotidiano: solo che questo stupore bisogna andarselo a cercare. Succede nel brano Ma l’amore no, qui cantato da Cristina Donà:

    “Ma l’amore no/ l’amore esiste, lo so./ L’amore/ non nomina in vano il suo nome/
    […] Hai dentro gli occhi una gioia negata/ e mi chiedo se l’hai più cercata”.

    Anche nel pieno dell’invenzione artistica, come in Canto di fine inverno, posto in un tempo imprecisato e senza riferimenti al contingente, la cantautrice campana alterna l’indole sognante allo sprone a cui la realtà ti chiama, che è vitalità e intraprendenza, scintilla vitale dal temperamento pragmatico:

    “Verrebbe voglia di stare a sognare” è vero, ma “non ti fermare,/ non perdere tempo,/ paga il tuo pegno e corri nel vento”.

    Chiudo, mi sia concesso, con la mia registrazione video di quest’ultima canzone, fatta a Barcellona in occasione del Bianca D’Aponte International. Qui la voce di Bianca è accompagnata dalla magistrale chitarra di Fausto Mesolella, direttore artistico della manifestazione fino a che il buon Dio gliel’ha concesso. Mi scuso per la scarsa qualità dell’audio, ma il video è una testimonianza in cui il testo della canzone rispecchia incredibilmente ciò che stava succedendo in quel momento, con la voce e le parole della cantautrice e le note del chitarrista.

    Basta ascoltare le ultime parole del brano:

    “Poi non si sono più visti e incontrati/ ma quella notte li aveva cambiati./
    Tutto l’amore possibile al mondo/ l’hanno imparato in un solo secondo”.

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    Liberi e Uguali, Gino Strada: “Usino più persone quelle due parole. Europa? Meschina e gretta, non le importa destino migranti”


    “Liberi e Uguali? Queste due parole fanno parte della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Non c’è nessun copyright da parte di nessuno. Anzi, le usassero più persone, più organizzazioni, più istituzioni: se la ricordassero questa cosa di...

    “Liberi e Uguali? Queste due parole fanno parte della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Non c’è nessun copyright da parte di nessuno. Anzi, le usassero più persone, più organizzazioni, più istituzioni: se la ricordassero questa cosa di liberi e uguali in dignità e in diritti“. Sono le parole del fondatore di Emergency, Gino Strada, ospite di Propaganda Live, su La7. Il medico risponde a una domanda del conduttore Diego Bianchi circa la somiglianza del simbolo della coalizione di sinistra capeggiata da Pietro Grasso e la campagna di Emergency del 2012: “Non c’è nessun plagio. La Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo è uno dei più alti punti del pensiero nella storia dell’umanità”. Sulla legge sul biotestamento, osserva: “Era ora. In Italia purtroppo siamo abituati a far passare per delle conquiste epocali delle cose che sono veramente il minimo indispensabile“. Inevitabile il tema dei migranti e delle Ong: “Ho trovato una uniformità di pensiero deprimente da parte di tutte le forze politiche. Riguardo alla politica del ministero dell’Interno, noi di Emergency l’abbiamo definita ‘un atto di guerra contro i migranti’, perché è davvero un atto di guerra. Poi ovviamente si costruiscono ulteriori bugie, come l’esprimere soddisfazione per i risultati straordinari raggiunti. E quale sarebbe il risultato straordinario? Il fatto che siano arrivati meno migranti”. E rincara: “Sarebbe questo il grande risultato? A prescindere dal fatto che queste persone stiano bene o siano state massacrate o stuprate o imprigionate? L’interesse di questa Europa gretta e meschina è che non arrivino più i migranti. L’interesse non è che muoiano o che soffrano, ma che non ci rompano più le palle. Noi, nella nostra grandissima intelligenza politica alla Minniti, pensiamo di poter fermare l’immigrazione. Ecco, direi di alzare il tiro: facciamo in modo che il sole non sorga più per due mesi. Questi sono pazzi”. Strada chiosa: “C’è stata una campagna diffamatoria contro le Ong, campagna in cui si vuole criminalizzare le organizzazioni semplicemente perché vogliono salvare qualcuno. Ma il criminale è chi non vuole salvare qualcuno”

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    Vladimir Putin vola così, ecco la scorta che non lo molla mai


    La scorta aerea di Vladimir Putin: due caccia multiruolo Sukhoi Su-30 non perdono mai di vista l’aereo presidenziale durante il volo verso la base aerea di Khmeimim, in Siria.   L'articolo Vladimir Putin vola così, ecco la scorta che non lo molla mai...

    La scorta aerea di Vladimir Putin: due caccia multiruolo Sukhoi Su-30 non perdono mai di vista l’aereo presidenziale durante il volo verso la base aerea di Khmeimim, in Siria.

     

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    Sanremo 2018, Pelù: “Un festival che sembra il Primo Maggio. Manca il metal, ma a compensare c’è Ermal”


    “Mi sembra di essere al Primo Maggio“. Piero Pelù commenta così il cast dei 20 big scelti da Claudio Baglioni, neo direttore artistico, per il prossimo festival di Sanremo. “Mi sembra che sia variegato, che ci siano tutti i generi. Manca il...

    “Mi sembra di essere al Primo Maggio“. Piero Pelù commenta così il cast dei 20 big scelti da Claudio Baglioni, neo direttore artistico, per il prossimo festival di Sanremo. “Mi sembra che sia variegato, che ci siano tutti i generi. Manca il metal, ma a compensare c’è Ermal”, scherza il rocker fiorentino che ieri era nella giuria di Sarà Sanremo, il programma che ha scelto gli 8 giovani che si sfideranno tra le nuove proposte. “Il festival di quest’anno sarà speciale per qualità, per nomi, per voci, per penne che scrivono”, aggiunge.

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    Quattro mezze cartelle / 16: Dall’Australia a Zero


    Quattro mezze cartelle, proposta numero 16. Buona lettura e buon Natale, se non dovessi postare da qui al 24. Per informazioni su come inviare estratti di romanzi, racconti o poesie (no saggistica) leggete questo post, grazie. Dall’Australia a Zero....

    Quattro mezze cartelle, proposta numero 16. Buona lettura e buon Natale, se non dovessi postare da qui al 24. Per informazioni su come inviare estratti di romanzi, racconti o poesie (no saggistica) leggete questo post, grazie.

    Dall’Australia a Zero. Una raccolta di storie mal cominciate

    di Raffaella Zinelli

    Incipit

    Quello che segue è un inventario di uomini, un esercizio d’ironia per alleggerire un po’ tutta questa caterva di storie sfigate del mio passato e magari riuscire a capirci qualcosa, semmai fosse possibile. L’idea è nata in un pomeriggio di quasi estate con un’amica, all’ennesimo nome strampalato che ho tirato fuori dal mio repertorio. Perché la cosa che salta subito agli occhi – è veramente assurda ma anche comica – è che questi uomini hanno più o meno tutti dei nomi tremendi, oppure dei cognomi imbarazzanti dove è tutta questione di accenti mal riposti, vuoi per la provenienza geografica vuoi per il karma familiare, e tutto questo da quando ho quindici anni. Incredibile. Mi piacerebbe molto trascriverli tali e quali, ma dubito sia possibile. Non sia mai che un domani uno di questi svitati si rigiri il libro tra le mani e mi denunci. Se invece taccio sul nome potrebbe rassegnarsi a pensare che mi sto probabilmente riferendo a qualcun altro.

    P.s.: Sono buffi gli uomini, a volte sembra abbiano il ciclo al posto nostro. Comunque hanno il merito di farci ridere e riflettere. Come se non ci arrovellassimo già abbastanza il cervello. Ma andiamo con ordine, anzi in ordine alfabetico.

    P.s. bis: Qualcosa è vero al cento per cento, qualcosa è vero solo al cinquanta, e qualcosa è inventato di sana pianta. Buona lettura.

    Brano scelto

    L’australiano

    È il primo che apre questa lista in quanto la A è la prima lettera dell’alfabeto. Non ci sono altri motivi, né di ordine temporale né di importanza. Lo stesso criterio vale per tutti gli altri. Innanzitutto la stranezza di questa storia è che l’australiano, di Sydney, decise di trasferirsi proprio qui, in una città di mare microscopica con strade larghe al massimo per un camion. Ma è anche vero che qui vive il padre, conosciuto a malapena quando era piccolissimo.

    Fisicamente era affascinante, alto e piazzato. Un gran parlatore, purtroppo però solo in inglese, quindi ho fatto una fatica bestia per instaurare con lui dei discorsi che avessero un senso e che andassero al di là del cosa fai nella vita e che tempo fa. Era un notevole bevitore. Mi raccontava che prima di uscire con me puntualmente si era già scolato una bottiglia di vino. Amava il bianco, ma anche con il rosso non scherzava. Sembrava sempre di buon umore (e te credo a forza di bere) e che stesse volentieri in mia compagnia.

    Avevamo fatto qualche uscita romantica e mi aveva portato in posti che non conoscevo. Tra di noi ci sono stati solo baci e chiacchierate, a volte davvero fluide, quando la mia parlata di punto in bianco prendeva il decollo e mi sentivo con l’inglese nel Dna, impressione un tantino azzardata, lo so, ma questa situazione mi galvanizzava, era una cosa figa.

    Mi piaceva pensare che non fosse rilevante parlare tutti e due la stessa lingua, che importanza aveva, si arriva ugualmente a capirsi. Ma ho cambiato idea molto presto. Mi sono resa conto di come fosse impossibile comunicare tutte quelle sfumature che colorano i discorsi, mi sono sentita imbrigliata in un linguaggio limitato e in argomenti stretti. Mi mancava la libertà di usare la meraviglia delle parole come avrei voluto.

    Quarta di copertina

    Una raccolta di storie con uomini strampalati raccontate in prima persona e sotto forma di rubrica. Si procede infatti in ordine alfabetico, dalla A alla Z (l’australiano, il bassista, il cinofilo, il direttore d’albergo ecc ecc). “Aveva poi la tendenza a parlare in continuazione e a dire sempre le stesse cose. Le solite frasi sul mondo, la pace, la povertà e le donne. Non so perché lo ascoltavo. Forse perché ogni volta mi illudevo che aggiungesse qualcosa di nuovo, e invece no. Se poi parlavo io, la sua attenzione durava pochi secondi stecchiti e m’interrompeva”.

    Tra ironia e spunti di autoriflessione, una rassegna di uomini strambi, inventati o realmente esistiti. La conclusione, con Zero, lascia in sospeso perché è l’unica situazione che non si sa come andrà a finire. Più o meno tutti i protagonisti delle storie sono accomunati dal fatto di sparire senza dare spiegazioni.

    L’autore

    Mi chiamo Raffaella Zinelli, ho 37 anni e vivo a Livorno. Sono un’educatrice precarissima che ha ritrovato la voglia di scrivere nel momento in cui ha scoperto il buddismo, sette anni fa. Questo è il mio terzo romanzo, inedito come tutti gli altri (il quarto è in corso). Ma non mollo. Scrivere mi fa sentire viva e in questo terzo libro mi sono voluta prendere una rivincita su tutti gli uomini sconclusionati del mio passato.

    [email protected]

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    Banche, Padoan poi Visco e Ghizzoni. Dopo Boschi Commissione vira su Renzi. L’allarme di Palazzo Chigi e del Colle


    Il ministro Padoan, poi Visco e Ghizzoni. La settimana che si apre, con quel trittico di audizioni, rischia di far deflagrare del tutto il clima politico intorno al tema banche e di consacrare ad arena politica la stessa commissione in Senato chiamata a...

    Il ministro Padoan, poi Visco e Ghizzoni. La settimana che si apre, con quel trittico di audizioni, rischia di far deflagrare del tutto il clima politico intorno al tema banche e di consacrare ad arena politica la stessa commissione in Senato chiamata a far luce sui dissesti del credito. Con buona pace delle raccomandazioni ormai quotidiane del suo presidente, Pier Ferdinando Casini. Se l’audizione del ministro dell’Economia Padoan di lunedì sarà improntata a una difesa scontata e totale di Maria Elena Boschi – dopo la settimana di passione innescata dalle rivelazioni di Consoli sulla sua presenza a un vertice su Banca Etruria a casa del padre – con Visco si apre uno scenario di preoccupazioni che scala di livello e alza la temperatura perché, secondo ricostruzioni di stampa, chiamerebbe in causa Matteo Renzi e le ombre su un interventismo mai acclarato del governo che guidava quando i vertici della “amica Etruria” venivano destituiti. Da giorni lo snodo della vicenda è individuato attorno a chi effettivamente staccò la spina all’istituto procedendo al commissariamento. Siamo stati noi, dice Renzi. Macché, il governo ha solo ratificato una decisione di Bankitalia è la pronta risposta che l’opposizione fornisce, atti alla mano. La Stampa e pure il Corriere della Sera accreditano una fortissima preoccupazione negli ambienti politici vicini all’ex premier, nel governo e perfino al Quirinale per quel che potrà dire Ignazio Visco opportunamente pungolato dalle opposizioni che non hanno alcuna intenzione di abbandonare la linea del redde rationem per Boschi e Renzi. Che dal punto di vista dei contatti informali e delle sfere di influenza ci sia ancora molto da scoprire lo rivela, del resto, un dettaglio emerso nei giorni scorsi: a dare alla Boschi il numero uno di Consob Vegas fu Denis Verdini. Ai tempi del Nazareno. Di più, l’ex numero uno dell’istituto di credito veneto Consoli davanti alla commissione ha confermato lo scoop del Fatto Quotidiano del 2014: il summit di Arezzo ci fu, la Boschi c’era eccome anche se non disse nulla. Non solo. Dall’audizione di Consoli torna il nome dell’ex ras di Forza Italia che da Veneto Banca, nonostante i conti sballati, ottenne un prestito da 7,6 milioni di euro garantito da Berlusconi.

    INCOGNITA VISCO – Il timore è che a lanciarle nuove schegge possa essere propri Ignazio Visco fa tremare Palazzo Chigi e Quirinale. Qui la Stampa spiega che tutto si gioca su un imprevedibile quanto sottile equilibrio. Visco è appena stato confermato contro il volere di Renzi, che lo addita come sommo responsabile della mancata vigilanza, ma il suo ruolo istituzionale e la stessa circostanza potrebbero indurre il governatore a un profilo basso. Dall’altro proprio l’ansia di andare a fondo su Renzi e Boschi di Forza Italia e M5S potrebbe offrigli l’alibi per quei sassolini dalle scarpe che forse medita da tempo di levarsi. Di sicuro l’autorevolezza del protagonista e la qualità delle sue dichiarazioni potrebbero segnare una svolta nell’affaire-banche: in un senso o nell’altro.

    IL MATCH CON GHIZZONI – Ma il giorno dopo c’è nuova benzina infiammabile. Mercoledì, sempre in Commissione Banche, è in programma un’altra audizione ad alta tensione, che sembra destinata ad accendere nuove braci per il caso-Boschi. Verrà ascoltato l’allora amministratore delegato di Unicredit Federico Ghizzoni. Se l’ex ad dovesse confermare l’interessamento della Boschi per le sorti della Banca Etruria, come scritto in un suo libro Ferruccio De Bortoli, sarà interessante approfondire se quel “raccomandarsi” riguardasse diversi istituti di credito in difficoltà o soltanto quello caro alla ministra. Il tam-tam che accredita questa seconda versione è tutto da verificare, ma – mette nero su bianco La Stampa – “se davvero questa fosse la testimonianza di Ghizzoni, a quel punto, si visualizzerebbe simbolicamente una sorta di “giro d’Italia”, con protagonista Maria Elena Boschi, allo scopo di salvare la Banca guidata (anche) dal suo babbo”.

    I TORMENTI DI MARIA ELENA – Una rappresentazione che ormai sembra fissata nella pietra che affonda il consenso elettorale del Pd, accreditato al 20% secondo sondaggi ben poco graditi al I Nazareno. Che minoranze e non renziani dem imputano proprio all’affaire banche e alla figura della Boschi. Non a caso anche la sua candidatura in questi giorni è oggetto di una sorta di giro d’Italia. E’ stata difesa a spada tratta da Renzi ma secondo i retroscena di diversi quotidiani ormai si fa ineludibile la richiesta di non farla correre in un collegio chiave, come la Toscana, dove Renzi per altro punta ancora a un risultato pieno. Potrebbe essere allora il Trentino, secondo il Corriere, dove fa le vacanze e avrebbe stretto ottime relazioni col parito locale. Niente affatto, è l’altra voce della partita: bisogna candidarla ad Arezzo proprio per dimostrare che non ha nulla da nascondere.

    CASINI MONITA – Ha molto da ripetere, nel frattempo, Pier Ferdinando Casini che fin dalla prima seduta ripete che la Commissione che presiede ricorre al mantra per cui “la commissione non si deve trasformare in una piazza elettorale”. Ancora oggi Casini ha difeso la Boschi parlando di “veleno elettorale” e definendo “del tutto marginale” la vicenda se non fossimo in campagna elettorale.

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    Boschi, Gotor e D’Attorre: “Dimissioni? Un bene per il centrosinistra. Ma è imbullonata alla poltrona”


    “Io sono qua per il programma e mi occuperò di questo tema, grazie”. Pietro Grasso, leader di Liberi e Uguali e Presidente del Senato, intervenuto all’Hotel Quirinale, dove si stanno svolgendo i tavoli tematici per il programma di Liberi e Uguali,...

    “Io sono qua per il programma e mi occuperò di questo tema, grazie”. Pietro Grasso, leader di Liberi e Uguali e Presidente del Senato, intervenuto all’Hotel Quirinale, dove si stanno svolgendo i tavoli tematici per il programma di Liberi e Uguali, non commenta il caso Boschi, riesploso dopo le rivelazioni di Vegas e di Consoli in Commissione banche. Lo fanno Miguel Gotor e Alfredo D’Attorre. Per il Senatore Gotor: “Il Pd ha detto che il Maria Elena Boschi ha chiarito? Questo non ci convince perché c’è un conflitto d’interesse oggettivo, che avrebbe dovuto consigliare alla Boschi maggiore prudenza. Non è attaccata alla poltrona? E’ proprio imbullonata. Sarebbe stato politicamente utile al centrosinistra italiano, dopo il 4 dicembre, stante il conflitto d’interessi tra la Banca Etruria e la sua situazione personale e famigliare, se avesse fatto un passo indietro. Evidentemente non ha potuto farlo, perché credo – sostiene Gotor – che da membro del governo Gentiloni, avrebbe potuto difendersi in maniera più potente. Invece questo si sta trasformando per lei e per il Pd in un boomerang con la commissione Banche che si sta diventando la Commissione Boschi e a questo proposito sarebbe molto utile che il sottosegretario venisse in Commissione Banche ad esprimere il suo punto di vista. Qui non è questione di stenografico, di verbi e avverbi, il punto è che il conflitto d’interesse è un nodo e una questione che troviamo nel cuore del Partito Democratico a trazione renziana. E’ un problema grande come una casa”.

    “Non c’è da parte nostra nessuna ostilità nei confronti della Boschi – afferma Alfredo D’Attorre – il problema è il suo macroscopico conflitto d’interesse che avrebbe dovuto portare a dimettersi già da molto tempo. Quello che è più rilevante è la decisione di Partito Democratico, a partire da Gentiloni che dicono ‘ha chiarito e sarà ricandidata‘ dimostrando una scelta in continuità totale con gli ultimi quattro anni e che dimostra che chi si candida in alleanza con Il Pd non sosterrà una inesistente discontinuità di Gentiloni, ma si candida per rilanciare il ‘Giglio magico’ Renzi, Boschi Lotti, che rappresentano il nucleo di comando inscalfibile dei dem”.

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    Sicilia, Gianfranco Micciché è il nuovo presidente dell’Ars con 4 voti dal Pd: “No taglio degli stipendi, marxismo ha fallito”


    Qualcuno, alla buvette, si è lasciato scappare la più maligna delle battute: “Ma siamo sicuri che possiamo parlare di numero legale?”. Sì, perché, quella cominciata ieri non è certamente una delle legislature più tranquille a Palazzo dei...

    Qualcuno, alla buvette, si è lasciato scappare la più maligna delle battute: “Ma siamo sicuri che possiamo parlare di numero legale?”. Sì, perché, quella cominciata ieri non è certamente una delle legislature più tranquille a Palazzo dei Normanni. La nuova Assemblea regionale siciliana è stata scossa dalle inchieste giudiziarie già subito dopo le elezioni del 5 novembre: all’insediamento si sono presentati sette neo consiglieri già sotto indagine. Un dettaglio che non ha frenato la scalata di Gianfranco Micciché alla poltrona più alta del parlamento siciliano seppur con il ritardo di qualche ora dopo la fumata nera di ieri e la bagarre scatenatasi in aula per il voto mostrato dal deputato Udc Giovanni Bulla all’assessore Marco Falcone.

    Il luogotenente isolano di Silvio Berlusconi è stato eletto presidente dell’Ars con 39 voti grazie al fondamentale sostegno dei due deputati Nicola D’Agostino e Edmondo Tamajo di Sicilia Futura e, secondo quanto risulta a ilfattoquotidiano.it, di quattro esponenti del Pd di area renziana. La maggioranza di centrodestra, infatti, poteva contare su 35 voti, ma in due hanno votato per Fava e Tancredi. La ‘stampella’ è arrivata, quindi, da alcuni degli undici deputati dem. Un vero e proprio tradimento della linea politica decisa dal gruppo Pd: “I conti si fanno in fretta, il Pd ha 11 deputati e il nostro candidato ha raccolto 7 voti: ci sono stati quattro utili idioti. Mi spiace e sono amareggiato per quello che è successo – ha detto il deputato del Pd, Antonello Cracolici – qualcuno ha voluto fare il soccorritore di un vincitore preventivo che ce l’ha fatta comunque a prescindere da questi voti che evidentemente sono stati ininfluenti ai fini dell’elezione”. “Prendiamo atto – ha concluso Cracolici – anche alla luce del voto dei deputati di Sicilia Futura che il centrosinistra non ha tenuto la barra”.

    Il neo presidente ha salutato la sua elezione annunciando: “Nessuno mi chieda di tagliare gli stipendi dei dipendenti dell’Ars”. Risparmi sì e taglio degli sprechi, “ma non lo farò a scapito del funzionamento di questa Assemblea: non ha senso tagliare cento se poi quel taglio mi fa spendere duecento – ha affermato – Ma il mondo ha dichiarato da tempo l’insuccesso del marxismo: stipendi tutti uguali non ce ne possono essere, chi merita di più deve guadagnare di più”.

    Micciché aveva già ricoperto l’incarico nel 2006, quando il governatore era Totò Cuffaro. Altri tempi, verrebbe da dire, se non fosse che in realtà in Sicilia tutto sembra essere tornato indietro esattamente di un decennio. L’ex ministro, infatti, incassa l’elezione a presidente dell’Ars dopo essere stato il vero uomo immagine della vittoria del centrodestra. Nello Musumeci non avrebbe mai potuto vincere le elezioni senza l’exploit di Forza Italia, diventato il secondo partito dell’isola dopo il Movimento 5 Stelle. Il 29 novembre, il neo presidente aveva nominato i suoi assessori, facendo rientrare in giunta diversi ex di Raffaele Lombardo e Totò Cuffaro.

    In anticipo rispetto alle nomine erano arrivate le grane giudiziarie per la maggioranza. Cateno De Luca dell’Udc è stato il primo: gli hanno dato gli arresti domiciliari (revocati dopo 15 giorni) per evasione fiscale ma ha contribuito alla vittoria di Musumeci – e lo ha rivendicato più vote – con 5.418 preferenze. Meno clamorosa l’indagine per peculato su un ente gestito fino a luglio da Tony Rizzotto, primo consigliere regionale eletto dalla Lega in Sicilia con 4.011 voti. Diverso è il caso di Riccardo Savona, tornato all’Ars con Forza Italia grazie a 6.554 elettori ma subito accusato di truffa e appropriazione indebita dalla procura di PalermoPoi c’è voluto un servizio delle Iene per fare aprire un’indagine dalla procura di Catania: una donna ha raccontato di avere ricevuto una offerta di 50 euro in cambio del voto per il candidato di Forza Italia, Antonio Castro, non eletto nonostante abbia portato alla coalizione 1.437 voti. Quindi è stata la volta di Genovese junior: è il quarto consigliere eletto dal centrodestra a finire sotto inchiesta a 18 giorni dalle elezioni, il quinto se si considera che nel centrosinistra Edy Tamajo si è visto recapitare un avviso di garanzia per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione elettorale.

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    Canada, trovati morti in casa il miliardario Barry Sherman e la moglie. La polizia: “caso sospetto”


    Barry Sherman, fondatore del gigante farmaceutico Apotex, e di sua moglie Honey sono stati trovati morti venerdì nella loro villa, in un esclusivo quartiere nella zona nord di Toronto, in Canada. I cadaveri della coppia si trovavano nel seminterrato...

    Barry Sherman, fondatore del gigante farmaceutico Apotex, e di sua moglie Honey sono stati trovati morti venerdì nella loro villa, in un esclusivo quartiere nella zona nord di Toronto, in Canada. I cadaveri della coppia si trovavano nel seminterrato della casa, che gli Sherman avevano messo in vendita: a dare l’allarme poco prima di mezzogiorno ora locale è stato un agente immobiliare che era andato nell’abitazione per prepararla in vista di una ‘open house’ con un gruppo di potenziali acquirenti. Un portavoce della polizia della città canadese, l’agente David Hopkinson, ha dichiarato in una conferenza stampa che “le circostanze della loro morte sembrano sospette e le stiamo trattando in questo modo”.

    La polizia ha anche specificato che nella villa non c’erano segni di effrazione e che ancora non si conoscono le cause del decesso. Gli inquirenti, in un primo momento, non avevano fornito l’identità dei due defunti: a dare la notizia che si trattava proprio dei coniugi Sherman è stata l’Apotex, l’azienda farmaceutica di loro proprietà. La società ha fatto sapere in una dichiarazione che “tutti in Apotex sono profondamente scioccati e rattristati da questa notizia e i nostri pensieri e le nostre preghiere sono per la famiglia”.

    Fondatore del gigante dei farmaci generici Apotex, Barry Sherman era uno degli uomini più ricchi del Canada, con una fortuna di 3,2 miliardi di dollari, secondo la stima di Forbes. Genitori di quattro figli, con un nipotino appena nato, Barry e Honey Sherman, 75 e 70 anni, avevano appena messo in vendita la loro casa per 6,9 milioni di dollari. Attualmente, la società è il più grande produttore farmaceutico canadese e produce più di 300 farmaci generici. Sia Barry Sherman che Apotex sono stati coinvolti in recenti contenziosi giudiziari con parenti e altre aziende farmaceutiche negli ultimi anni. Anche il premier canadese Justin Trudeau ha espresso il suo cordoglio per la morte della coppia con un messaggio su Twitter e anche il ministro della Sanità dell’Ontario, Eric Hoskins, ha fatto le sue condoglianze sul social network.

     

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    M5s, Lombardi: “Gasparri candidato presidente Regione Lazio? Non lo distinguo dall’imitazione di Marcorè”


    “I candidati alla presidenza della Regione Lazio? Non c’è uno che io tema particolarmente. Circola il nome di Gasparri? Gasparri è Gasparri. Io a volte non lo distinguo neanche dall’imitazione di Neri Marcorè. Questa candidatura si...

    “I candidati alla presidenza della Regione Lazio? Non c’è uno che io tema particolarmente. Circola il nome di Gasparri? Gasparri è Gasparri. Io a volte non lo distinguo neanche dall’imitazione di Neri Marcorè. Questa candidatura si qualificherebbe da sola”. Così ai microfoni di Ecg Regione (Radio Cusano Campus) Roberta Lombardi, candidata M5S alla presidenza della Regione Lazio, si esprime sui suoi probabili competitor. E si pronuncia anche sul sindaco di Amatrice, Sergio Pirozzi, anch’egli candidato: “Per ora so che c’è una specie di autocandidatura. Viene sponsorizzata da Storace, che è uno dei maggiori artefici dell’attuale situazione della sanità laziale. Ma, ripeto, non è una candidatura, è una autocandidatura“. Poi puntualizza: “Da cittadina laziale, temo centrodestra e centrosinistra per la loro assoluta dannosità. Lo abbiamo visto nell’alternanza perfetta delle ultime quattro elezioni. La situazione del governo di questi signori della nostra regione è sotto gli occhi di tutti. Mi fa paura la possibilità che queste persone possano ancora una volta mettere le mani sulla nostra regione”. Lombardi, infine, sottolinea la priorità nel suo programma: “Voglio abbattere le liste d’attesa nella sanità. Bisogna prendere subito provvedimenti e andare a regime entro un anno. Le liste sono una piaga e incidono anche sui tempi d’attesa nel pronto soccorso”

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    L’assurda ricetta di Calenda, ridurre la dipendenza dalle fonti fossili con Tap e altro gas


    di Andrea Boraschi  Baumgarten an der March è una località austriaca, snodo centrale in Europa per i flussi di gas che provengono dalla Russia. Il 12 dicembre a Baumgarten è esploso un impianto di distribuzione di metano. Decine di feriti e un...

    di Andrea Boraschi 

    Baumgarten an der March è una località austriaca, snodo centrale in Europa per i flussi di gas che provengono dalla Russia. Il 12 dicembre a Baumgarten è esploso un impianto di distribuzione di metano. Decine di feriti e un morto, il triste bilancio dell’incidente.

    Come immediata conseguenza dell’esplosione è stato chiuso il Trans Austria Gas Pipeline che porta il gas russo in Italia attraverso il Tarvisio. La dipendenza di gas da Mosca è aumentata nel tempo, e oggi rappresenta il 41,3 per cento del nostro import di metano. Carlo Calenda lo ha scritto fin dalle bozze della nuova Strategia energetica nazionale. “Nel caso di una sospensione totale e prolungata delle importazioni dalla Russia (ad esempio blocco o incidente rilevante dei gasdotti che attraverso Ucraina, Slovacchia ed Austria portano il gas in Italia), è molto difficile ipotizzare di poter approvvigionare circa 27/30 miliardi di metri cubi da fonti di approvvigionamento diverse, anche accettando un sensibile innalzamento dei prezzi”.

    E in effetti l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, a commento della notizia dell’incidente, ha parlato subito di prezzi. Che si sono alzati realmente, e all’istante. A poche ore dall’esplosione in Austria, il ministero dello Sviluppo economico aveva già fatto scattare lo stato d’emergenza per il nostro sistema energetico. E Calenda ha rimarcato: “Se avessimo il Tap, non dovremmo dichiarare l’emergenza per questa mancanza di fornitura”. Un clima di allarme si è diffuso.

    Snam ha rassicurato tutti: nessun rischio di tenuta per il sistema energetico italiano (che per il 35 percento va a gas), definito tra “i più sicuri al mondo” grazie alla “diversificazione delle fonti di approvvigionamento”. Il contrario di quanto affermato dal ministro. Ma questa rassicurazione non è bastata. Si sono invece imposti due argomenti: l’Italia rischia di rimanere al freddo, con i termosifoni spenti e senza elettricità; se ci fosse il Tap (come ricorda pure Descalzi) il problema sarebbe risolto.

    L’allarme è durato poco. In serata i tubi del Tarvisio trasportavano nuovamente gas. Perché tanto rumore per nulla? Siamo forse di fronte a un inutile “procurato allarme”, o a una qualche forma di turbativa del mercato? O c’è altro?

    Due cose saltano agli occhi. Una la dice Calenda stesso: “Dobbiamo avere più fonti di gas, che è la grande energia di transizione, visto che noi usciremo dalla produzione a carbone di energia elettrica, entro il 2025”. Quindi un punto è comunque chiarito. Il phase out del carbone, il passaggio cui ogni economia matura tende per sviluppare appieno le rinnovabili e l’efficienza energetica, in Italia è un traguardo che serve invece all’affermazione del gas.

    La seconda questione è tutta per il Tap, panacea di ogni insicurezza energetica. L’obiettivo della nuova condotta è diversificare le rotte d’importazione del metano, riducendo soprattutto la dipendenza dalla Russia. Ma le riserve dell’Azerbaijan, il grande serbatoio che dovrebbe rifornire il Corridoio Sud di cui il Tap è parte, potrebbero essere molto meno abbondanti di quanto stimato (come evidenziato da un gruppo di studiosi della Oxford University, ad esempio); e per contro, in virtù di quanto stanno facendo la Turchia (con il Turkish Stream) e la Grecia (con un accordo con Gazprom), potrebbero infine riempirsi di gas… russo. Con buona pace della “diversificazione delle fonti”.

    Il “sogno fossile” dell’Italia hub del gas europeo, poi, somiglia molto a una chimera: la prima a non volerlo è la Germania, che ha appena deciso il raddoppio del North Stream che la collega direttamente alla Russia. Al momento l’Italia ha già una capacità di importazione di gas doppia rispetto ai consumi, in calo da tempo e per i quali non si prevede alcuna impennata. Ai prezzi del gas attuali e prevedibili, il mega-investimento necessario per finanziare il Tap (che la Banca Europea per gli Investimenti continua a tenere in sospeso) potrebbe non essere sostenibile economicamente. L’ennesima iniziativa fossile che prima o poi finirà in bolletta?

    Nel Salento, dove la realizzazione del Tap ha militarizzato un ampio territorio, si sono consumate nel mentre scene di repressione del dissenso, verso quest’opera, indegne di un Paese democratico. Forse tutto questo insensato allarme serve a giustificarle? O a dare un senso a una strategia altrimenti insensata, quella di chi ha un problema di dipendenza (energetica) e lo risolve predisponendo nuove infrastrutture per confermare questa dipendenza e continuando a tenere al palo le sole fonti – quelle rinnovabili – che potrebbero emancipare l’Italia dall’import di fossili?

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    Lega, Fava: “Berlusconi-Salvini? Vista la legge elettorale alla fine troveranno un accordo”


    “Berlusconi sbaglia, è evidente che avendo condiviso questa legge elettorale una soluzione la debbano trovare, non credo che gli insulti reciproci portino da nessuna parte. Realisticamente credo che alla fine troveranno un’intesa, queste scaramucce...

    “Berlusconi sbaglia, è evidente che avendo condiviso questa legge elettorale una soluzione la debbano trovare, non credo che gli insulti reciproci portino da nessuna parte. Realisticamente credo che alla fine troveranno un’intesa, queste scaramucce non portano nulla di buono. E’ chiaro che c’è in corso una battaglia per la leadership all’interno dello schieramento. Sta succedendo quello che è sempre successo nella storia, le scaramucce tra Bossi e Berlusconi sono state anche più pesanti”. Così Gianni Fava a margine dell’evento MiTo presso il Circolo della Stampa di Torino.

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    Elezioni, Mastella resuscita l’Udeur con Pomicino e Cesa: “Senza di noi il centrodestra non arriva al 40%”


    Il Sindaco di Benevento Clemente Mastella rilancia l’Udeur in formato 2.0 e lo fa insieme con gli ex Dc Paolo Cirino Pomicino e Lorenzo Cesa (oggi segretario nazionale Udc). Da Napoli l’ex Guardasigilli è chiaro sul posizionamento politico in vista...

    Il Sindaco di Benevento Clemente Mastella rilancia l’Udeur in formato 2.0 e lo fa insieme con gli ex Dc Paolo Cirino Pomicino e Lorenzo Cesa (oggi segretario nazionale Udc). Da Napoli l’ex Guardasigilli è chiaro sul posizionamento politico in vista delle prossime elezioni. “Senza di noi il centrodestra non va da nessuna parte, non arriverà al 40% e senza il 40% non si governa. E’ chiaro che questa legge elettorale favorisca i vari Mastella e noi dobbiamo mettere insieme le varie isole democristiane facendole diventare un arcipelago. Noi puntiamo a rendere compatibili le esigenze di un Mezzogiorno molto trascurato e al tempo stesso puntiamo a una riproposizione del sistema ‘Giustizia’ che – prosegue Mastella – non ha bisogno di una mano di vernice come in tanti anni si è verificato, ma di una rivoluzione copernicana rendendo ai cittadini una prestazione da umanesimo giudiziario che oggi non c’è. Le lungaggini e i ritardi con cui arrivano le sentenze sono fonti di un’ingiustizia palese”. Infine commenta anche il caso Boschi. “Esiste l’Istituto delle dimissioni e la Boschi era doveroso si dimettesse in una vicenda come questa. Ma è evidente che l’istituto delle dimissioni appartiene solo alla Dc, io mi sono dimesso e Cossiga si dimise”.

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    Parkinson, “scoperte le molecole che sabotano il sistema nervoso”


    Sarebbero dei piccoli aggregati proteici i responsabili del morbo di Parkinson: l’analisi strutturale di queste molecole (oligomeri di a-sinucleina) e la loro azione sabotatrice ai danni del sistema nervoso è stata svelata da un team di ricerca...

    Sarebbero dei piccoli aggregati proteici i responsabili del morbo di Parkinson: l’analisi strutturale di queste molecole (oligomeri di a-sinucleina) e la loro azione sabotatrice ai danni del sistema nervoso è stata svelata da un team di ricerca internazionale del quale fa parte il gruppo fiorentino di Fabrizio Chiti, docente di Biochimica, in un articolo della rivista Science dal titolo “Structural basis of membrane disruption and cellular toxicity by a-synuclein oligomers”.

    I test di tossicità che hanno svelato i meccanismi molecolari alla base della malattia, si legge su Unifi Magazine, sono stati eseguiti in particolare dal Dipartimento di Scienze Biomediche e Cliniche “Mario Serio” dell’Università di Firenza. Lo studio è coordinato da Alfonso De Simone dell’Imperial College di Londra (Regno Unito), mentre altri contributi sono arrivati dai laboratori presso l’Università di Cambridge (Regno Unito), l’Università di Saragozza (Spagna) e l’Università di Southampton (Regno Unito). Gli studiosi hanno isolato e stabilizzato due forme di oligomeri di a-sinucleina, una tossica e l’altra innocua, e ne hanno messo in luce la struttura e le modalità di interazione con le membrane biologiche, a livello molecolare, grazie a sofisticate tecniche di risonanza magnetica in soluzione e allo stato solido, oltre ad altri metodi di indagine biofisica. La comprensione dell’aspetto strutturale ha chiarito in che modo gli oligomeri operano attaccando le cellule nervose causandone il danno.

    “L’oligomero tossico riesce ad ancorarsi alla membrana grazie a un sottile elemento altamente idrofobico – spiega Chiti -. Successivamente una parte più voluminosa e strutturata dell’oligomero, anch’essa idrofobica, si inserisce all’interno della membrana della cellula nervosa destabilizzandola strutturalmente e distruggendone la funzionalità“.  In condizioni normali, negli individui sani, questi piccoli oligomeri sono neutralizzati da un complesso sistema chiamato omeostasi proteica (proteostasis network). Negli individui anziani, quando questo sistema di controllo neuronale perde efficienza, gli oligomeri riescono a formarsi più insistentemente e ad agire indisturbati in specifiche aree del cervello. “I risultati emersi da questo lavoro – spiega ancora Fabrizio Chiti – hanno non solo un valore legato all’avanzamento delle conoscenze dei meccanismi della malattia di Parkinson, ma offrono anche la base molecolare per un possibile intervento terapeutico“. Lo stesso gruppo di ricerca fiorentino aveva contribuito a individuare una molecola in grado di scalzare gli oligomeri tossici di a-sinucleina dalla membrana neuronale permettendo l’avvio di una sperimentazione su 40 pazienti in corso dal maggio 2017 negli Stati Uniti approvata dal Governo e di cui sono attesi i risultati della prima fase entro fine anno. “Dai primissimi risultati – dice sempre Chiti – sembra che molti dei pazienti coinvolti nella sperimentazione negli Usa abbiano ricevuto benefici più che incoraggianti”.  “Proprio dall’analisi comparativa e complementare della struttura di questa molecola e degli oligomeri tossici – aggiungono le studiose fiorentine Cristina Cecchi e Roberta Cascella – è possibile identificare i target molecolari più promettenti per la messa a punto di una nuova generazione di farmaci finalizzati a un efficace intervento terapeutico nel Parkinson”.

    Lo studio su Science

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    Boschi, Cacciari: “Io non la ricandiderei. Votare Pd? Devo pensarci. Sono stufo di scegliere il meno peggio”


    “Boschi? Io non la ricandiderei assolutamente, ma non perché penso che sia colpevole nella vicenda Etruria, ma perché certamente non porterebbe un voto al Pd. Boschi si dimetta, quereli chi vuole, come Travaglio, e chiarisca. Poi può tornare in...

    “Boschi? Io non la ricandiderei assolutamente, ma non perché penso che sia colpevole nella vicenda Etruria, ma perché certamente non porterebbe un voto al Pd. Boschi si dimetta, quereli chi vuole, come Travaglio, e chiarisca. Poi può tornare in politica”. Così a Otto e Mezzo (La7) il filosofo Massimo Cacciari si pronuncia sul caso Boschi-Etruria. Non è d’accordo il giornalista del Corriere della Sera, Beppe Severgnini, che critica anche il direttore de Il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio: “Il Pd pagherebbe un prezzo troppo alto se molla la Boschi e la scarica. Ho visto il confronto tra Boschi e Travaglio, un collega in gamba che stimo. Però parlava come se questa qua avesse fatto una rapina a mano armata in un asilo“. Sul paragone Maria Elena Boschi-Mario Chiesa, sfoderato dal deputato M5S, Luigi Di Maio, Cacciari osserva: “Siamo alla follia e al delirio, come il caso di quell’altro (Michele Emiliano, ndr) che ha definito il cantiere Tap di Melendugno ad Auschwitz. Ormai parlano in libertà tutti. Sono cose su ci sarebbe da ridere, se non fossero leggermente tragiche, perché una battaglia politica che si consuma con questo linguaggio denota che siamo ormai diventati semi-barbari”. L’ex sindaco di Venezia esclude assolutamente l’ipotesi di eccessivo accanimento nei riguardi della Boschi, perché è una donna, come lei stessa ha denunciato nella trasmissione. Severgnini, invece, concorda con l’ex ministra e aggiunge: “Io sono convinto che ci sia stato un carico extra di cattiveria perché è una donna giovane e molto bella. La Boschi paga anche un’aria da primina della classe e la mancanza di umiltà e di autoironia”. Cacciari rincara: “Un po’ di senso dell’ironia farebbe bene a tutto lo staff ‘renzino’. Questo gruppo dirigente di Renzi perde sistematicamente tutte le elezioni a casa propria: la Boschi ad Arezzo, quella (Debora Serracchiani, ndr) perde a Trieste, Orlando perde a La Spezia. Vi immaginate Andreotti che perdeva a Frosinone? Non hanno radicamento, non hanno terra sotto i piedi. Ma poi quella di Trieste ha ironia? Orfini è pieno di senso di humour?”. Severgnini difende Serracchiani: “La conosco abbastanza bene, mi sembra una giovane donna ironica e in gamba. A me non dispiace”. “Ironica”, mormora, scettico, Cacciari, che poi risponde sul suo voto futuro. “Continuare a votare il Pd?” – chiosa – “Devo deciderlo, devo pensarci bene questa volta. Basta. Sono stufo di votare il meno peggio“

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    Igor, “Forse fuggito su un pullman di pellegrini”. Ipotesi di processo a distanza


    Il ministero della Giustizia trasmetterà nelle prossime ore alla Spagna il mandato di arresto europeo per Norbert Feher, alias Igor “il russo”,  il killer serbo latitante accusato degli omicidi del barista di Budrio Davide Fabbri e della...

    Il ministero della Giustizia trasmetterà nelle prossime ore alla Spagna il mandato di arresto europeo per Norbert Feher, alias Igor “il russo”,  il killer serbo latitante accusato degli omicidi del barista di Budrio Davide Fabbri e della guardia volontaria Valerio Verri, che è stato catturato venerdì dopo aver uccuso due agenti e un contandino. Il Dipartimento affari di giustizia del ministero sta lavorando al dossier e ha chiesto gli atti alla Procura di Ferrara, che si è occupata del caso. La richiesta di arresto europeo – tecnicamente diverso dall’estradizione – pur valutata positivamente da Madrid, deve fare i conti però con il fatto che Igor ha commesso tre omicidi in Spagna.

    L’ipotesi più probabile al momento è quella di un processo a distanza per i reati commessi sul suolo italiano di cui è accusato, prevedendo una sua partecipazione alle udienze in video-conferenza. Una strada ancora tutta da studiare, anche perché è necessario che prima si sia chiusa la fase delle indagini, che è ancora aperta. Inoltre per percorrerla, bisogna verificare gli accordi di cooperazione con la Spagna e sarebbe necessaria una richiesta dell’autorità giudiziaria italiana a quella iberica attraverso una sorta di rogatoria che passerebbe anch’essa attraverso il ministero. In tutta la vicenda, un ruolo importante di mediazione e facilitazione potrà svolgerlo Eurojust, l’unità di cooperazione giudiziaria dell’Unione Europea.

    In alternativa c’è la possibilità di una consegna temporanea del criminale all’Italia, oppure la consegna differita. Se la Spagna dovesse scegliere quest’ultima ipotesi, saranno decisive le tempistiche con cui sarà concesso l’invio di Igor in Italia: se a fine processo o, invece, fino a che abbia scontato la pena, eventualità che cambierebbe del tutto il quadro.  In ogni caso, secondo quanto riferiscono i media spagnoli, al momento il killer di Budrio non si sta dimostrando collaborativo con la giustizia spagnola nè sta aiutando a chiarire i fatti.

    Ma come è arrivato Igor in Spagna? Secondo quanto riferisce il Corriere della Sera, il killer di budrio sarebbe riuscito ad eludere i controlli e a lasciare l’Italia nascondendosi su un pullman di pellegrini. Il quotidiano milanese riferisce infatti il colloquio tra un informatore “da sempre attendibile” e un investigatore che seguiva il caso di Igor: “Avete mai controllato i pullman di pellegrini che escono dall’Italia per andare a Lourdes o Medjugorje?” avrebbe suggerito il primo. “Perché no? Ci sta” è la rispsota dell’investigatore. Un’ipotesi che attende ancorma conferme, ma intanto proseguono le indagini per individuare i suoi complici: al momento sono una decina i nomi di possibili fiancheggiatori nel mirino degli inquirenti italiani. Si tratterebbe di una vera e propria rete di appoggi che ha consentito al criminale di nascondersi in tutti questi mesi e arrivare in Spagna dove, dopo aver ucciso tre persone in una sparatoria, è stato arrestato dalla Guardia Civil.

    Da aprile, dopo gli omicidi in Emilia-Romagna, sono state alcune centinaia le persone controllate dalla Procura di Bologna e dai carabinieri, con intercettazioni, pedinamenti, videosorveglianze e interrogatori, nella speranza di trovare tracce utili per localizzare il latitante. Diversi gli elementi che portavano in Spagna, tra Malaga, Valencia e Madrid; ma piste considerate attendibili hanno puntato l’attenzione anche verso persone residenti tra Serbia, Austria e Francia, che potrebbero aver favorito, coperto o aiutato, anche indirettamente, la fuga del ricercato. Tra questi, alcuni familiari, ma anche ex compagni di carcere, italiani e stranieri.

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    Cnr, i precari si calano dal tetto: “La ricerca è appesa a un filo”. Poi incontrano Grasso: “Il vostro lavoro è il futuro del paese”


    “La ricerca pubblica è appesa un filo”. Per questo oggi un gruppo di ricercatori del Cnr si sono calati dal tetto della sede di piazzale Aldo Moro a Roma, restando appesi a settanta metri dal suolo. “Dopo un mese di occupazione delle sede centrale...

    “La ricerca pubblica è appesa un filo”. Per questo oggi un gruppo di ricercatori del Cnr si sono calati dal tetto della sede di piazzale Aldo Moro a Roma, restando appesi a settanta metri dal suolo. “Dopo un mese di occupazione delle sede centrale e di altre sedici sedi in tutta Italia, siamo arrivati a questo gesto, perché la nostra protesta a favore della stabilizzazione, prevista dal decreto Madia, non ha mai avuto luogo” denunciano i ricercatori.

    Poi una rappresentanza di questi si è spostata all’Hotel Quirinale, dove si stanno svolgendo i tavoli tematici per il programma di Liberi e Uguali e i ricercatori hanno incontrato Pietro Grasso a cui hanno espresso forti preoccupazioni perché “nella legge di bilancio in discussione in queste ore il finanziamento per la ricerca e per la stabilizzazione è totalmente insufficiente. I fondi infatti – spiegano i ricercatori a Grasso – coprirebbero solo 200 persone su quasi 10000 aventi diritto”. “Per me il lavoro di ricerca precario non dovrebbe esistere. Il lavoro di ricerca è quello che darà insieme all’innovazione, futuro al nostro Paese. Questo forse non si è ancora ben compreso, ma noi cercheremo di farlo comprendere”. 

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    Aspiranti toghe in minigonna, metodo Bellomo? Il pg della Cassazione: “Più che una scuola sembrava Scientology”


    Più che una Scuola per diventare magistrato, quella gestita dal consigliere di Stato Michele Bellomo – a rischio destituzione dopo la denuncia presentata dal padre di una delle sue studentesse – sembrava la setta di Scientology. Con le ragazze,...

    Più che una Scuola per diventare magistrato, quella gestita dal consigliere di Stato Michele Bellomo a rischio destituzione dopo la denuncia presentata dal padre di una delle sue studentesse – sembrava la setta di Scientology. Con le ragazze, sottoposte a un regolamento che comprendeva anche un dress code, fatto di minigonne e tacco 12, che si trovavano in uno stato di “prostrazione psicologica”; e che per il timore di vedersi precluso l’accesso in magistratura finivano per accettare tutto quello che veniva loro richiesto. Ha evocato anche il film The Master, parzialmente ispirato alla figura del fondatore di Scientology, il sostituto pg della Cassazione Mario Fresa nell’udienza a porte chiuse davanti alla Sezione disciplinare del Csm che deve decidere se sospendere dalle funzioni e dallo stipendio e collocare fuori dal ruolo della magistratura il pm di Rovigo Davide Nalin, collaboratore di Bellomo.

    Nalin è accusato di aver fatto da “mediatore” tra Bellomo, che in una intervista si è autodefinito genio, e la ragazza, il cui padre ha denunciato il consigliere di Stato alla procura di Piacenza: avrebbe usato la sua autorevolezza di magistrato per procurare “indebiti vantaggi”, anche di “carattere sessuale” al consigliere di Stato. Bellomo e la studentessa avevano avuto una relazione – ha raccontato la diretta interessata nella sua testimonianza davanti al Consiglio di presidenza della Giustizia amministrativa – e ogni volta che c’era un litigio, come quando lei aveva indugiato nel mandargli una foto intima o a definire il periodo di ferie da passare insieme, interveniva Nalin. In un’occasione il pm di Rovigo le avrebbe prospettato che se non fosse stata accondiscendente a queste richieste avrebbe commesso reati che le avrebbero impedito la partecipazione al concorso in magistratura.

    “Non ho mai minacciato quella ragazza, tentavo solo di mettere pace tra due persone a cui ero legato da un rapporto di amicizia”, si è difeso davanti al Csm Nalin, minimizzando anche il suo ruolo nella Scuola: aveva studiato lì anni addietro e ci era tornato per prepararsi al concorso per la Corte dei conti. Nessun ruolo da docente, dunque; si limitava a scrivere per la rivista del corso. Ma il caso che ha fatto finire Bellomo nella bufera non sembra isolato: altre quattro-cinque ragazze, tutte borsiste del corso “Diritto e Scienza”, ha riferito in aula Fresa, hanno testimoniato nel procedimento disciplinare a carico di Bellomo. Tutte hanno avuto con lui una relazione e quando tentavano di troncare, entrava in gioco Nalin: come “sensale di relazioni sessuali” e con il compito di “riportare le ragazze all’ovile”; un comportamento “incompatibile” con le funzioni di magistrato. Non ci sono elementi per la sospensione, ha sostenuto invece il difensore di Nalin, il magistrato in pensione Franco Morozzo Della Rocca: al di là della mancanza di riscontri alle dichiarazioni delle studentesse, i fatti contestati sarebbero avvenuti a Bari e a Piacenza e dunque non c’è ragione perché il pm non possa più svolgere le sue funzioni a Rovigo. La decisione della sezione disciplinare dovrebbe arrivare entro lunedì.

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    Roma, il ponte finito nel 2011? Da abbattere e ricostruire. Il perito: “Travi non a norma”. Ma nessuno vuole pagare


    Un ponte di 22 metri realizzato con materiali non a norma. E ora l’infrastruttura – costruita nel lontano 2011 ma mai aperta – va demolita e ricostruita da capo. Con ingente spreco di denaro, fra ricorsi e possibili contenziosi. Un errore che...

    Un ponte di 22 metri realizzato con materiali non a norma. E ora l’infrastruttura – costruita nel lontano 2011 ma mai aperta – va demolita e ricostruita da capo. Con ingente spreco di denaro, fra ricorsi e possibili contenziosi. Un errore che rischia di inceppare ancora una volta la realizzazione di una delle tante celebri incompiute della Capitale, il cosiddetto “corridoio della mobilità” Eur-Laurentina-Tor Pagnotta. Sull’intera opera – che da quadro economico sarebbe dovuta costare 163 milioni di euro e che da cronoprogramma aggiornato dovrebbe essere inaugurata nel settembre 2018 – sono accesi i riflettori della Procura di Roma e della Corte dei Conti, sia sul fronte degli extra-costi sia per la nota vicenda dei 45 filobus per il cui acquisto l’ex ad di Eur Spa, Riccardo Mancini, avrebbe intascato una tangente di 600mila euro (nell’ottobre scorso il pm Paolo Ielo ha chiesto di condannare l’ex dirigente alemanniano a 5 anni di carcere). Fatto sta che il corridoio Eur-Laurentina-Tor Pagnotta e il “gemello” Eur-Tor de’ Cenci aspettano di essere conclusi dal 2004, anno del primo passaggio in Consiglio comunale alla presenza del sindaco Walter Veltroni.

    LE TRAVI SENZA MARCATURA CE – Dal carteggio riservato di cui ilfattoquotidiano.it è entrato in possesso, oggi emerge che una delle opere edili necessarie per la realizzazione del percorso filoviario è stata costruita con delle travi che non presentano la regolare marcatura europea CE, certificazione fondamentale per attestare la qualità dei materiali. Ad accorgersene a ponte già costruito, a fine 2015, è stato un collaudatore esterno, Roberto Bottari, che il 23 febbraio 2016 scrisse al responsabile unico del procedimento della stazione appaltante Roma Metropolitane, Margherita Meloni, e al presidente della Commissione di Collaudo, Domenico Sandri, facendo rilevare l’incongruenza. Dalla missiva si evince che la De Sanctis Costruzioni Spa – che in Ati con Monaco Spa e Atm Azienda Trasporti Milanese Spa è la concessionaria dell’intero appalto – e la società fornitrice delle travi, la SigmaC di Mestre, hanno prodotto solo un “attestato di equivalenza” che, secondo quanto fatto notare dal collaudatore statico, non può sostituire le certificazioni di legge in quanto, come scrive l’ingegnere, “non appare rinvernirsi riscontro alcuno nell’ordinamento vigente, unico riferimento al quale debbono attenersi, secondo il noto principio di legalità, sia gli Enti pubblici territoriali sia le società partecipate dai medesimi, sia il sottoscritto collaudatore”. Quello che colpisce è che ci sia voluto l’intervento di un collaudatore esterno, a opera finita da oltre 4 anni, per accorgersi di una difformità che poteva emergere già in fase di fornitura dei materiali e che la documentazione non sia stata invece contestata subito dalla società capitolina Roma Metropolitane che ha commissionato i lavori.

    PONTE DA DEMOLIRE E RICOSTRUIRE: CONTENZIOSI IN VISTA? – Fatto sta che a 6 anni dalla sua realizzazione e a 2 anni dalla scoperta dell’ “inghippo”, il ponte sul fosso di Tor Pagnotta è ancora al suo posto, con le travi non a norma. Eppure, inizialmente la De Sanctis Costruzioni aveva annunciato di volersi fare carico della “rimozione delle travi” che, tuttavia, “comporta la totale demolizione dell’impalcato completo di tutti i suoi componenti integrativi e la loro relativa ricostruzione”, come scrive il direttore tecnico della De Sanctis, Giuseppe Iagulli, in una lettera del 6 ottobre scorso a Roma Metropolitane. Dall’assessorato capitolino alla Mobilità, guidato da Linda Meleo, spiegano al fattoquotidiano.it che “la ditta ha già inserito la ricostruzione del ponte nel cronoprogramma consegnato nel luglio 2017”; dal carteggio fra la rup Margherita Meloni e il dt Iagulli, però, emerge un particolare di cui la giunta pentastellata potrebbe essere all’oscuro: “L’Ati – scriveva Meloni il 4 ottobre 2017 – non ha ancora ottemperato alla richiesta del 10 agosto di inserire nel crono programma per il completamento del Corridoio l’intervento di sostituzione travi”. Il motivo? Evidentemente la società costruttrice sta facendo resistenza. “È doveroso ricordare – si legge nella missiva del costruttore in replica alla società capitolina – che qualora la Committente volesse procedere nella direzione preannunciata, la scrivente si vedrà costretta a rivalersi nei confronti dei diversi soggetti aventi responsabilità concrete, ciascuno secondo le proprie responsabilità, per vedersi ristorata dei danni patiti e patendi”. Insomma: la De Sanctis Spa minaccia di rivalersi economicamente sui “responsabili” e lo fa in una lettera diretta a Roma Metropolitane.

    IL MURO DI GOMMA: PARLA SOLO LA SIGMAC – Dall’assessorato Mobilità di Roma Capitale non emergono preoccupazioni in merito alle tempistiche dell’opera. “La data del taglio del nastro resta settembre 2018 – spiegano dall’assessorato – sono evidentemente situazioni precedenti, risalenti al 2011, che la nostra amministrazione ha ereditato. Ma ci è stato assicurato che non vi saranno ritardi rispetto a quanto annunciato”. L’auspicio è quello, anche se la tensione su tutta vicenda è palpabile. Per 10 giorni ilfattoquotidiano.it ha richiesto informazioni ufficiali a Roma Metropolitane Spa senza ottenere alcuna risposta; silenzio totale anche dalla De Sanctis Costruzioni e dall’ingeger Iagulli, ai quali avevamo chiesto audizione per iscritto senza ricevere, tuttavia, alcuna replica, nemmeno un formale diniego. Solo la SigmaC, azienda fornitrice delle travi contestate, ha acconsentito a rispondere alle nostre richieste di chiarimenti. “Si tratta di un problema prettamente burocratico – ci spiegano al telefono gli amministratori della società veneta – Le travi sono sicure e hanno superato i collaudi. Sono solo state costruite a cavallo dell’entrata in vigore delle nuove leggi e non avevano la marcatura CE. Tutto qui, i nostri materiali sono sicuri, si tratta di resistenze eccessive. Ora dovranno buttare giù il ponte e ricostruirlo: è uno spreco di soldi, indipendentemente da chi paga. I costi? Circa 1 milione di euro. Ce la vedremo noi e la società appaltatrice (la De Sanctis, ndr)”. Anche se, a questo punto, è chiaro come non sono esclusi ricorsi verso la parte pubblica. E i costi per la collettività, come al solito, rischiano di moltiplicarsi.

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    Sicilia, deputato Udc mostra la scheda per Micciché: annullato il terzo voto per il presidente dell’Ars


    Ha mostrato la scheda, già votata per Gianfranco Micciché, prima di metterla nell’urna, come se fosse una testimonianza della sua fedeltà, ed è scoppiato il caos. Così il terzo voto per l’elezione del presidente dell’Assemblea regionale...

    Ha mostrato la scheda, già votata per Gianfranco Micciché, prima di metterla nell’urna, come se fosse una testimonianza della sua fedeltà, ed è scoppiato il caos. Così il terzo voto per l’elezione del presidente dell’Assemblea regionale siciliana è stato annullato. Il protagonista del gesto è il deputato dell’Udc, Giovanni Bulla, duramente contestato dal Pd.

    “Ero distratto, sono stato chiamato, ma non ho visto il voto del deputato Giovanni Bulla”, ha detto l’assessore regionale alle Infrastrutture della Sicilia Marco Falcone, commentando la foto pubblicata dal M5S in cui si vede Bulla che mostra il voto.

    Alcuni deputati dem si sono accorti del gesto – il voto dovrebbe essere segreto – e si sono subito avvicinati ai banchi del governo guidato da Nello Musumeci per protestare, chiedendo di considerare valido il voto e quindi annullare la scheda. Il presidente di turno, Alfio Papale, ha cercato di mantenere la calma in aula, dicendo che avrebbe rifatto votare il deputato. Ma il Pd ha continuato a protestare. A quel punto Papale ha sospeso la seduta, riunendo l’ufficio di presidenza, che ha deciso all’unanimità di invalidare l’intera tornata di voto.

    Papale, presidente perché più anziano, ha letto in aula l’articolo 133 del regolamento parlamentare secondo cui quando si verifichino irregolarità il presidente può annullare la votazione e disporre che si ripeta. Venerdì Micciché non è stato eletto nelle prime due tornate, nella seconda per un solo voto.

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    Pensioni d’oro, Renzi contro Di Maio: ‘Vuole risparmiare 12 miliardi? Folle, così taglia quelle da 2300’. ‘No, piano pluriennale’


    Tagli alle pensioni d’oro, sì. Ma quali? Matteo Renzi e Luigi Di maio litigano sul piano di risparmio da 12 miliardi di euro lanciato dal candidato premier M5s solo ieri. “Folle, così taglia quelle da 2300 euro”, ha attaccato il segretario Pd su...

    Tagli alle pensioni d’oro, sì. Ma quali? Matteo Renzi e Luigi Di maio litigano sul piano di risparmio da 12 miliardi di euro lanciato dal candidato premier M5s solo ieri. “Folle, così taglia quelle da 2300 euro”, ha attaccato il segretario Pd su Facebook. I grillini a quel punto hanno specificato che, il piano è pluriennale e che comunque “intenderebbero colpire quelle da oltre 5mila euro netti al mese”. “Renzi non faccia fakenews“, hanno scritto in una nota, “per distrarre dallo scandalo di bancopoli che colpisce Boschi e il suo partito”. Parole che non bastano secondo i parlamentari Pd: “Dopo due giorni di affermazioni e smentite, oggi i 5 stelle scaricano Di Maio ma continuano a dare numeri a caso. Ignoranti e in malafede”, ha detto il senatore dem Stefano Esposito.

    Tutto è nato da un’intervista di Luigi Di Maio a Radio Anch’io del 15 dicembre: in quell’occasione il leader M5s ha annunciato che, se verranno eletti, si impegneranno a superare la legge Fornero grazie ai fondi ottenuti dai tagli alle pensioni d’oro. “Vogliamo superarla, a partire dai lavori usuranti e poi gradualmente allargarla a tutti e riportare l’età pensionabile all’epoca pre Fornero. Per farlo ci concentreremo sulle pensioni d’oro (che ci costano 12 miliardi) e sui 50 miliardi di sprechi dello stato. Del resto la legge Fornero ci era stata chiesta dall’Europa per ridurre il debito pubblico ma non mi sembra sia servita a molto. Piuttosto noi pensiamo che con investimenti e tagli agli sprechi possiamo ottenere risultati migliori”. Al giornalista che metteva in dubbio la possibilità di recuperare i 12 miliardi ha replicato: “Sì, sono 12 miliardi – ha insistito Di Maio – possiamo iniziare dai lavori usuranti poi negli anni successivi abolirla del tutto attingendo dai 50 miliardi di sprechi del bilancio dello Stato che non certifico io ma il centro studi di Confindustria”.

    Il segretario Pd oggi è tornato sulla questione e attaccato Di Maio: “Il Movimento 5 stelle ha proposto di recuperare 12 miliardi di euro tagliando le pensioni d’oro. Al giornalista Rai che restava stupito per la cifra, Di Maio ha detto in modo sprezzante: ‘Certo che sono 12 miliardi, veda bene’. Noi abbiamo visto bene. Se vogliamo prendere 12 miliardi di euro dalle pensioni dobbiamo tagliare a chi prende 2.300 euro di pensione. Ci rendiamo conto? Qualcuno può legittimamente dire che duemila euro di pensione sono una pensione d’oro? A noi sembra folle”. Renzi è anche tornato sulla dichiarazione di Di Maio che, sempre nell’intervista a Radio Anch’io, ha detto si impegnano a mantenere gli 80 euro: “Continuo”, ha scritto il segretario Pd, “a insistere sui temi di merito per questa campagna elettorale: gli 80 euro ieri, le pensioni oggi, vedremo che cosa si inventeranno domani. Ma il punto è un altro. Noi in questi anni abbiamo fatto tanta fatica a rimettere il segno più nelle statistiche del Paese: il Pil, l’occupazione, la fiducia. E adesso davvero c’è qualcuno che vuole sciupare tutto affidando il Governo a chi non riesce neanche a leggere i numeri di un bilancio? Andiamo avanti, amici. Avanti insieme”.

    Nello specifico per risparmiare 12 miliardi in un anno sulle pensioni superiori a 5.000 euro al mese bisognerebbe non pagarle più. Gli assegni che superano questa cifra, infatti, secondo gli Osservatori statistici Inps riferiti all’inizio del 2017, sono 145.039 per una spesa complessiva di quasi 12,3 miliardi. La spesa per le pensioni “d’oro” pubbliche, infatti è pari a 7,65 miliardi (88.753 assegni per 6.634 euro medi al mese per 13 mensilità) mentre quella per pensioni oltre i 5.000 euro del settore privato è pari a 4,64 miliardi. Se invece di guardare alle singole pensioni si guarda ai beneficiari di prestazioni pensionistiche (e quindi di reddito pensionistico in capo a una persona) i dati più recenti dell’Inps ci dicono che i pensionati che ricevono oltre 3.000 euro al mese (oltre questa cifra non c’è più distinzione) sono 1,1 milioni per un importo complessivo percepito di 57,79 miliardi. Per recuperare 12 miliardi in un anno dai pensionati che contano su oltre 3.000 euro al mese sarebbe necessario tagliare il loro reddito di circa il 21%. Diverso sarebbe naturalmente se il taglio dovesse essere pluriennale. Peraltro sul tema del blocco delle pensioni in essere rispetto all’inflazione (meno pesante di questo eventuale taglio) si è già espressa negli anni passati la Corte Costituzionale.

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    Io e il biotestamento, come sono riuscito a sopravvivere a Marco Cappato


    #ilcontastorie Questa è la vera storia di come sono riuscito a sopravvivere a Marco Cappato. Era una bella giornata di aprire, la primavera era appena sbocciata e io stavo andando incontro al mio atroce destino. Quel giorno dovevo partecipare...

    #ilcontastorie

    Questa è la vera storia di come sono riuscito a sopravvivere a Marco Cappato. Era una bella giornata di aprire, la primavera era appena sbocciata e io stavo andando incontro al mio atroce destino. Quel giorno dovevo partecipare attivamente a un evento, che aveva come ospite d’onore, appunto, nientepopodimeno che Cappato: e io ero convinto che l’avrebbe fatto, che mi avrebbe portato in Svizzera.

    L’incontro era organizzato da Civicamente (la lista civica per la quale mi sono candidato alle scorse elezioni comunali di Monza), che per mettermi fuori dai giochi si inventarono questo “convegno”. Credevano che bastava il cattivo Cappato (il “Gargamella” dei disabili), capace di convincere chiunque a compiere l’insano gesto, ma fortunatamente non hanno fatto bene i conti. Perché sono scampato a Cappato e perché sono ancora qui, almeno per il momento.

    Sono le 15.15 e lui è in ritardo: “E vai non viene, di certo mi teme”, penso con un sorriso più ampio di quello del Silvio più famoso d’Italia. Invece proprio in quel momento fa il suo ingresso, e dal mio viso il sorriso prende un’altra strada: arriva e si accomoda lontano da me. Poi mi scorge e si sposta, mettendosi al mio fianco: “Ci siamo, è stato bello vivere”, è il mio primo e forse ultimo pensiero. #cheansia

    Cerca di fare il gentile e si presenta al mio cospetto: “Piacere Marco”- e certo, per te è un piacere. Allora da finto coraggioso e da vero bugiardo rispondo: “Piacere mio, Nicolò”. #cheansia

    Si siede e Paolo Piffer (il candidato sindaco della lista, sì il cognome è tutto un programma) lo chiama, Cappato allora si sporge in avanti e cominciano a parlare delle mezze stagioni che non ci più. Poi nel tirarsi indietro il mio temibile vicino colpisce con una gomitata la carrozzina: essendo empatico con quest’ultima, sento profondo dolore e non posso far altro che pensare: “Ecco, cambia già atteggiamento!”. #cheansia

    L’evento prende il via, apre le danze Piffer, che poi passa il testimone a Cappato: fa il suo intervento e, tra le righe, mi lancia inquietanti messaggi. Dopodiché arriva il mio momento: terrorizzato dalle parole e dalle velate minacce del mio predecessore comincio. L’intervento – mannaggia a me – si basa proprio sulla presa in giro del terribile accompagnatore di disabili in Svizzera – #checoraggio -, ma lui sembra apprezzare e anche di gusto. Ride e lo fa diverse volte: “È fatta”, mi dico, mentre realizzo: “Le battute mi salvano sempre!”. #cheserenità

    Si susseguono altri interventi, e io mi convinco di essere salvo per sempre. Tutto bene quel che finisce bene e l’evento “Civicamente incontra Cappato” volge al termine. Allora l’ospite d’onore si alza – beato lui che può – e mi rivolge la parola: “Grazie Nicolò, è stato un vero piacere averti conosciuto. Ci vediamo!”.

    Come “ci vediamo”? Ancora? “Ma non dovevamo vederci più?”! Fu così che il terrore riprende possesso della mia mente, che rassegnata si riconsegna a questo hashtag: #cheansia. Allora e solo allora capisco il suo sporco gioco: fingersi amico (questo spiega perché rideva alle mie battute, che mica fanno ridere), per poi instillarmi il dubbio: hanno ragione i suoi detrattori, è il diavolo in persona.

    Perché l’obiettivo è evidente: tenermi perennemente in ansia e a tradimento colpirmi, del resto la Svizzera è dietro l’angolo! E intanto il biotestamento è legge… finalmente, dirà lui, e quanto a me: #aiuto!

    Ci vediamo a metà gennaio, buon Natale a tutti

    The end

    Campagna di sensibilizzazione per affermare che il disabile ha capacità decisionali, a prescindere dalla possibilità o meno di potersi muovere…

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    Ferdinand, la favola animata e animalista è servita con il film più gioioso e ribelle di questo Natale


    C’è un toro che al posto della corrida preferisce starsene tranquillo sotto un albero ad annusare i fiori. Si chiama Ferdinand, pesa 900 chilogrammi, è parecchio virile e piuttosto minaccioso. Eppure oltre a fare un convinto marameo a torero e...

    C’è un toro che al posto della corrida preferisce starsene tranquillo sotto un albero ad annusare i fiori. Si chiama Ferdinand, pesa 900 chilogrammi, è parecchio virile e piuttosto minaccioso. Eppure oltre a fare un convinto marameo a torero e banderillas, cerca pure di salvare i colleghi tori dal mattatoio. La favola animata e animalista è servita. Ferdinand, regia di Carlos Sadanha (Ice Age, Rio), in uscita in Italia il 21 dicembre 2017, è il film più gioioso e ribelle di questo Natale. Già perché la rapida, coloratissima e garbata galoppata di Ferdinand e soci nelle campagne spagnole di un imprecisato momento dell’oggi, assume il valore di uno strano e buffo messaggio antispecista che sembra ricordare la fuga (vera) descritta un paio d’anni fa nel corto Vacche Ribelli, con i bovini in fuga tra gli Appennini liguri. Le avvisaglie di questo morbo da ‘mucco pazzo’ si notano subito fin da quando Ferdinand osserva con lo sguardo il padre nell’andare fieramente a morire dentro all’abominevole Plaza de Toros di Madrid. Ce lo deve avere nel Dna quel piccolo e tosto vitellino. Lui più che scornarsi con gli altri esuberanti colleghi preferisce dare l’acqua a un fiorellino. E quando l’atmosfera nella stalla del procacciatore di tori per corride si fa pesante e tragica, Ferdinand scappa a zampe levate. Utilizzando perfino un treno merci in corsa, un po’ come i dropout di Scorsese, in America 1929: Sterminateli senza pietà.

    Lontano dalle atrocità di un destino da bistecca o da “agnello” sacrificale della tradizione spagnola, il torellino viene adottato casualmente dalla piccola Nina e dal suo papà contadino che coltiva fiori. Ferdinand ha trovato il suo eden. Poi pian piano cresce, si comporta come un cucciolo di cane – e con il cane di casa continuamente battibecca – si fa sbaciucchiare dalla bimba padroncina, e finisce pure sul divano (sfondandolo) davanti alla tv. Fermo immagine: l’inquadratura in campo lungo del toro seduto sulle due zampe posteriori, sotto un albero ad annusare fiori e a guardare l’infinito. Solo che un’imprudenza lo porterà ad apparire in paese, e seppur involontariamente a distruggere una piazza con tanto di neonato in pericolo. Catturato e legato come fosse un demonio, viene riportato nella vecchia stalla del vecchio padrone, dove a due passi sorge un mattatoio che ha i tratti di un lager lugubre, tetro ed ipermoderno, con tanto di torre con ciminiera che sputa fumo. Oltre a mostrarsi al cospetto di un tronfio torero che selezionerà il toro più feroce per l’arena. Ma l’insolita alleanza con un gruppetto di porcospini, una capra “calmante”, e gli altri colleghi tori per fuggire liberi dalla morte nella corrida o dallo sgozzamento al macello, porterà ad un inatteso e liberatorio finale che invaderà Madrid.

    Tratto dal libro La storia del toro Ferdinando, scritto nel 1936 dall’americano Munro Leaf e illustrato da Robert Lawson, sorta di manifesto pacifista e antifranchista, messo al macero perfino dai nazisti, Ferdinand è una di quelle favole ‘alla Pixar” – qui producono i concorrenti Blue Sky Studios e Twentieth Century Fox Animation – dove la facciata fanciullesca e ludica per piccoli si amalgama armoniosamente con un convinto contenuto politico per i grandi. Tale e tanta è la cocciutaggine felice del protagonista nel non voler diventare ciò che cultura e destino hanno già a lui assegnato, che definirlo uno spirito “rivoluzionario” è dir poco. Oltretutto Saldana&Co. oltre all’idea di fuga dal massacro inusitato della corrida presente fin dal ’36, aggiungono anche l’anelito antimacello estremamente al passo con le attuali vulgate del pensiero animalista. Non mancano ovviamente le accelerazioni comiche, l’ammucchiarsi in pochi secondi delle gag per connotare tipi, luoghi e situazioni in modo buffo (la crescita di Ferdinand, l’arrivo dei porcospini, l’assoluta e deflagrante presentazione dei vanesi cavalloni contro i puzzolenti tori, la sequenza del toro…nella cristalleria!), in modo da rendere il film un continuo e leggero diversivo di fronte all’incombente senso di morte violenta.

    Poi chiaro, il tratto e la dinamicità nel disegnare gli esseri umani nell’animazione Blue Sky/20th non sembra essere il cruccio principale dei loro software. Anzi, gli uomini risultano volontariamente imbranati, goffi e un po’ imbeccillotti esseri qualunque come in un cartone Disney di sessant’anni fa. È invece nel dare vita all’espressività degli animali, nel renderli corpi e sguardi tragicomici sulle ingiustizie del mondo, che il film di Saldana viaggia cinematograficamente altissimo. Oltretutto senza mai discostarsi troppo dalle istantanee pagine disegnate del libro di Leaf. Non ci stancheremo mai di ripeterlo: quell’incredibile inquadratura del toro seduto sotto l’albero che si ripeterà anche nell’arena della corrida sul finale, particolare visivo identico a quello che si ritrova nel libro, rimarrà impresso negli occhi spettatore.

    Ferdinand, in fondo, è animato dal sacro fuoco della tolleranza e del rispetto della vita altrui. “Il toro non vince mai”, prova a spiegare il protagonista ai suoi compagni di stalla che non fanno altro che scaldarsi per mostrarsi i migliori agli occhi del torero per essere poi scannati, mentre lui blocca perfino la rocambolesca fuga per salvare un coniglietto che ha avuto un infarto. La metafora dello sfruttamento senza limiti e rispetto del più debole vola alta nella storia del Novecento e del mondo contemporaneo, anche nel confronto uomo/animale. Ed è meglio lasciare che il sogno continui, anche oltre i titoli di coda. La coda di un toro salvato dalla corrida.  

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