Il Fatto Quotidiano

    In Edicola sul Fatto Quotidiano del 21 luglio: Esclusivo – Il “metodo” per far salire sulle motovedette chi rifiuta di tornare in Nord Africa“

    In Edicola sul Fatto Quotidiano del 21 luglio: Esclusivo – Il “metodo” per far salire sulle motovedette chi rifiuta di tornare in Nord Africa“


    Canale di sicilia “Libia, barconi affondati con i migranti a bordo” Fonti militari: “I guardacoste così li costringono a salire sulle motovedette” di Fabrizio D’Esposito e Antonio Massari Toh che sbadati! di Marco Travaglio Ora che...

    Canale di sicilia “Libia, barconi affondati con i migranti a bordo”

    Fonti militari: “I guardacoste così li costringono a salire sulle motovedette”

    di Fabrizio D’Esposito e Antonio Massari Toh che sbadati! di

    Ora che anche la Corte d’Assise di Palermo conferma come la trattativa Stato-mafia non frenò né bloccò le stragi, ma anzi le favorì, le accelerò o addirittura le provocò, da via D’Amelio a Palermo a via Fauro a Roma, da via dei Georgofili a Firenze a via Palestro a Milano alle basiliche romane di San […]

    La TRattativa • La sentenza L’onore di B: leggi e soldi per i boss

    “Il ruolo di Marcello Dell’Utri come “intermediario delle minacce di Cosa Nostra a Silvio Berlusconi non si colloca nel momento in cui quest’ultimo decise di scendere in politica, ma fu espresso dopo che fu formato e insediato il nuovo governo presieduto proprio da Berlusconi”. Parole chiare scolpite nelle 5200 pagine della sentenza dei giudici Alfredo […]

    di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza “Tutte le indagini su mafia e stragi ripartono da qui”

    “La sentenza Trattativa deve costituire la base di partenza per le altre Procure impegnate a chiarire i misteri delle stragi del 1992 e 1993”. Lo dice il capo del pool Trattativa, il procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia di Palermo, Vittorio Teresi. Anche se subito precisa: “Ovviamente sono valutazioni rimesse alle Procure competenti. Non mi […]

    di Ritorni Martina cambia la musica: feste dell’Unità derenzizzate

    Il neo segretario – mette le mani sul programma delle kermesse e le riapre alla vecchia “Ditta” Invitato anche il capo politico M5S Luigi Di Maio

    di Commenti Il sabato del villaggio La spartizione giallo-verde della tv pubblica

    “E poi c’è il fatto che Mediaset nasce e prospera come una tv commerciale, per consumatori (…). Mentre la Rai sarebbe un bene pubblico dei cittadini, di coloro che chiedono un servizio e non solo un prodotto” (da “Italiopoli” di Oliviero Beha – Chiarelettere, 2007 – pag. 69) Ha un bel coraggio Roberto Fico, da presidente […]

    di Giovanni Valentini Silvio e Berlusca: l’ex Cav. sdoppiato

    Fortuna che in mezzo a insabbiamenti, fake news e troll pagati da russi resiste ancora la stampa libera. Ieri il Giornale svelava in prima pagina lo scandalo più grave della terza, ma forse della prima, seconda e terza Repubblica messe insieme, ovvero la “Segretariopoli” grillina, che si arricchisce di un nuovo increscioso fatto: non solo […]

    di L’apocalisse ambulante della sinistra

    Mai come adesso ci sarebbero praterie per una forza di sinistra. Eppure mai come adesso la sinistra italiana, di per sé in crisi da decenni, non cava un ragno da un buco. Costretta all’irrilevanza un po’ dal contingente e un po’ da se stessa, grida rabbiosamente “fascisti” a chi non la pensa come lei (cioè […]

    di Politica Carte Bollate Quote Dem, decreto ingiuntivo per Grasso: deve 83.250 euro

    Il Tribunale di Roma ha emesso un decreto ingiuntivo nei riguardi dell’ex presidente del Senato, Pietro Grasso: deve pagare gli 83.250 euro di quote che i parlamentari dem si erano impegnati a versare mensilmente al partito all’inizio della scorsa legislatura durante la quale il senatore, eletto alla presidenza di Palazzo Madama, scelse poi di lasciare […]

    di stadio della roma Parnasi ai domiciliari dopo l’interrogatorio: arrestato il 13 giugno

    Torna a casa dopo oltre un mese Luca Parnasi. Il costruttore romano, finito in carcere il 13 giugno per l’inchiesta sullo stadio della Roma, ieri ha lasciato Rebibbia: la giudice per le indagini preliminari, Maria Paola Tomaselli, gli ha concesso gli arresti domiciliari che in un primo momento erano stati negati. Ma ora, secondo il […]

    di Carige, Tesauro denuncia alla Bce l’operazione Gavio

    La lettera – L’ex presidente dimessosi segnala lo scontro nel comitato rischi. Dopo Milano, indaga anche Genova

    di Cronaca Inchiesta sulle casette La Dda di Ancona: abusi e infiltrazioni nei lavori post-sisma

    E come sempre, anche nel caso del sisma che nel 2016 ha colpito le quattro Regioni del Centro Italia, nella trama dei subappalti si annidano illegalità e mafia. È quello su cui indaga la Direzione distrettuale di Ancona diretta dalla dott.ssa Irene Adelaide Bilotta e che due giorni fa ha portato i militari del comando […]

    di S. A. Corruzione al Consiglio di Stato: chiusa l’indagine

    I pm romani guidati dal procuratore aggiunto Paolo Ielo hhanno chiuso le indagini su 18tra politici, amministratori e giudici. È accusto di i corruzione in atti giudiziari Riccardo Virgilio, ex presidente di sezione del Consiglio di Stato ed ex presidente del Consiglio di giustizia amministrativa siciliano. Il giudice avrebbe “pilotato” 18 tra sentenze, ordinanze e […]

    di Show di De Luca: “Il mio reato? La tifoseria”

    Crescent – Al processo per falso e reati urbanistici il governatore parla ma non si fa interrogare. Un giudice Tar comprò casa lì

    di Mondo Terrorismo, ricercato era in vacanza sul lago d’Iseo

    Dallo scorso marzo la Procura generale presso la Corte d’Appello di Rabat aveva emesso nei suoi confronti un mandato di cattura internazionale per attentato alla sicurezza dello Stato e per associazione terroristica. Ieri pomeriggio, un cittadino belga di origine marocchina è stato fermato dai carabinieri della Stazione di Sarnico in collaborazione con la questura di […]

    di La storia Gli affari del clan ‘R’ : una gomorra libanese in salsa di crauti

    Passo falso – Affiliato, viveva ufficialmente di sussidi: poi ha comprato un intero edificio

    di M.E. Germania, tira fuori coltello e ferisce nove persone sul bus

    Lubecca, arrestato un tedesco nato in Iran: a bloccarlo sono stati gli stessi passeggeri. La polizia non esclude il movente legato alla radicalizzazione islamica

    di Sport in provincia Potere al tifo: Massese in mano alla curva

    La svolta – Dopo le critiche, i nuovi proprietari se ne sono andati, lasciando la squadra ai sostenitori

    di Lorenzo Giarelli Il ritratto Nibali e il destino, tutto cominciò con i pezzi della bici

    Ragazzo del Sud, un padre contadino e meccanico che gli ha insegnato l’impegno Dal Tour del 2014 alla vertebra fratturata: cadute e rimonte di un campione resistente alla fatica

    di Calcio e affari Il Milan ritorna in Europa. Ma c’è un’inchiesta su Mr Li

    Per l’ex presidente l’accusa è di falso in bilancio

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    Usa, ex legale registrò Donald Trump che discuteva del pagamento del silenzio di una ex modella di Playboy

    Usa, ex legale registrò Donald Trump che discuteva del pagamento del silenzio di una ex modella di Playboy


    Quattro mesi fa i suoi uffici erano stati perquisiti dall’Fbi su ordine Robert Mueller, il procuratore speciale che indaga sul Russiagate, Ma l’ex legale personale di Donald Trump, Michael Cohen, fu anche rimborsato dall’inquilino della Casa...

    Quattro mesi fa i suoi uffici erano stati perquisiti dall’Fbi su ordine Robert Mueller, il procuratore speciale che indaga sul Russiagate, Ma l’ex legale personale di Donald Trump, Michael Cohen, fu anche rimborsato dall’inquilino della Casa Bianca per aver pagato Stormy Daniels, la pornostar che ha rivelato di aver avuto un rapporto sessuale con il presidente. Oggi il New York Times svela che Cohen ha registrato segretamente una conversazione con il suo cliente prima delle elezioni del 2016. Conversazione nella quale i due discutono sui pagamenti a un’ex modella di Playboy che, come altre donne, affermava di avere avuto una storia col futuro presidente americano. Il Federal Bureau of Investigation avrebbe sequestrato la registrazione proprio durante la perquisizione di uno dei uffici di Cohen.

    Parlando col quotidiano, Rudolph Giuliani, avvocato di Trump, ha ammesso che il tycoon discusse con Coehn nel settembre 2016 il pagamento a Karen McDougal, affermando però che quel pagamento non fu mai effettuato. Giuliani inoltre spiega come il presidente Trump non abbia mai saputo di essere stato registrato. La donna ha affermato in passato di aver avuto una lunga relazione col tycoon nel 2006, lo stesso anno del presunto affaire con la pornostar Stormy Daniels e lo stesso anno in cui l’attuale first lady Melania Trump ha dato alla luce Barron Trump. McDougal offrì la sua storia al National Enquire per 150mila dollari prima delle elezioni presidenziali, ma il tabloid scandalistico decise di pubblicarla dopo il voto. Quella sul presunto pagamento della coniglietta non sarebbe l’unica registrazione eseguita dal legale e i file sono in mano all’Fbi.

    Il presidente americano finora ha sempre negato di aver mai parlato di denaro per mettere a tacere le donne con cui avrebbe avuto delle relazioni. Fonti vicine al tycoon lo descrivono come incredulo, oltre che che furioso: “Non posso credere che Michael mi abbia fatto questo…”, avrebbe detto ai suoi collaboratori riferendosi a Cohen che è attualmente indagato per violazione della legge sui finanziamenti elettorali. Il fatto che Trump possa aver mentito dicendo di non aver mai parlato di soldi né per il caso di Stormy Daniels né per quello di Karen McDougal è ora l’aspetto che più preoccupa la Casa Bianca, anche se il presidente ha sempre negato di aver avuto relazioni extraconiugali nel 2006 e 2007.

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    Ong, Borgonovo vs Linardi (SeaWatch): “È finito il comizio?”. E il conduttore lo rimprovera: “Abbia rispetto”

    Ong, Borgonovo vs Linardi (SeaWatch): “È finito il comizio?”. E il conduttore lo rimprovera: “Abbia rispetto”


    Polemica a L’Aria che Tira Estate (La7) dopo la drammatica testimonianza di Giorgia Linardi, portavoce italiana della ong SeaWatch, sulle torture perpetrate nei centri di detenzione libici. Il conduttore, Francesco Magnani, dà la parola al...

    Polemica a L’Aria che Tira Estate (La7) dopo la drammatica testimonianza di Giorgia Linardi, portavoce italiana della ong SeaWatch, sulle torture perpetrate nei centri di detenzione libici. Il conduttore, Francesco Magnani, dà la parola al vicedirettore de La Verità, Francesco Borgonovo, che commenta: “Mah, se è finito il comizio, mi domando…”. Ma Magnani non ci sta: “Bisogna avere rispetto per tutti”. “Io il massimo rispetto” – replica Borgonovo – “ma basta calcolare il tempo dato per parlare. Di che cosa stiamo parlando? Chi è che vuole lasciare la gente a crepare in mare?”. “Questo governo“, risponde Linardi. “Non è vero, signorina”, ribatte il giornalista. “Per queste persone crepare in mare è meglio che essere riportati in quei centri di detenzione in Libia” – controbatte Giorgia Linardi – “Crepare non è solo affogare in mare”. “Come mai la ong SeaWatch non è nel mar Egeo?”, chiede Borgonovo. Linardi gli risponde che con la ong sono state nel mar Egeo per sette mesi. “Benissimo, allora perché non fate le vostre battaglie accusando Erdogan di far morire la gente in mare?”, chiede nuovamente il giornalista. La portavoce della SeaWatch risponde che la ong ha ampiamente denunciato le violazioni dei diritti umani da parte della Turchia. E Borgonovo commenta: “Benissimo. Sa qual è il problema? In Italia tutte queste cose non arrivano. Arriva solo che Salvini è cattivo“

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    Ong, Linardi (SeaWatch): “Guarda Costiera libica? Categoria inesistente”. E racconta le torture nei centri di detenzione

    Ong, Linardi (SeaWatch): “Guarda Costiera libica? Categoria inesistente”. E racconta le torture nei centri di detenzione


    “Io non mi vergogno di essere una ‘pirata umanitaria’, se questo significa sottrarre persone a un sistema per cui, una volta che vengono riportate in Libia, sono soggette a un regime di detenzione arbitraria illimitata, senza alcun diritto a...

    “Io non mi vergogno di essere una ‘pirata umanitaria’, se questo significa sottrarre persone a un sistema per cui, una volta che vengono riportate in Libia, sono soggette a un regime di detenzione arbitraria illimitata, senza alcun diritto a vedere un avvocato o a essere soggette a un giusto processo”. Così a L’Aria che Tira Estate (La7) esordisce Giorgia Linardi, portavoce della ong SeaWatch in Italia, in una sofferta testimonianza sulle condizioni disumane nei campi di detenzione libici. E spiega: “Non ci rendiamo conto che quello che arriva, al di là del Mediterraneo e nel Mediterraneo, è una scrematura enorme delle persone che partono, perché la gran parte muore nel deserto e nei centri di detenzione in Libia. C’è una quantità infinita di centri di detenzione informali dove le persone sono tenute in cattività, ma non c’è una distinzione netta tra quelli ufficiali e quelli non ufficiali. Il controllo del governo libico è nominale, ma non sempre effettivo. E usiamo delle categorie che non esistono, come il concetto di Guarda Costiera Libica“. Linardi racconta: “Nei centri di detenzione libici le persone vivono in 40 cm di spazio, hanno una tazzina dove fanno pipì e poi la lanciano sul muro perché si crea un po’ di umidità e non si muore di caldo”. “Vada a vedere al Cara di Mineo allora”, insorge il vicedirettore de La Verità, Francesco Borgonovo. Giorgia Linardi lo prega di non interromperla e continua: “Le torture possono essere definite anche menzogne, ma non quando sono visibili sul corpo delle persone. Abbiamo visto le schiene di persone torturate, come nel caso di un ragazzo 26enne che è stato torturato in un centro di detenzione mattina e sera. Aveva delle cicatrici spesse due dita”. E aggiunge: “Una donna nel centro di Sorman, uno dei centri di detenzione ufficiali, dove erano rinchiuse circa 500 donne, ha raccontato di aver assistito al parto di una compagna e dopo il parto il suo cordone ombelicale è stato reciso con un pezzo di vetro. Altre donne sono state picchiate e una donna ha partorito per via delle percosse sulla pancia. Nemmeno le donne incinte vengono risparmiate. E i bambini nei centri di detenzione muoiono”

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    Migranti, i libici: “Madre e bimbo erano già morti. In acqua non c’era nessun altro”. Palazzotto: “Salvini si scusi”

    Migranti, i libici: “Madre e bimbo erano già morti. In acqua non c’era nessun altro”. Palazzotto: “Salvini si scusi”


    “Abbiamo lasciato in mare solo i due corpi senza vita di una donna e un bambino dopo aver provato invano a rianimarli: erano morti e portarli a terra non aveva senso, ma oltre loro non c’era nessun altro in acqua”. L’ultima versione libica della...

    “Abbiamo lasciato in mare solo i due corpi senza vita di una donna e un bambino dopo aver provato invano a rianimarli: erano morti e portarli a terra non aveva senso, ma oltre loro non c’era nessun altro in acqua”. L’ultima versione libica della tragica vicenda del salvataggio di Josefa, dopo 48 ore in mare al largo della Libia, arriva dal colonnello della Guardia Costiera di Misurata, Tofag Scare, attraverso un’intervista a La Stampa.

    “Lunedì 16 luglio all’ora di pranzo abbiamo ricevuto una chiamata dal mercantile spagnolo Triades che ci segnalava un’imbarcazione in difficoltà tra Khoms e ci siamo mossi per intervenire, ne abbiamo tirati a bordo 165, maschi e femmine, tutti – sostiene al quotidiano torinese –  Non avremmo avuto alcuna ragione di abbandonare in acqua delle persone vive“. La versione del colonnello libico non è che l’ultima fornita da Tripoli per smentire le accuse della ong Open Arms, secondo la quale le motovedette hanno distrutto il barcone di migranti e lasciato in mare quelli che si rifiutavano di salire a bordo.

    E spingono il deputato di Leu, Erasmo Palazzotto, che si trova a bordo della nave della Proactiva, a chiedere a Matteo Salvini di scusarsi “davanti alle agghiaccianti dichiarazioni del comandante della Guardia Costiera Libica” che “nei fatti conferma la versione di Open Arms”. “Se fossimo in un Paese serio, dovrebbe anche rassegnare immediatamente le sue dimissioni“, aggiunge il parlamentare di Liberi e Uguali. “Non è accettabile – prosegue l’esponente di Leu – che davanti ad una tragedia come questa il ministro degli Interni dia credito a criminali che hanno già fornito 4 versioni diverse sostenendo insieme al Governo italiano che vi era stato un solo intervento di recupero. Ci troviamo nella migliore delle ipotesi davanti ad un Ministro incompetente che apre la bocca senza sapere di cosa parla, nella peggiore di una consapevole complicità con i libici nel tentativo di depistaggio per coprire le proprie responsabilità”.

    Intanto domani, dopo l’arrivo a Palma de Maiorca, l’equipaggio dell’Astral, la nave che si è occupata del soccorso a Josefa e del recupero dei due cadaveri, ha annunciato una conferenza stampa nella quale “denunceremo pubblicamente l’omissione di soccorso da parte della cosiddetta Guardia Costiera libica e del mercantile Triades che hanno abbandonato i naufraghi al loro destino provocando la morte di due persone”. Secondo la ong, “questo episodio e l’esponenziale aumento del numero di morti nel Mediterraneo degli ultimi mesi” sono la “conseguenza diretta della criminalizzazione delle Ong impegnate in operazioni di soccorso nel mar Mediterraneo. L’obiettivo è quello di legittimare le milizie libiche, finanziate dall’Italia e dalla Ue, e ridurre in questo modo il numero di arrivi in Europa”.

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    Trattativa, i giudici: “Stato indebolito dai suoi esponenti. Paese in mano ai boss se fosse riuscito l’attentato all’Olimpico”

    Trattativa, i giudici: “Stato indebolito dai suoi esponenti. Paese in mano ai boss se fosse riuscito l’attentato all’Olimpico”


    Lo Stato doveva capitolare con una Lancia Thema color bordeaux. Un “colpo di grazia” che avrebbe messo definitivamente in ginocchio le già deboli istituzioni democratiche: i partiti bombardati dagli arresti di Tangentopoli, il Paese dalle...

    Lo Stato doveva capitolare con una Lancia Thema color bordeaux. Un “colpo di grazia” che avrebbe messo definitivamente in ginocchio le già deboli istituzioni democratiche: i partiti bombardati dagli arresti di Tangentopoli, il Paese dalle stragi Cosa nostra, il governo dimissionario e le Camere già sciolte. Andò in modo diverso. C’è un giorno che cambia la storia italiana. Quel giorno è il 23 gennaio del 1994 ed è una domenica: allo stadio Olimpico la Roma gioca contro Udinese. Ci sono bambini, famiglie, tifosi che vanno a vedere la partita. Ma anche carabinieri, centinaia di militari che garantiscono il servizio d’ordine dello stadio. Fuori dall’Olimpico, invece, c’è un uomo da solo: si chiama Gaspare Spatuzza e ha in mano un telecomando. È collegato alla Lancia Thema bordeaux, imbottita di tritolo e tondini di ferro perché è così che ha ordinato il boss Giuseppe Graviano: Spatuzza deve fare strage dei carabinieri, “un bel po’ di carabinieri, no due, tre, quattro”.  Graviano lo chiama “il colpetto” ma in realtà sarebbe stata la botta definitiva per mettere il Paese in mano a Cosa nostra. E invece il Paese finì saldamente in pugno a Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri: i due nomi che proprio in quei giorni di gennaio del 1994 Graviano indica a Spatuzza come i suoi interlocutori.

    C’è anche la storia del fallito attentato allo stadio Olimpito nelle 5252 pagine delle motivazioni della sentenza sulla Trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa nostra. Doveva essere l’ultima strage, la sesta in un anno e mezzo, quella più grossa, la peggiore di tutte. E invece – per fortuna – è saltata a causa di motivi tecnici: un guasto al telecomando, ha raccontato Spatuzza. Imprevisto provvidenziale: per anni di quella carneficina non si è mai saputo nulla. Nonostante sia probabilmente la più fondamentale delle sliding doors della storia recente. “Costituisce forte convinzione della corte, alla stregua del complesso di tutte le acquisizioni probatorie raccolte, che quell’episodio dell’attentato allo stadio Olimpico di Roma, passato quasi in secondo piano perché per fortuna fallito, se, invece, fosse riuscito ed avesse, quindi, determinato la morte di un così rilevante numero di carabinieri, avrebbe con ogni probabilità veramente messo in ginocchio lo Stato pressoché definitivamente dopo la sequenza delle gravissime stragi che si erano già susseguite dal 1992, ciò tanto più che l’ulteriore strage (la più grave per numero di vittime) sarebbe intervenuta in un momento di estrema debolezza delle Istituzioni a fronte di un Governo di fatto già dimissionario e di un Parlamento già proiettato verso le imminenti elezioni politiche nel contesto di una campagna elettorale particolarmente aspra per le scorie della cosidetta Tangentopoli che aveva travolto tutti i partiti politici tradizionali”, scrivono i giudici della corte d’Assise di Palermo a pagina 2842 del provvedimento con cui nei fatti riscrivono la fine della Prima Repubblica e la nascita della Seconda. 

    “È ferma convinzione della Corte che senza l’improvvida iniziativa dei carabinieri e cioè senza l’apertura al dialogo sollecitata ai vertici mafiosi che ha dato luogo alla minaccia al Governo sotto forma di condizioni per cessare la contrapposizione frontale con lo Stato, la spinta stragista meramente e chiaramente di carattere vendicativo riconducibile alla volontà prevaricatrice di Riina, si sarebbe inevitabilmente esaurita con l’arresto di quest’ultimo nel gennaio 1993”, scrivono i giudici. Vuol dire che se gli uomini di Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno non avessero dimostrato voglia di interloquire con Cosa nostra le stragi di Roma, Firenze e Milano nel 1993 non ci sarebbero mai state.

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    Multe e atti giudiziari, a consegnarli ora non sarà più solo Poste Italiane: via libera alla liberalizzazione

    Multe e atti giudiziari, a consegnarli ora non sarà più solo Poste Italiane: via libera alla liberalizzazione


    Non sarà più solo Poste Italiane a recapitare a casa ai cittadini multe e atti giudiziari. Il ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, ha firmato il decreto ministeriale che definisce le nuove procedure per il rilascio delle licenze speciali...

    Non sarà più solo Poste Italiane a recapitare a casa ai cittadini multe e atti giudiziari. Il ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, ha firmato il decreto ministeriale che definisce le nuove procedure per il rilascio delle licenze speciali previste dal codice della strada. “Con questo provvedimento – spiega il titolare del Mise- si compie un passo decisivo per l’effettiva apertura del mercato ad altri operatori presenti nel settore delle consegne postali, che consentirà un importante abbattimento dei costi per le amministrazioni dello Stato”. Soddisfatti i consumatori, che parlano di provvedimento atteso da decenni.

    Il ministero dello Sviluppo economico sottolinea che si completa così “la fase di regolamentazione del settore postale inerente ai servizi delle notifiche degli atti giudiziari e delle multe, avviata nel 2017 dalla Legge per la concorrenza con l’abrogazione della norma che prevedeva l’affidamento esclusivo del servizio a Poste Italiane S.p.A e proseguita con la pubblicazione della delibera n. 77/2018 dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni“. Il decreto ministeriale verrà inviato alla Corte dei Conti prima della pubblicazione in Gazzetta ufficiale.

    I requisiti per entrare in possesso della licenza, che verrà rilasciata dal Mise, sono fissati dal Regolamento dell’Agcom approvato nel febbraio scorso. Le imprese interessate potranno richiedere l’abilitazione per entrambi i servizi o anche solo per le contravvenzioni: le licenze saranno differenziate su base nazionale o regionale, “in ragione dei limiti territoriali entro i quali entro i quali il titolare è legittimato a esercitare il servizio”. A chiedere la licenza può essere anche un operatore capogruppo di un’aggregazione di più operatori postali. Saranno necessari, però, alcuni requisiti di affidabilità che vanno dalla produzione di una “fideiussione autonoma, irrevocabile e a prima richiesta” per un importo pari a 100 mila euro per la licenza nazionale e a 20 mila per quella regionale, alle certificazioni in materia di salute e sicurezza sul lavoro o di non trovarsi in uno stato di fallimento, liquidazione coatta o concordato preventivo.

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    Severino Antinori prosciolto dall’accusa di traffico illecito di ovociti dal gup

    Severino Antinori prosciolto dall’accusa di traffico illecito di ovociti dal gup


    Nessun traffico illecito di ovociti da parte del ginecologo Severino Antinori, che oggi è stato prosciolto a Milano dall’accusa di essere il capo di un’associazione per delinquere che aveva lo scopo di commercializzare gameti per la procreazione...

    Nessun traffico illecito di ovociti da parte del ginecologo Severino Antinori, che oggi è stato prosciolto a Milano dall’accusa di essere il capo di un’associazione per delinquere che aveva lo scopo di commercializzare gameti per la procreazione assistita e di cui avrebbero fatto parte anche altri coimputati, anche loro assolti. Come riporta l’Ansa il gup Alfonsa Ferraro, che ha mandato il medico a processo a novembre per altri reati minori, ha probabilmente letto con una luce diversa rispetto alla Procura i compensi – circa 1000 euro di media – elargiti da Antinori alle donatrici di due cliniche estere (una a Siviglia, l’altra a Praga) in cambio di ovociti da rivendere alle coppie che si rivolgevano alla clinica Matris, guidata dal medico romano, per avere dei figli. Probabilmente – ma le motivazioni si conosceranno solo tra 90 giorni e solo allora si saprà con certezza l’interpretazione che ha dato il magistrato di questa vicenda – il giudice ha ritenuto, a differenza del pm Maura Ripamonti, di inquadrare la vicenda nell’ambito dei principi espressi dalle recenti norme e direttive europee. Norme che riconoscono la legittimità di un compenso, a scopo di ristoro, per quelle donne che si sottopongono a pesanti trattamenti come l’ovostimolazione, necessaria per la donazione di gameti.

    Antinori, già condannato in primo grado a 7 anni e 2 mesi per il prelievo forzato di ovociti a una infermiere spagnola a sua volta imputata per calunnia, è stato invece rinviato a giudizio per altri reati minori e per appropriazione indebita di ovociti: il prossimo 13 novembre si aprirà infatti il processo, a carico del ginecologo e di un altro coimputato, relativo a un singolo episodio, quello di una coppia non avrebbe prestato il consenso all’impianto a terzi di ovociti di loro proprietà. “Il giudice ha finalmente sancito che il professore Antinori non ha mai fatto commercio illecito di ovociti – hanno commentato i difensori del medico, gli avvocati Tommaso Pietrocarlo, Carlo Taormina e Gabriele Maria Vitiello – siamo soddisfatti perché questa decisione riabilita professionalmente un grande scienziato che da molti anni è stato ingiustamente fatto oggetto di indagini che sono cadute nel nulla”.

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    Non serve concordare con Saviano per difendere il diritto di critica. Il Fatto e i giornali lo sostengano

    Non serve concordare con Saviano per difendere il diritto di critica. Il Fatto e i giornali lo sostengano


    Roberto Saviano viene denunciato per diffamazione dal ministro degli Interni. Pare, in Italia, ordinaria amministrazione posto che Matteo Salvini non è il primo o l’ultimo che denuncia giornalisti. Nelle famosa classifica a cui si ricorre ogni due per...

    Roberto Saviano viene denunciato per diffamazione dal ministro degli Interni. Pare, in Italia, ordinaria amministrazione posto che Matteo Salvini non è il primo o l’ultimo che denuncia giornalisti. Nelle famosa classifica a cui si ricorre ogni due per tre – quella della posizione nel rating mondiale della libertà di stampa – le querele hanno un loro indubbio posto d’onore.

    Già scrissi che per depotenziare l’effetto intimidatorio delle querele, basterebbe ridurre alla cifra simbolica di un euro l’ammontare del quantum da pretendere. Questo eviterebbe, quanto meno, che querele a scopo intimidatorio siano più o meno efficaci grazie alle cifre colossali richieste. Sappiamo però che una simile soluzione non sarà mai oltre che formulata da qualcuno, di sicuro approvata e quindi non mi dilungo.

    E allora Il Fatto Quotidiano, che ha annoverato tra le sue campagne la difesa del diritto di critica e un’ostinata e meritoria avversione alle querele di cui sopra, accetti la sfida che propongo: faccia interamente sue le parole di Saviano. Chieda ai suoi lettori, ardimentosi quando si tratta di sparare a zero dietro anonimato, di sottoscriverle. Con tanto di nome e indirizzo. Faccia una di quelle campagne capaci di smuovere le coscienze, nella piena consapevolezza che la posta in gioco non sono tanto le parole e il contenuto di quanto viene ritenuto ingiurioso, ma proprio il diritto di informare, di dibattere di polemizzare, di criticare, di opporsi, di vivere una dimensione dinamica in cui l’incognita esista a dispetto del “tanto le cose vanno sempre così”. Di fare un mestiere capace di incidere sul reale. E di dare, al lettore, analoga possibilità. Alla fin fine, si tratterebbe di sperimentare una sorta di “class action all’incontrario” in cui invece di immaginare tutti contro uno, si rovescia il piano immaginando uno contro tutti.

    Che farà il Viminale? Denuncerà 100-200mila persone? Solo alcune e altre no? Lascerà correre, attonito, per la creazione di un conflitto di interesse che potrebbe coinvolgere suoi stessi lettori? Perché è palese, che se nel magnifico mondo della nostra carta stampata e non solo, si avviasse – fantasia al potere – una simile strategia da parte di moltitudini di cittadini, ci arricchiremmo tutti di una non scontata arma di difesa.

    Non occorre essere d’accordo con Saviano. Io stesso non amo molto il personaggio. È l’eccezionalità del tutto che ne fa una occasione ghiotta; un ministro che si fa forte dei propri uffici, per querelare uno scrittore/giornalista la cui unica forza è quella della credibilità presso la comunità dei suoi lettori, dà corpo a una moderna riedizione di Davide contro Golia. L’autorità verso l’autorevolezza, che poi è l’indice reale che fa sì che un articolo venga preso o meno in considerazione.

    E vada oltre questo: si dichiari, il giornale, pronto a tale sfida chiedendo alle altre testate – cui la questione della intimidazione dovrebbe essere parimenti gradita – a concertare una azione collettiva. Chieda a Repubblica che con le 10 domande a Silvio Berlusconi fece gioire molti. Chieda a il Giornale, che con la difesa del proprio direttore graziato dalla galera fece palpitare i cuori della destra. Chieda dunque, a chiunque conti qualche lettore, di prendere parte.

    E che la prendano anche i lettori, che finalmente potranno schierarsi in una azione concreta, in nome della libertà, che vada oltre il picchiettare sui tasti di un computer. Forse si raggiungeranno cifre di sottoscrittori, ancor più cospicue. Misuriamo con questa proposta ciò che rimane dell’idea che una stampa debba essere autonoma e libera. Che i confronti di idee debbano viaggiare su altre dimensioni abbandonando la via giudiziaria.

    Quale migliore battaglia che prenda spunto dal personaggio Saviano, amato e odiato in egual misura? Quale straordinario disinteresse, scendere in campo a favore di chi ha un pensiero opposto o diverso dal tuo, farebbe capolino? Quale miglior occasione per dimostrarsi stampa lontana dai giochi di bande che da tempo contraddistinguono buona parte del circuito mass mediatico sottraendo credibilità e inficiando il piacere di leggere?

    Quale salto di qualità, rispetto la difesa di una idea cardine delle democrazie, capace, affiancata alla più consolidata raccolta firme a favore o contro un determinato provvedimento, di mordere andando oltre al mero abbaiare. Ammesso che ai lettori, interessi realmente contare qualche cosa. Mordere e non solo abbaiare.

    L'articolo Non serve concordare con Saviano per difendere il diritto di critica. Il Fatto e i giornali lo sostengano proviene da Il Fatto Quotidiano.

    Israele e Hamas a un passo dalla guerra. Raid di Tel Aviv fa 4 morti e 120 feriti. L’Onu: “Fermatevi prima del baratro”

    Israele e Hamas a un passo dalla guerra. Raid di Tel Aviv fa 4 morti e 120 feriti. L’Onu: “Fermatevi prima del baratro”


    I colpi di fucile dei cecchini palestinesi in un agguato per ordine di Hamas feriscono a morte un soldato. I colpi di cannone dell’esercito israeliano di risposta provocano 4 morti e almeno 120 feriti. Nella striscia di Gaza la nuova escalation...

    I colpi di fucile dei cecchini palestinesi in un agguato per ordine di Hamas feriscono a morte un soldato. I colpi di cannone dell’esercito israeliano di risposta provocano 4 morti e almeno 120 feriti. Nella striscia di Gaza la nuova escalation rischia di essere sinonimo di guerra vera e propria. Tanto che le Nazioni Unite – per voce dell’emissario per il Medio Oriente Nickolay Mladenovun – hanno lanciato un appello dai toni quasi drammatici affinchè cessino le ostilità. “Tutti a Gaza devono fare un passo indietro, prima del baratro – dice Mladenovun – Non la settimana prossima, non domani, ma adesso. Quanti vogliono provocare un nuovo conflitto fra palestinesi ed israeliani non devono riuscire nel loro intento”. Una possibile allusione all’Iran, che questa settimana ha organizzato a Gaza un convegno di sostegno alla lotta armata palestinese.

    Quattro anni dopo, dunque, Israele ed Hamas sono ad un passo da un nuovo scontro militare. Questi ultimi sono stati mesi di tensione crescente sul confine orientale di Gaza, oggi la situazione è precipitata quando cecchini di Hamas appostati in un gruppo di dimostranti hanno teso un’imboscata ad una pattuglia di confine israeliana. Un soldato è stato colpito in modo grave: è morto all’ospedale. La reazione israeliana è stata immediata e durissima, anche a colpi di cannone: 4 palestinesi (3 dei quali miliziani di Hamas) sono rimasti uccisi, altri 120 sono stati feriti.

    Per ore Israele ha colpito con carri armati e caccia obiettivi di Hamas, che ha reagito con colpi di mortaio e razzi sul Neghev. Gli abitanti israeliani della zona sono accorsi nei rifugi mentre a Tel Aviv nel ministero della Difesa il premier Benyamin Netanyahu ha riunito un vertice d’urgenz con il ministro Avigdor Lieberman e il capo di stato maggiore Gady Eisenkot facevano il punto della situazione.

    La giornata era iniziata con due sviluppi che sembravano presagire un allentamento della tensione. Dalle pagine del Washington Post tre collaboratori di Donald Trump (Jared Kushner, Jason Greenblatt e l’ambasciatore Usa in Israele David Friedman) hanno informato i due milioni di abitanti della Striscia che importanti aiuti economici internazionali destinati al rilancio della loro economia sono adesso a portata di mano. Per riceverli, hanno aggiunto, occorrerà tuttavia che Hamas rinunci alle violenze “contro Israele e l’Egitto” e che ceda al presidente dell’Anp Abu Mazen la gestione della Striscia. “Parole arroganti” è stata la risposta di Hamas. “Quei funzionari si sono fatti portavoce dell’occupazione israeliana“. Il secondo sviluppo della mattinata era stata l’improvvisa diminuzione del lancio di aquiloni e di palloni incendiari da Gaza verso Israele, come richiesto con insistenza dall’Egitto.

    Sembrava l’inizio del ritorno ad una calma precaria sul confine. Ma a Gaza gli animi si sono scaldati durante i funerali di massa di un miliziano di Hamas ucciso ieri sul confine dal fuoco israeliano mentre partecipava al lancio di palloni incendiari. Ai funerali hanno assistito dirigenti politici di Hamas, fra cui Ismail Haniyeh. “La sua morte sarà vendicata”, ha avvertito il braccio armato di Hamas, che poche ore dopo ha infatti teso l’agguato sul confine che ha innescato le violenze odierne. “Hamas ha scelto l’escalation – ha replicato Israele – e ne subirà le conseguenze”.

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    Grasso, il tribunale ordina di pagare al Pd i contributi non versati. “Non ho ancora ricevuto notifica, farò ricorso”

    Grasso, il tribunale ordina di pagare al Pd i contributi non versati. “Non ho ancora ricevuto notifica, farò ricorso”


    Il tribunale di Roma ha emesso un decreto ingiuntivo nei confronto dell’ex presidente del Senato Pietro Grasso, che dovrà dare 82mila euro di contributi mai pagati al Partito Democratico. Lo conferma il tesoriere del Pd Francesco Bonifazi su un...

    Il tribunale di Roma ha emesso un decreto ingiuntivo nei confronto dell’ex presidente del Senato Pietro Grasso, che dovrà dare 82mila euro di contributi mai pagati al Partito Democratico. Lo conferma il tesoriere del Pd Francesco Bonifazi su un post su Facebook: “Le regole valgono per tutti. Oppure non sono regole – scrive – E le regole vanno rispettate, sempre”. “Su 63 richieste di decreto da noi avanzate – ha riferito Bonifazi all’Ansa – il giudice li ha emessi praticamente quasi tutti. Noi abbiamo preso l’impegno, durante l’approvazione del bilancio, di destinare tutti questi soldi a sostegno dei nostri lavoratori in cassa integrazione“.

    “Non ho ancora ricevuto alcuna notifica di decreto ingiuntivo, quindi non so su quali basi possa essere stato emesso. Di certo c’è che nessuno mi ha mai chiesto una determinata cifra mensile nel corso di tutta la scorsa legislatura” fa sapere il diretto interessato Pietro Grasso in una nota. Il leader di LeU dichiara di aver contattato nuovamente due giorni fa il tesoriere del Pd, proprio al fine di evitare il contenzioso, ma evidentemente “ha bisogno di scaricare su altri le colpe della sua pessima gestione, e provare a trasformarle in un mezzo strumentale e propagandistico“. L’ex presidente del Senato conclude la nota affermando che, una volta che gli sarà consegnato il decreto, farà opposizione.

    La vicenda ha avuto inizio nel dicembre dell’anno scorso, quando Bonifazi aveva reclamato i contributi dei parlamentari eletti con il Pd – poi transitati in Mdp – mai versati. Lo statuto del partito prevede che chi ricopre una carica deve versare al partito il 10 percento della propria indennità: indennità che Bonifazi sosteneva aver calcolato in riferimento al periodo in cui “i colleghi hanno mantenuto la loro adesione al Pd, non oltre”. I soldi sarebbero stati destinati ai lavoratori in cassa integrazione, perché anche i “lavoratori sono liberi e uguali”, aveva scritto Bonifazi su Facebook. E il riferimento non è casuale: all’ex presidente del Senato e leader di Leu Pietro Grasso erano stati chiesti, appunto, 83mila auro di contributi arretrati.

    La richiesta era stata definita da Grasso “un colorito quanto basso espediente da campagna elettorale”, in una lettera pubblicata su Repubblica. Nel testo indirizzato al tesoriere del Pd, l’ex presidente del Senato aveva dichiarato di non aver mai ricevuto alcuna comunicazione in merito alle quote da versare, né sulle modalità di pagamento da seguire, nonostante le 56 mensilità trascorse dalle sue dimissioni dal gruppo Pd. Ancor di più, aveva sostenuto il fatto che fosse inopportuno per la carica istituzionale ricoperta dare un sostegno al partito con soldi pubblici, “così come per prassi centenaria non è chiamato a dare col voto alcun contributo politico“. E infine aveva chiesto a Bonifazi un chiarimento sui “circa 250mila euro che il gruppo del Pd in Senato ha percepito dal marzo del 2013 al 26 ottobre del 2017 in ragione della mia iscrizione al gruppo medesimo”.

    Non solo Grasso, e non solo fuoriusciti: tra i nomi nei 63 decreti richiesti dal Pd spiccano quelli dell’ex sottosegretario al Welfare Angelo Rughetti – debitore di circa 22.500 euro – e quello di Nicola La Torre – al Pd deve 10.500 euro. Folta la truppa che sulle orme di Grasso è andata in Leu senza saldare i conti col partito che li aveva eletti: Elisa Simoni – 49mila euro – Demetrio Battaglia – 79mila euro – e Piero Martino  – 68mila euro. Nell’elenco dei debitori c’è anche l’ex responsabile cittadinanza Khalid Chaouki, debitore di 70mila euro.

    Diffide e ingiunzioni sono partite anche nei confronti di esponenti del partito democratico eletti nella scorsa legislatura, salvo deroghe. Bonifazi stesso ha ricordato, infatti, che per l’attuale legislatura non venivano accolte candidature in caso di morosità, salvo la sottoscrizione di un impegno al pagamento. Opzione che valeva come garanzia di volersi “mettere in regola” e costituendo la premessa per un decreto immediatamente esigibile – sottoscritto da diversi esponenti, come Simone Valiante, con un debito di 53mila euro.

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    Savona indagato, Salvini: “Persona pulita e onesta, uno di quelli che stimo di più. Spero giustizia sia veloce”

    Savona indagato, Salvini: “Persona pulita e onesta, uno di quelli che stimo di più. Spero giustizia sia veloce”


    “Ma secondo voi Savona ha la faccia dell’usuraio? Potrà avere tanti difetti. È uno di quelli che stimo di più. Spero che la giustizia faccia velocemente il suo corso perché Paolo Savona è una delle persone più pulite e oneste di questo...

    “Ma secondo voi Savona ha la faccia dell’usuraio? Potrà avere tanti difetti. È uno di quelli che stimo di più. Spero che la giustizia faccia velocemente il suo corso perché Paolo Savona è una delle persone più pulite e oneste di questo paese”. Così il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, al termine del consiglio federale della Lega tenutosi questo pomeriggio in via Bellerio a Milano, ha commentato la notizia dell’inchiesta per usura bancaria della Procura di Campobasso che coinvolge anche il ministro per gli Affari europei. Il vicepremier ha parlato anche della questione nomine che ha tenuto banco negli ultimi giorni

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    Parma, inchiesta Public money: sette anni all’ex presidente partecipata Stt

    Parma, inchiesta Public money: sette anni all’ex presidente partecipata Stt


    Sette anni all’ex presidente di Stt, società partecipata del comune di Parma, Andrea Costa, quattro anni e sei mesi all’ex vicepresidente di Iren Luigi Giuseppe Villani (anche ex dirigente parmigiano di Forza Italia) e tre anni all’ex editore...

    Sette anni all’ex presidente di Stt, società partecipata del comune di Parma, Andrea Costa, quattro anni e sei mesi all’ex vicepresidente di Iren Luigi Giuseppe Villani (anche ex dirigente parmigiano di Forza Italia) e tre anni all’ex editore Angelo Buzzi. Sono queste le sentenze di primo grado emesse oggi dal Tribunale di Parma per l’inchiesta Public Money. Il collegio giudicante, presieduto da Mattia Fiorentini, ha accolto di fatto la tesi della Procura di Parma che aveva accusato i tre di peculato e corruzione.

    Con loro finirono indagate a vario titolo per corruzione e peculato in tutto 17 persone tra consulenti, giornalisti e imprenditori che facevano parte del “sistema Parma”, che in pochi anni ha generato un buco di oltre 800 milioni di euro nelle casse comunali lasciato poi in eredità alla giunta Cinque stelle di Federico Pizzarotti.

    L’indagine, chiamata Public money, risale al 2013 e coinvolse anche l’allora sindaco di Parma Pietro Vignali che finì ai domiciliari. L’ex primo cittadino nel novembre 2015 aveva patteggiato una pena di due anni con pena sospesa, accettando di versare un risarcimento di quasi un milione di euro al Comune di Parma. Secondo gli inquirenti fra il 2007 ed il 2011 vennero sottratte ingenti somme di denaro pubblico tramite società partecipate e finte fatturazioni. La richiesta di rinvio a giudizio risale al febbraio del 2014.

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    Damien Rice, un tour di sogni autentici e semplicità

    Damien Rice, un tour di sogni autentici e semplicità


    di Giulio Scarantino Damien Rice sui piedi dell’Etna per la prima tappa del suo Wood water wind tour, incanta con un live autentico. In contro tendenza con l’era degli effetti speciali, degli arrangiamenti ricercati, il poeta con la sua sola chitarra...

    di Giulio Scarantino

    Damien Rice sui piedi dell’Etna per la prima tappa del suo Wood water wind tour, incanta con un live autentico. In contro tendenza con l’era degli effetti speciali, degli arrangiamenti ricercati, il poeta con la sua sola chitarra mostra la forza della voce.

    Fa il suo ingresso nella penombra, solo una piccola luce lo precede. Vestiti che non richiamano l’attenzione e una chitarra consumata. In punta di piedi inizia con una sussurrata Delicate: si allontana pian piano dal microfono per creare un naturale effetto di dissolvenza, per poi superare le barriere del palco e avvicinarsi al pubblico. Canta e suona al buio, privo non solo di luce ma anche di amplificazione artificiale. Con soltanto l’architettura dell’anfiteatro e il vento a facilitare la diffusione della sua voce, che arriva diretta e viva.

    L’inizio è epifanico: la sinergia con il pubblico è ciò che rende ogni live autentico e irripetibile, così come questo. Tutto si svolge con un rapporto senza filtri, con lo spettatore che diventa prima amico e consigliere quando chiede il prossimo pezzo da suonare, per poi diventare addirittura strumento di accompagnamento in Vulcano. L’artista sfrutta in pieno non solo il pubblico e la location, ma anche la sua voce. Mostrando capacità invidiabili, imita gli strumenti che non ci sono, sostituisce i coristi assenti e in Eskimo la sua presenza riempie letteralmente lo spazio circostante.

    “Less is more” diceva il genio Ludwig Mies van der Rohe, per spiegare il principio che ha rivoluzionato l’architettura moderna: così forse avrebbe detto per descrivere il concerto del cantautore irlandese nella piccola bomboniera della Sicilia (l’anfiteatro Falcone e Borsellino di Zafferana Etnea). Il luogo, le poche luci, sembrano scelti di proposito per ridurre al minimo qualsiasi forma di distrazione dalla voce, dagli stati d’animo e dalle parole pronunciate dall’artista.

    La musica si fa quasi istinto primordiale, come primordiale è l’idea di tour messa su da Damien Rice: in viaggio spostandosi da una tappa all’altra con unavecchia barca a vela in legno per esibirsi e cantare, senza scaletta, “quel che si sente”. Il tour continua passando per Caserta e Ostia, per poi arrivare in Spagna. Un tour definito autentico anche dallo stesso artista che ha annunciato così l’inizio della sua traversata: “Questo tour, viaggiando di concerto in concerto su un’antica barca a vela in legno, è come un sogno che è stato tenuto sotto un polveroso coperchio per più di 10 anni. Tutto questo ipnotico e affascinante moto di vele, corde e onde mi fanno sentire come trasportato dagli elementi sulla schiena di una creatura marina gigante e mitologica. E’ un posto in cui mi sento profondamente vulnerabile, e al tempo stesso immensamente libero”.

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    Ilva, le mosse del vecchio governo e le criticità secondo Anac. Un anno dopo la gara, l’unico vincitore è Marcegaglia

    Ilva, le mosse del vecchio governo e le criticità secondo Anac. Un anno dopo la gara, l’unico vincitore è Marcegaglia


    Per l’Anac ci furono “criticità”. Luigi Di Maio dice che il “pasticcio” è “colpa dello Stato”, non dell’Ilva, puntando di fatto l’indice contro il suo predecessore Carlo Calenda, che respinge le accuse definendole “gravi”. Resta...

    Per l’Anac ci furono “criticità”. Luigi Di Maio dice che il “pasticcio” è “colpa dello Stato”, non dell’Ilva, puntando di fatto l’indice contro il suo predecessore Carlo Calenda, che respinge le accuse definendole “gravi”. Resta il giudizio dell’Autorità nazionale anticorruzione, sollecitata dal governo a vagliare l’iter di gara: sui termini del piano ambientale, slittato durante la procedura di gara, le scadenze intermedie del piano e il rilancio delle offerte le regole sono di fatto cambiate in corsa o non sono state disciplinate in modo dettagliato. Eppure, nel giugno 2017, proprio Calenda – supportato dall’Avvocatura di Stato – diceva che il rilancio presentato in extremis da Acciaitalia per superare l’offerta di ArcelorMital non si poteva proprio accettare in quanto “contrario alle procedure di gara” e poi perché i “Paesi seri non cambiano le regole in corsa o ex post”. L’Anac di Raffaele Cantone, basandosi sui documenti forniti dal Mise, nelle 7 pagine di risposta ha sintetizzato opinioni diverse. Di certo, a un anno di distanza, con l’azienda siderurgica ancora in bilico, i sindacati in agitazione, gli acquirenti in stand-by e il governo che deve chiudere la faccenda in tempi rapidi, l’unico vero vincitore è il Gruppo Marcegaglia che dovrà cedere il 15% delle quote se e quando AmInvestco sarà certa di avere il ‘controllo’ degli stabilimenti e, come aveva spiegato Emma Marcegaglia, ha mantenuto il contratto di acquisto dell’acciaio a lungo termine.

    Il primo nodo: il piano ambientale – Il primo nodo evidenziato dall’Anticorruzione riguarda il termine per la definizione del piano ambientale, slittato durante la procedura di gara. In particolare i tempi sono stati dilatati quando la platea di ‘pretendenti’, tra i passaggi delle “offerte iniziali” e quello dell’”offerta vincolate” si era ristretta a due sole cordate: da una parte la vincitrice AmInvestco di ArcelorMittal e Gruppo Marcegaglia, dall’altra Acciaitalia guidata da Jindal. Il ministero chiedeva di verificare se si fosse leso il principio della concorrenza e l’Anac risponde che il ben più ampio arco temporale di realizzazione del piano – slittato da un anno al 2023 – ha senza dubbio modificato in modo rilevante il quadro economico e fattuale. Il periodo più lungo di addirittura sei anni avrebbe potuto spingere più imprese a partecipare alla competizione, aumentato il livello di concorrenza e la qualità delle offerte. Resta, tra l’altro, il giudizio espresso dai tecnici che hanno valutato i due piani esponendo le loro valutazioni (non vincolanti) ai commissari.

    Cosa dissero i tecnici a riguardo – Le conclusioni erano state anticipate da Ilfattoquotidiano.it a maggio 2017: “Il piano – scrivevano i tecnici – è coerente con quello del ministero dell’Ambiente ma senza miglioramenti”. Prometteva poi di investire 25 milioni in salute, sicurezza e ambiente, contro i 150 di Acciaitalia e non menzionava l’impatto dell’importazione delle bramme da fuori. Tutte le tecnologie proposte puntavano “ad abbattere l’emissione di anidride carbonica, un aspetto importante ma che non ha effetto sulla diminuzione di gran parte dei fattori inquinanti pericolosi e di allarme sanitario/sociale derivanti dall’uso del carbone”. L’impegno più forte – quello di coprire tutti i parchi minerari primari secondo il piano di Ilva già approvato dal ministero (AcciaItalia vuole modificarlo per coprirli solo in parte, entro il 2021) – prometteva di completare l’operazione nel 2023, cioè in 5 anni. Secondo il piano originario ne servivano al massimo due, come poi effettivamente è avvenuto attraverso un accordo post-assegnazione.

    Il secondo nodo: le scadenze intermedie – Il secondo quesito riguardava invece le scadenze intermedie del piano, che non sono state rispettate. La proroga del piano ambientale – spiega l’Anac – non ha fatto venire meno il carattere vincolante delle prescrizioni del ministero dell’Ambiente. E in punta di diritto il mancato integrale adeguamento alle prescrizioni fissate dal ministero potrebbe essere sanzionata con l’esclusione dalla gara. Con una valutazione che spetta al ministero. Una conclusione che – ha spiegato Michele Emiliano – si avvicina molto a uno dei punti per i quali la Regione Puglia ha presentato ricorso al Tar, andando allo scontro frontale con Calenda.

    Il rilancio previsto, ma non dettagliato – L’ultimo punto riguarda il rilancio delle offerte, per le quali l’Anac rileva che questo aspetto della gara era stato inizialmente previsto ma poi non disciplinato in modo dettagliato, indicando come questi rilanci avrebbero potuto portare più soldi nelle casse dello Stato. Acciaitalia aveva effettivamente presentato un’offerta di rilancio in extremis: 600 milioni in più oltre agli 1,2 miliardi di euro dell’offerta iniziale, pareggiando il prezzo proposto da AmInvestco che ha pesato per il 50% nel “punteggio” per l’assegnazione. Calenda, all’epoca, aveva spiegato che i concorrenti non potevano modificare al rialzo le proprie offerte economiche: sarebbe servita “una nuova fase competitiva estesa a tutte le componenti delle offerte stesse”. Una conclusione condivisa dall’Avvocatura di Stato alla quale venne chiesto un parere. Ora l’Anticorruzione sottolinea che, a suo avviso, era stati previsti ma non disciplinati in modo dettagliato.

    Il Gruppo Marcegaglia, l’unico vincitore (per ora) – A un anno di distanza, mentre regna l’incertezza, l’unico vincitore resta Marcegaglia: il gruppo ha il 15% delle quote di AmImvestco, che dovrà cedere completamente come stabilito dall’Antitrust Ue. L’allontanamento parziale era già stato previsto subito dopo l’assegnazione, poi a dicembre 2017 Mittal aveva firmato un accordo “non vincolante” per l’entrata nella cordata di Cassa Depositi e Prestiti con una quota pari al 5,6%. Il resto delle azioni di Marcegaglia potrebbe finire invece a Intesa Sanpaolo, istituto di credito con cui il Gruppo era pesantemente esposto. E a sua volta, la banca è tra le prime creditrici di Ilva. In ogni caso, il passaggio verrà perfezionato quando sarà ufficiale il subentro nella gestione degli stabilimenti. In tutto questo, come confermato da Emma Marcegaglia dopo la pronuncia dell’Antitrust Ue, il gruppo ha mantenuto “il contratto di acquisto della materia prima a lungo termine”. Acciaio a buon prezzo, insomma. “Era la parte più interessante – spiegò – la parte più strategica“.

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    ‘Ndrangheta, boss Nicolino Grande Aracri condannato all’ergastolo in appello

    ‘Ndrangheta, boss Nicolino Grande Aracri condannato all’ergastolo in appello


    Se in primo grado aveva preso 30 anni, la Corte d’appello di Catanzaro ha stabilito che il boss di Cutro Nicolino Grande Aracri dal carcere non ci deve più uscire. Nonostante il rito abbreviato, infatti, i giudici di secondo grado non hanno concesso...

    Se in primo grado aveva preso 30 anni, la Corte d’appello di Catanzaro ha stabilito che il boss di Cutro Nicolino Grande Aracri dal carcere non ci deve più uscire. Nonostante il rito abbreviato, infatti, i giudici di secondo grado non hanno concesso sconti di pena e lo hanno condannato all’ergastolo al termine del processo “Kyterion”, nato dall’inchiesta parallela all’operazione “Aemilia” che ha svelato gli interessi in Emilia Romagna della cosca crotonese.

    Accogliendo le richieste del pm Domenico Guarascio, la Corte d’Appello ha giudicato Nicolino Grande Aracri colpevole dell’omicidio del boss Antonio Dragone ucciso nel maggio 2004. Per lo stesso delitto, è stato condannato all’ergastolo anche al fratello, Ernesto Grande Aracri, che in primo grado era stato condannato a 24 anni di carcere. Il “capo società” di San Mauro Marchesato, Angelo Greco, è stato invece condannato a 30 anni.

    Sono queste le principali pene al termine del processo d’appello nato dall’inchiesta che ha consentito alla Dda di Catanzaro di aprire uno squarcio su tutte le attività della cosca Grande Aracri. Il boss adesso dovrà attendere la sentenza di Cassazione che, se dovesse confermare, lo condannerà al carcere a vita. Per i magistrati, oltre all’omicidio Dragone, don Nicolino è responsabile di associazione mafiosa ed estorsione. Era capo di una “provincia” di ‘ndrangheta che non si limitava al solo territorio crotonese. Piuttosto la sua cosca aveva influenza anche nella Sibaritide, nella zona di Catanzaro e del Vibonese. I suoi tentacoli arrivavano pure in Emilia Romagna dove i Grandi Aracri rivendicavano autonomia anche rispetto alle cosche reggine.

    Stando alle indagini, gli imputati volevano accaparrarsi i lavori sulla statale 106 e sui parchi eolici, ma anche la gestione di villaggi turistici come quello di “Capopiccolo” a Isola Capo Rizzuto.

    Le inchieste “Kyterion” ed “Aemilia”, oltre a ricostruire, i vari ruoli all’interno della famiglia mafiosa di Cutro, hanno il merito di aver fatto luce sulle entrature di don Nicolino Grande nei palazzi che contano: dalla massoneria al Vaticano passando per la Corte di Cassazione.

    Per i pm, infatti, la cosca di Cutro ha cercato di aggiustare un processo a Roma per far annullare la decisione del Tribunale del Riesame di Catanzaro che aveva confermato l’arresto per Giovanni Abramo, cognato del boss Grande Aracri. Quella sentenza è stata annullata con rinvio dalla Cassazione ma la Dda non era riuscita ad accertare il coinvolgimento di un magistrato.

    Nel gennaio 2015 era stato arrestato un ex maresciallo dei carabinieri poi diventato avvocato, Benedetto Stranieri, che giovedì è stato condannato a 4 anni di carcere per concorso esterno con la ‘ndrangheta. Secondo i magistrati, Stranieri avrebbe avvicinato “soggetti gravitanti in ambienti giudiziari della Corte di Cassazione, anche remunerandoli, al fine di ottenere decisioni giudiziarie favorevoli ad Abramo Giovanni”.

    Durante le perquisizioni, i carabinieri avevano trovato un conto corrente con la disponibilità di 200 milioni di euro. Era la cassaforte del boss che era in possesso pure di una “fideiussione finalizzata (almeno in un caso) all’aggiudicazione di un appalto milionario, per la costruzione di appartamenti in Algeria”.

    Ritornando alla sentenza, la Corte d’Appello ha disposto il risarcimento per l’associazione antimafia Libera che si è costituita parte civile nel processo “Kyterion”. Lo aveva fatto anche la Regione Calabria che, durante il processo di primo grado, però ha dimenticato di mandare un avvocato davanti al gup perdendo così ogni diritto a essere risarcita da uno dei più importanti clan calabresi.

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    Furbetti del cartellino, in chiesa o al centro estetico invece che al lavoro: 12 indagati al Comune di Procida

    Furbetti del cartellino, in chiesa o al centro estetico invece che al lavoro: 12 indagati al Comune di Procida


    C’era chi andava a fare la spesa e chi girava per fiorai, chi andava a ricercare qualche minuto di raccoglimento in chiesa e chi visitava il caro defunto al cimitero, ma anche chi si ritagliava qualche momento di benessere al centro estetico. O ancora...

    C’era chi andava a fare la spesa e chi girava per fiorai, chi andava a ricercare qualche minuto di raccoglimento in chiesa e chi visitava il caro defunto al cimitero, ma anche chi si ritagliava qualche momento di benessere al centro estetico. O ancora c’è chi si godeva lo splendore dell’isola. Il problema è che 12 impiegati del Comune di Procida facevano queste cose mentre dovevano essere al lavoro: per questo sono finiti in un’inchiesta condotta dai carabinieri e coordinata dalla Procura di Napoli. Quattro di loro sono stati colpiti dalla misura cautelare della sospensione dall’esercizio del pubblico ufficio per un anno firmata dal gip Tommaso Perrella.

    Ai 12 vengono contestati i reati di truffa aggravata ai danni dello Stato, abuso d’ufficio e false certificazioni e attestazioni. Le indagini condotte dai carabinieri di Procida insieme al nucleo operativo di Ischia hanno fatto emergere – grazie ad appostamenti, pedinamenti e telecamere nascoste – diversi episodi di assenteismo: in sostanza alcuni impiegati timbravano il badge per i colleghi che in realtà non erano al lavoro o si allontanavano senza giustificazione. Secondo le accuse, i dirigenti in alcuni di questi casi avrebbero “coperto” i comportamenti degli impiegati. Tutti gli indagati hanno più di 60 anni e tra loro c’è anche un vigile urbano di 66 anni che timbrava il cartellino e andava a casa, poi alla fine del “turno” vizio” tornava al Municipio per timbrare di nuovo il cartellino per la fine delle ore di “lavoro”.

    “Il fenomeno monitorato – scrive il gip Perrella nell’ordinanza per la sospensione dei 4 impiegati – ha assunto i contorni dell’illecita ordinarietà, al punto da assurgere a ‘stile di vita‘ osservato indiscriminatamente da buona parte degli indagati in spregio ai doveri di fedeltà, imparzialità e buon andamento della res pubblica che dovrebbero invece orientarne le condotte”. Per il giudice delle indagini preliminari l’assenteismo ha assunto connotazioni “a dir poco inquietanti e surreali“. Durante le indagini “sono stati quotidianamente registrati allontanamenti ingiustificati da parte dei dipendenti, la cui assenza dal servizio è risultata essere dunque costante”.

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    Pedoni, occhio alle regole. Per sosta in gruppo sui marciapiedi multe fino a 100 euro

    Pedoni, occhio alle regole. Per sosta in gruppo sui marciapiedi multe fino a 100 euro


    Sono tante le regole che gli automobilisti sono chiamati a rispettare per non incorrere in spiacevoli sanzioni. Tuttavia, anche i pedoni sono chiamati a rispettare una serie di norme comportamentali, dalle modalità di corretto attraversamento della...

    Sono tante le regole che gli automobilisti sono chiamati a rispettare per non incorrere in spiacevoli sanzioni. Tuttavia, anche i pedoni sono chiamati a rispettare una serie di norme comportamentali, dalle modalità di corretto attraversamento della carreggiata al divieto di sostare in gruppo sui marciapiedi: lo stabilisce l’articolo 190 del Codice della Strada e per chi sgarra ci sono multe fino a 100 euro da pagare.

    La legge afferma che “i pedoni devono circolare sui marciapiedi, sulle banchine, sui viali e sugli altri spazi per essi predisposti; qualora questi manchino, siano ingombri, interrotti o insufficienti, devono circolare sul margine della carreggiata opposto al senso di marcia dei veicoli in modo da causare il minimo intralcio possibile alla circolazione”.

    Non solo, “fuori dai centri abitati i pedoni hanno l’obbligo di circolare in senso opposto a quello di marcia dei veicoli sulle carreggiate a due sensi di marcia e sul margine destro rispetto alla direzione di marcia dei veicoli quando si tratti di carreggiata a senso unico di circolazione”. E mezz’ora dopo il tramonto, tutti in fila indiana sulle strade esterne ai centri abitati e prive di illuminazione.

    Anche per attraversare la carreggiata ci sono delle regole chiare: devono servirsi degli attraversamenti pedonali, dei sottopassaggi e dei soprappassaggi. Qualora questi fossero assenti o distassero più di 100 metri, allora i pedoni possono attraversare la strada in senso esclusivamente perpendicolare alla carreggiata, “con l’attenzione necessaria ad evitare situazioni di pericolo per sé o per altri”.

    Inoltre, è vietato ai pedoni attraversare diagonalmente le intersezioni, le piazze aperte al traffico e i larghi al di fuori degli attraversamenti pedonali, qualora esistano, anche se sono a distanza superiore a 100 metri. Proibito pure effettuare l’attraversamento stradale passando davanti agli autobus, filoveicoli e tram in sosta alle fermate. Il CdS stabilisce che se il pedone attraversa la carreggiata in una zona sprovvista degli attraversamenti pedonali, sarà tenuto a dare precedenza ai conducenti.

    E se molti utenti della strada sanno che “è vietato ai pedoni sostare o indugiare sulla carreggiata, salvo i casi di necessità”, in pochi sono a conoscenza del fatto che è vietato “sostando in gruppo sui marciapiedi, sulle banchine o presso gli attraversamenti pedonali, causare intralcio al transito normale degli altri pedoni”. In altri termini, i pedoni in movimento hanno la “precedenza” su quelli fermi.

    Senza contare che, “la circolazione mediante tavole, pattini od altri acceleratori di andatura è vietata sulla carreggiata delle strade”, così come spazi riservati ai pedoni. Non si possono poi effettuare sulle carreggiate giochi, allenamenti e manifestazioni sportive non autorizzate. Infine, “le macchine per uso di bambini o di persone invalide, anche se asservite da motore, con le limitazioni di cui all’articolo 46, possono circolare sulle parti della strada riservate ai pedoni”.

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    Decreto dignità, perché quelle del governo secondo me sono solo chiacchiere

    Decreto dignità, perché quelle del governo secondo me sono solo chiacchiere


    La realtà esiste. E per il governo del “cambia e mento” i nodi vengono al pettine. Il fantomatico decreto dignità voluto da Gigino Di Maio altro non è che il decreto falsità. Emblematica la relazione del presidente dell’Inps, la quale...

    La realtà esiste. E per il governo del “cambia e mento” i nodi vengono al pettine. Il fantomatico decreto dignità voluto da Gigino Di Maio altro non è che il decreto falsità. Emblematica la relazione del presidente dell’Inps, la quale sembrerebbe evidenziare tutte le omissioni del Ministro pentastellato. Oramai siamo alla farsa completa.

    Il Ministro del Lavoro Di Maio, che già di per sé sarebbe un ossimoro, non ha altra soluzione che continuare a nascondere la realtà dei numeri del suo stesso Ministero. Dopo oltre due mesi di governo nulla di reale è stato prodotto. Nessuna legge, nessun atto operativo ma soprattutto nessuna reale visione per aiutare il mondo del lavoro. Solo chiacchiere a fiumi. Solo atti confusionali.

    Un decreto che ancora dovrà essere discusso in parlamento e che vede già la maggioranza divisa sul reale contenuto. Il tutto con evidenti contraddizioni e con le previsioni di Tito Boeri, secondo cui il decreto Di Maio (se diventerà operativo) farà perdere oltre 8 mila contratti ogni anno. Ovviamente salvo i fortunati amici del Ministro Di Maio che vengono assunti con chiamata diretta, come segretari particolari. Una maggioranza che non ha prodotto nulla di quello promesso come primissime cose da fare. Tutto fumo per nascondere le evidenti difficoltà.

    La benzina che continua ad aumentare senza che le fantomatiche accise siano state minimamente diminuite. Salvini che continua a usare il Ministero come se fosse la sede della vecchia Lega. Querela Saviano solo per aver osato ricordargli le responsabilità per le drammatiche morti dei migranti. E intanto a livello internazionale siamo sempre più isolati e orientati più verso la Russia di Putin che con i Paesi Europei. Insomma uno scenario devastante.

    In pochi mesi siamo crollati in tutti i fronti economici. Il dramma più preoccupante è la facilità con la quale si vuole negare l’evidenza di certi fatti e dei numeri e dati economici. Tutto si vuole manipolare a proprio uso e consumo. Le fake news al governo. E mentre tutto non si muove per i reali temi che interessano ai cittadini i grandi politici del “cambia e mento” sono impegnatissimi a cercare di dividersi le poltrone di sottogoverno. Una grande risultato è stato già ottenuto. Hanno fatto eleggere un dipendente Mediaset alla vigilanza della Rai. Un grande risultato del cambiamento. Ora arriva agosto, il Parlamento andrà in ferie, e il governo giallo-verde ci allieterà con la solita musica brasiliana. Si salvi chi può.

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    Daniela Poggiali, Cassazione annulla l’assoluzione: disposto l’appello bis per l’infermiera accusata di omicidio

    Daniela Poggiali, Cassazione annulla l’assoluzione: disposto l’appello bis per l’infermiera accusata di omicidio


    E’ stata annullata l’assoluzione di Daniela Poggiali, l’ex infermiera di Lugo accusata di omicidio volontario per la morte di una sua paziente. A deciderlo è stata la prima sezione penale della Cassazione, presieduta da Antonella Mazzei, che ha...

    E’ stata annullata l’assoluzione di Daniela Poggiali, l’ex infermiera di Lugo accusata di omicidio volontario per la morte di una sua paziente. A deciderlo è stata la prima sezione penale della Cassazione, presieduta da Antonella Mazzei, che ha accolto il ricorso del procuratore generale di Bologna Mariella De Masellis e delle parti civili disponendo un appello bis. Secondo l’accusa, l’infermiera ha causato la morte di Rosa Calderoni, 78 anni, con un’iniezione di cloruro di potassio. “Daniela Poggiali è molto serena come lo è chi si sente innocente e sa che la verità, sia pure faticosamente, emergerà prima o poi in modo definitivo – ha dichiarato l’avvocato difensore Lorenzo Valgimigli – Non è la prima volta, in Italia, che per poter essere prosciolti da un’accusa di omicidio occorrono due assoluzioni, perché una non basta”.

    La figlia di Rosa Calderoni, da quanto riporta la legale Grazia Russo, ha espresso soddisfazione e gratitudine per il”lavoro svolto dalle procure cui si aggiunge quello degli avvocati”.  “Ovviamente attendiamo – ha proseguito l’avvocata commentando la decisione della Cassazione – di leggere le motivazioni per comprendere quali siano i rilievi giuridici accolti e sui quali dovrà uniformarsi la nuova corte di Assise“.

    Daniela Poggiali era stata condannata a marzo del 2016 all’ergastolo dalla corte d’Assise di Ravenna. L’imputata – che si era anche scattata un selfie con il cadavere della donna – era indagata anche per un’altra decina di morti sospette in corsia. Durante i suoi turni, infatti, ci furono una novantina di morti in più rispetto alla media dei periodi in cui non era in servizio: lei, che si è sempre dichiarata innocente, disse che era solo per sfortuna che i pazienti morissero durante il suo turno.

    Lo scorso anno la corte d’Assise d’appello di Bologna ha annullato la pena per l’infermiera, “perché il fatto non sussiste“. Una sentenza frutto della discussione tra i consulenti della Procura Generale e della difesa sulla possibilità di accertare con chiarezza che la morte di Rosa Calderoni fosse riconducibile a una somministrazione di potassio a livelli letali per via dell’utilizzo di un metodo innovativo per il calcolo della sostanza, che “non trova analoghe applicazioni in letteratura“, avevano scritto i periti della Corte.

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    Via D’Amelio, Scarpinato: “Quasi tutte le indagini sulle stragi italiane sono state depistate da apparati deviati dello Stato”

    Via D’Amelio, Scarpinato: “Quasi tutte le indagini sulle stragi italiane sono state depistate da apparati deviati dello Stato”


    “Quasi tutte le indagini sulle stragi italiane sono state depistate da apparati deviati dello Stato. È una tragica verità che oggi diventa consapevolezza collettiva”. Sono le parole del procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato, ospite...

    “Quasi tutte le indagini sulle stragi italiane sono state depistate da apparati deviati dello Stato. È una tragica verità che oggi diventa consapevolezza collettiva”. Sono le parole del procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato, ospite di In Onda (La7), commentando la strage di Via D’Amelio, di cui ieri ricorreva il 26mo anniversario e nella quale furono assassinati il giudice Paolo Borsellino insieme agli agenti della scorta. “Questa verità” – continua il magistrato – “ci deve porre un interrogativo: è possibile che ancora oggi non riusciamo a sapere i nomi di queste persone che hanno deviato le indagini? Questo è un buco nero della democrazia italiana. Una buona cosa che è stata fatta qualche tempo fa è l’istituzione del reato di depistaggio. Se fosse esistito 25 anni fa, avrebbe consentito oggi di sapere molte più verità di quanto abbiamo saputo”. Scarpinato fa un excursus sulle stragi la cui verità non è mai stata appurata: “Nelle indagini sulla strage di Bologna è stato accertato che i vertici dei servizi segreti e Licio Gelli hanno svolto attività di inquinamento. La stessa cosa è avvenuta per la strage di piazza Fontana a Milano e per quella di Brescia. Nella strage di via D’Amelio abbiamo avuto un replay: come hanno scritto i magistrati nella sentenza Borsellino Quater, si tratta di un processo pieno di lacune e di anomalie, perché documenti importanti sono stati fatti sparire, come la famosa agenda rossa“. E aggiunge: “Ma ancora prima della strage del 19 luglio 1992 i magistrati sono stati privati della possibilità di una documentazione preziosa che si trovava nel covo di Riina e che fu fatta sparire. Sono sparite anche le memorie dell’agenda elettronica di Giovanni Falcone. Ci sono persone che conoscono fatti importanti e che continuano a tacere, perché hanno paura di qualcosa che è più grande della mafia. Ed è una paura giustificata”

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    Trattativa, su molti giornali il ruolo di Berlusconi scompare dai titoli

    Trattativa, su molti giornali il ruolo di Berlusconi scompare dai titoli


    Il Corriere della Sera la mette a pagina 15 ma senza Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri nel titolo. I due fondatori di Forza Italia non sono neanche nel catenaccio: il quotidiano di via Solverino preferisce titolare collegando l’anniversario...

    Il Corriere della Sera la mette a pagina 15 ma senza Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri nel titolo. I due fondatori di Forza Italia non sono neanche nel catenaccio: il quotidiano di via Solverino preferisce titolare collegando l’anniversario dell’eccidio di via d’Amelio con una delle notizie di giornata: “Il dialogo tra Stato e mafia accelerò quella strage“. Dell’Utri spunta nel titolo di Repubblica – a pagina 6 “favorì i piani di Riina” – che invece mette Berlusconi del titolo richiamato in prima: “Stato-mafia, Berlusconi sapeva”. Un passettino in più lo fa la Stampa, sempre nel catenaccio a pagina 15: “Berlusconi nel ’94 sapeva dei rapporti tra lui e Cosa nostra”. Cita il 1994 e pure il nome di Berlusconi direttamente in prima pagina. Un concetto che scompare completamente dalle pagine del Messaggero.

    Paradossalmente a titolare meglio lo spazio dedicato al deposito delle motivazioni della sentenza sulla Trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa nostra è La Verità: “Il Cav sapeva dei contatti fra Dell’Utri e la mafia”. Solo che lo spazio dedicato è uno spazietto: una grossa foto di Berlusconi e cinque righe di didascalia. E che didascalia: “I giudici hanno coinvolto anche Silvio Berlusconi”. Non Dell’Utri, non Graviano, non Mangano, non decine di pentiti: Berlusconi lo hanno coinvolto i giudici. Dedica una fotonotizia alla vicenda anche il Giornale – titolando però sulla trattativa che accelerò la morte di Borsellino – mentre Vittorio Feltri su Libero si evita ogni dubbio di posizionamento e titolazione: la notizia del deposito delle motivazioni della Trattativa sul suo giornale proprio non c’è.

    Quello del Patto Stato-mafia con i quotidiano italiani, insomma, si conferma un rapporto difficile. Ignorato per gran parte del dibattimento, il processo ha avuto nuova breve notiziabilità nel giorno della sentenza. Ma ora che arrivano le motivazioni di quella sentenza, cioè più cinquemila pagine in cui i giudici spiegano come sarebbe nata la Seconda Repubblica e a chi appartengono i morti e le stragi che hanno contribuito a fare cadere la Prima, ecco che sulla vicenda torna di nuovo prepotente il silenzio. Come se non fosse una notizia che i giudici ritengano provato come fino a “dicembre 1994 – cioè dopo le stragi e quando il leader di Forza Italia era già a Palazzo Chigi – Dell‘Utri riferiva a Berlusconi riguardo ai rapporti con i mafiosi, attenendone le necessarie somme di denaro e l’autorizzazione a versare e a Cosa nostra”. Per non parlare del passaggio in cui Dell’Utri “ebbe a riferire a Mangano ‘in anteprima’ di una imminente modifica legislativa in materia di arresti per gli indagati di mafia“. Per carità: si tratta pure sempre di un provvedimento di primo grado, su una vicenda complicata e contestatissima. Le motivazioni della corte d’Assise non sono vangelo: sono criticabili, contestabili e confutabili. Ma per criticare una notizia bisogna darla.

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    Decreto dignità, Di Maio: “Boeri? Non ho potere di rimuoverlo, ma dovrebbe dimettersi”

    Decreto dignità, Di Maio: “Boeri? Non ho potere di rimuoverlo, ma dovrebbe dimettersi”


    “Boeri? Tenete presente che io non ho il potere di rimuovere questa persona: o scade oppure resta lì, quindi noi più che dire, come un normale cittadino, si dovrebbe dimettere non possiamo dire”. Non si placa lo scontro tra Luigi Di Maio e Tito...

    “Boeri? Tenete presente che io non ho il potere di rimuovere questa persona: o scade oppure resta lì, quindi noi più che dire, come un normale cittadino, si dovrebbe dimettere non possiamo dire”. Non si placa lo scontro tra Luigi Di Maio e Tito Boeri, presidente Inps, che ieri ha partecipato all’audizione, a Montecitorio, sul decreto dignità e dopo le polemiche scaturite dalla ‘manina’, ovvero le stime del calo degli occupati a tempo determinato, conseguenza delle norme contenute dal decreto fortemente voluto dal ministro Di Maio.
    Ieri Boeri si è difeso dalle accuse, ma per il ministro del Lavoro e allo Sviluppo Economico “ora il piano è un altro – e spiega – se il Presidente dell’Inps ha delle idee diverse dalle mie ha tutto il diritto di dirlo, però se poi cominciamo a dire che io mi sto distaccando dalla crosta terrestre allora qui stiamo andando oltre – e aggiunge – se poi queste persone, sono nominate dai governi precedenti, a me viene il sospetto che più che fare l’istituto, si sta facendo opposizione al governo”.

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    68, noi c’eravamo, su Sky lo speciale sull’anno che ha cambiato la nostra società. L’anticipazione

    68, noi c’eravamo, su Sky lo speciale sull’anno che ha cambiato la nostra società. L’anticipazione


    “Una liberazione di energie amorose, una situazione sentimentale della vita”. Con questa immagine l’artista francese Gérard Fromanger descrive il movimento del ‘68. Attraverso le sue parole, insieme a quelle di molti dei protagonisti di quel...

    “Una liberazione di energie amorose, una situazione sentimentale della vita”. Con questa immagine l’artista francese Gérard Fromanger descrive il movimento del ‘68. Attraverso le sue parole, insieme a quelle di molti dei protagonisti di quel periodo prorompente e controverso, Sky TG24 ripercorre uno degli anni che ha maggiormente cambiato il mondo con lo speciale “68, noi c’eravamo” in onda venerdì 20 luglio 2018 alle 21.30 e disponibile su Sky On Demand. Il doc, a cura di Massimiliano Giannantoni e Moreno Marinozzi, è una narrazione corale: il regista Bernardo Bertolucci, il giornalista Paolo Brogi, lo scrittore e fondatore del movimento giovanile del ’68 Mario Capanna, l’artista Gérard Fromanger, il cantautore e regista Paolo Pietrangeli, il filosofo Toni Negri, e la scrittrice Lidia Ravera sono le voci che spiegano cosa rappresentò quell’anno per chi lo ha vissuto attivamente.

    Un racconto concreto e in prima persona di un fenomeno sociale, breve ma potente, che continua ancora ad animare il dibattito, generando suggestioni ed emozioni. Lo speciale cerca anche di capire cosa sia rimasto, a cinquant’anni di distanza, di quel movimento ‘insurrezionale’ che ebbe portata globale e che dopo il suo passaggio ha lasciato in eredità una società profondamente mutata, nei costumi e nelle abitudini, ma anche nella politica. Dalle parole di chi c’era riaffiorano ricordi, conquiste e speranze del movimento studentesco: dalla rottura degli schemi e il rifiuto dei divieti – alla ricerca di una libertà assoluta -, al pacifismo, all’emancipazione femminile, fino alla paura per l’epoca delle stragi, che influì sulla fine del movimento. Le riflessioni degli intervistati si spostano poi sulla società contemporanea e sui nuovi movimenti che nel mondo stanno sorgendo, come quelli che, negli Usa, si oppongono ad un eccessivo uso delle armi. Alcuni di loro arrivano anche ad immaginare la necessità di un nuovo ’68. “Sono i giovani di oggi – dice Mario Capanna – che devono trovare il loro ’68. Deve essere il loro, non quello sovrapposto da qualcun altro. Sapendo che oggi, in relazione ai pericoli più gravi e numerosi che minacciano il mondo, un nuovo ’68 non basterebbe. Occorre qualcosa di più e di meglio”.

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    Marco Paolini, dopo l’incidente mortale costato la vita a una donna: “E’ devastato, non riesce neppure a parlare”

    Marco Paolini, dopo l’incidente mortale costato la vita a una donna: “E’ devastato, non riesce neppure a parlare”


    “A seguito del tragico incidente avvenuto martedì 17 luglio, tutti gli spettacoli teatrali previsti in questi giorni sono annullati”. Dal sito della Jolefilm srl, storica casa di produzione di Marco Paolini, è apparsa una semplice riga. Nessun...

    “A seguito del tragico incidente avvenuto martedì 17 luglio, tutti gli spettacoli teatrali previsti in questi giorni sono annullati”. Dal sito della Jolefilm srl, storica casa di produzione di Marco Paolini, è apparsa una semplice riga. Nessun comunicato ufficiale, almeno per ora. Il 62enne attore bellunese è sconvolto. Non parla con nessuno.

    Due giorni dopo l’incidente avvenuto sull’A4, la signora Alessandra Lighezzolo è stata dichiarata cerebralmente morta. La donna viaggiava su una 500 quando la Volvo guidata da Marco Paolini l’ha tamponata scaraventando e ribaltando la Fiat con la Lighezzolo e un’amica a bordo sulla corsia della carreggiata opposta. Fin dal primo momento ai soccorritori Paolini ha detto “È stata colpa mia”. Poi si è subito sottoposto all’etilometro (a cui è risultato negativo), infine ha consegnato immediatamente il telefonino alla polizia stradale per verificarne il possibile uso durante gli attimi dell’incidente (anche qui con esito negativo). Diverse fonti propendono per un colpo di tosse. Fastidio rilevato dagli spettatori che hanno assistito all’ultimo spettacolo a Verona che l’attore ha tenuto la sera precedente il mortale incidente.

    “Marco è devastato, non riesce neppure a parlare. Per uno come lui, che ha speso l’intera carriera a sensibilizzare gli altri alla “responsabilità dell’adulto”, questa è una tragedia impossibile da superare”, ha raccontato al Corriere della Sera Federico Bonsembiante, storico produttore di Paolini e con la Jolefilm di molti film di Andrea Segre. Anche la moglie dell’attore, Michela Signori, 47 anni, anche lei produttrice della Jolefilm, aveva provato a raggiungere la famiglia della donna 53enne nell’ospedale in cui era ricoverata prima di morire, ma non riuscendo a raggiungere i parenti della vittima prima di entrare avrebbe desistito.

    Il figlio della Lighezzolo, Edoardo Meggiolaro, si era lamentato su Facebook sbottando: “Alla faccia che il signor Paolini è vicino a noi. E nessuno si è visto”. Frase di cui si sarebbe poi scusato per bocca di un amico, sempre come riportato dal Corriere, perché detta dopo aver saputo della morte della madre. Ora Paolini è indagato per omicidio stradale. E in molti sottolineano il destino beffardo per una persona umanamente vicina alle persone comuni, sempre attento a “responsabilizzare gli altri” e all’aver raccontato un mondo e un ritmo di vita lontani della frenesia della contemporaneità a partire dai primi spettacoli sui testi di Luigi Meneghello o i primi documentari su Mario Rigoni Stern. Paolini rimane uno dei pionieri, assieme a Marco Baliani, del cosiddetto “teatro di narrazione”, un teatro civile privo di fronzoli scenici e narrativi, incentrato sulla performance oratoria dell’attore in scena. Il più celebre lavoro di Paolini, quello che gli ha dato maggiore celebrità, anche televisiva, è stato Il racconto del Vajont (1994).

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