Punto Informatico

    AGCOM: Italia sempre più broadband, ed era ora


    840 mila nuovi abbonati alla rete fissa: per il sesto trimestre consecutivo, notifica l’AGCOM nel proprio report dell’Osservatorio per le Comunicazioni, la base utenti italiana in rete è nuovamente aumentata portando a 16,8 milioni le linee attive....

    840 mila nuovi abbonati alla rete fissa: per il sesto trimestre consecutivo, notifica l’AGCOM nel proprio report dell’Osservatorio per le Comunicazioni, la base utenti italiana in rete è nuovamente aumentata portando a 16,8 milioni le linee attive. Di per sé è già questa una notizia di grande importanza, poiché significa che è in aumento il numero degli utenti che sente la necessità di accedere al Web, compiendo così un primo fondamentale passo nella direzione di una maggior consapevolezza sulle possibilità delle nuove tecnologie. Di qui a parlare di “cultura” diffusa ce ne passa ancor molto, ma in assenza di connessione nessun passo sarebbe in ogni caso possibile. Il report AGCOM non indaga le cause (non è scopo di questo report capire i motivi che portano gli italiani online), ma è da supporre che siano molte le concause in grado di partecipare a questa mutazione progressiva.

    A cambiare non è soltanto il numero delle connessioni, ma anche la loro qualità. In forte diminuzione, infatti, vi sono le connessioni di tipo xDSL (-1,69 milioni), ma questa emorragia è un fattore di per sé negativo poiché controbilanciata dall’imporsi di tecnologie di qualità superiore (es. fibra). Il saldo positivo tra queste due dinamiche coincide con il risultato netto positivo relativo alle connessioni alla rete in Italia. Di fatto, quindi, è in atto una mutazione profonda nelle connessioni che consente oggi a 6,47 milioni di linee di poter offrire servizi di tipo FTTC o FTTH: una nuova dimensione, in tutto e per tutto, che di fatto amplia però il digital divide tra chi ha accesso alle nuove reti e chi non ce l’ha. Questo era e rimane il problema di più difficile soluzione: la differenza tra i grandi centri e le provincie, dove è racchiusa gran parte della ricchezza del paese, ma dove il paese non è in grado di portare le necessarie infrastrutture di rete.

    Dal lato delle prestazioni il peso degli accessi con velocità maggiore di 30Mbit/s, pari al 31,2% del totale, ha superato quello delle linee meno veloci (

    Facebook, internet viaggerà su satellite


    Una fitta trama di satelliti, con i quali costruire una rete a banda larga in grado di dare copertura a tutto il territorio sottostante: un progetto simile è già stato abbracciato più volte negli anni, più o meno sempre con esito fallimentare, ma il...

    Una fitta trama di satelliti, con i quali costruire una rete a banda larga in grado di dare copertura a tutto il territorio sottostante: un progetto simile è già stato abbracciato più volte negli anni, più o meno sempre con esito fallimentare, ma il prossimo protagonista potrebbe non essere un nome qualunque: il prossimo brand a tentare questa avventura sarà, infatti, Facebook.

    Quello che Facebook vuol fare è lanciare una serie di satelliti in grado di gravitare su orbite relativamente basse (tra 150 e 2000km di altezza), creando una fitta trama di connessioni in grado di portare la banda larga laddove per una serie di motivi (geografici e geopolitici in primis) Internet non può altrimenti arrivare. Il paradosso apparente è nel fatto che solo nelle settimane scorse Facebook aveva ufficialmente abbandonato il proprio progetto Aquila, spiegando di voler delegare lo sviluppo dei droni a nuovi gruppi in grado di collaborare (Airbus in primis) per tenere per sé la sola progettazione relativa agli apparati di connettività.

    Ora, grazie alle indagini portate avanti da Wired USA, Facebook è costretta a venire allo scoperto: il progetto dei satelliti è cosa reale ed i primi lanci potrebbero avvenire già nel 2019. Con ogni probabilità il team di Zuckerberg vuole standardizzare e unificare le ricerche sulla connettività in attesa di trovare il miglior vettore per la copertura del territorio: così come Google con il proprio “Loon” ha già scelto dei palloni in grado di volare a grandi altezze, Facebook si è avventurato nei droni prima e nei satelliti ora in cerca delle migliori performance.

    I satelliti sarebbero stati progettati e sviluppati all’interno del progetto “Athena” e dovrebbero garantire in terra connessioni ad alte performance. Il problema intrinseco alle reti satellitari è nel fatto che si porta by design un alto tempo di latenza che con alcune applicazioni può essere aspetto vincolante (es. VoIP). Non è certo la latenza a poter fermare lo sviluppo di Internet laddove Internet proprio non arriva del tutto: email, social networking, streaming, navigazione e altre espressioni sono comunque grandi passi avanti in zone del globo fin qui non raggiunte da tali servizi.

    Ogni giudizio etico su sforzi di questo tipo andrà rinviato a data da destinarsi. Al momento le sperimentazioni dei grandi gruppi sono ferme alle tecnologie di volo, ma sembra dimostrato come una volta risolto questo aspetto si potrà partire rapidamente nella copertura e nello studio delle migliori formule di offerta. Quella che secondo alcuni è una particolare forma di neocolonialismo (ogni gruppo tenderà ad offrire i propri servizi in cambio dello sforzo compiuto con questo investimento, e del resto nessuno ha mai venduto tali iniziative come slanci pro bono), secondo altri è semplicemente un abissale passo in avanti per popolazioni prive di altri strumenti di conoscenza. La verità è probabilmente nel mezzo, come lo è sempre stata in passato in momenti di passaggio di questo tipo.

    The post Facebook, internet viaggerà su satellite appeared first on Punto Informatico.

    Data Transfer Project: i dati sono degli utenti


    Microsoft, Facebook, Google e Twitter hanno annunciato una importantissima iniziativa di “liberazione” dei dati che consente agli utenti di poter spostare i contenuti dei propri account da un servizio ad un altro senza frizione alcuna. Il suo nome è...

    Microsoft, Facebook, Google e Twitter hanno annunciato una importantissima iniziativa di “liberazione” dei dati che consente agli utenti di poter spostare i contenuti dei propri account da un servizio ad un altro senza frizione alcuna. Il suo nome è “Data Transfer Project” ed è stato comunicato congiuntamente dai gruppi coinvolti in attesa, e nella speranza, che altri grandi nomi possano unirsi a questo progetto. Così facendo, sulla base di un progetto open source comune, i dati possono essere trasferiti direttamente da un servizio ad un altro senza necessariamente dover scaricare un pacchetto da ricaricare altrove.

    Data Transfer Project

    Un apposito sito (e relativo white paper) è stato messo a disposizione per illustrare tutte le caratteristiche del progetto, raccontandolo nei dettagli ed illustrando anche come funziona dal punto di vista tecnico su base open source (qui su Github). In particolare si invita chiunque voglia partecipare ad unirsi all’elenco dei gruppi aderenti, poiché il valore dell’iniziativa sarà tanto più alto quanto maggiore sarà il numero dei servizi aderenti.

    L’intero progetto, ancora in itinere dal punto di vista tecnologico, si basa su alcuni principi cardine che hanno portato ad una intesa di fondo tra i primi soggetti firmatari:

    l’utente è al centro del progetto e tutto deve essere pensato per rendergli facile il compito di gestire i propri dati senza problemi, senza complicazioni e senza ostacoli; privacy e sicurezza devono essere assolutamente garantiti in ogni singolo passaggio, sia nella gestione dei dati che nella crittografia durante la trasmissione degli stessi tra un servizio e l’altro: il passaggio dei dati deve essere comunicato con chiarezza e trasparenza nel momento in cui inizia e nel momento in cui termina; il passaggio non deve comportare all’utente la perdita di alcunché, quindi è necessaria totale reciprocità nella gestione dei dati; i dati e l’organizzazione degli stessi sono al centro del progetto di portabilità, quindi debbono essere garantiti nell’essenza e nella forma affinché l’utente possa averne la più semplice e diretta gestione prima e dopo ogni trasferimento; “viviamo in un mondo collaborativo“: consentire agli utenti di seguire questa pulsione significa aprire a questi ultimi la possibilità di provare nuovi servizi e trasferire la propria identità (assieme al fagotto dei propri dati) laddove meglio preferisce insediarsi. Microsoft, Facebook, Google e Twitter

    Così Microsoft introduce l’iniziativa tramite il proprio EU Policy Blog:

    Microsoft e i nostri partner del Data Transfer Project crediamo che la portabilità e l’interoperabilità siano centrali per l’innovazione e la competizione nel cloud, consentendo agli utenti di saltare su un altro prodotto o servizio che ritengono migliore e permettendo che possano farlo nel modo più semplice possibile. Per le persone con connessioni a bassa velocità, la portabilità service-to-service sarà importante in modo particolare.

    Craig Shank, Vice President for Corporate Standards in Microsoft

    Il fatto che Microsoft abbia sfruttato il proprio blog legato al rapporto tra il gruppo e le normative europee non appare casuale: l’iniziativa è a modo suo una risposta ai paletti imposto dall’entrata in vigore della GDPR, regolamentando al meglio la portabilità dei dati soprattutto in un contesto tanto sensibile a questo aspetto quale l’ambito del cloud computing.

    Plaude all’iniziativa anche Facebook, che nella fattispecie ricorda come in precedenza avesse già messo a disposizione la possibilità di scaricare i dati del proprio account: grazie al Data Transfer Project, invece, il download non sarà più necessario e ci si potrà semplicemente affidare ad un servizio automatico.

    Interessante è la contestualizzazione del progetto offerta da Google: il gruppo di Mountain View ricorda infatti le iniziative del Data Liberation Front, gruppo che dal lontano 2007 predica la portabilità come elemento di libertà degli utenti rispetto ai servizi a cui affidano i propri dati. Dal 2011 Google ha lanciato “Takeout” (oggi ribattezzato “Scarica i tuoi dati”) e oggi abbraccia il nuovo progetto come nuovo ulteriore passo in avanti.

    I dati rimangono protetti e rimangono, soprattutto, di proprietà dei legittimi titolari: imponendo questi principi con la GDPR, l’Europa ha innescato un nuovo modo di pensare la privacy ed ha imposto maggiori diritti agli utenti. Questo cambio di direzione nella regolamentazione dei rapporti ha conseguenze virtuose come in questo caso: il Data Transfer Project abbatte ogni attrito, riduce il tempo e le abilità necessari per la gestione dei dati e consente all’utente di spostarsi liberamente laddove lo ritenga opportuno. Così facendo i grandi gruppi saranno maggiormente richiamati alle proprie responsabilità di fronte ad utenti che con maggior facilità potranno andarsene e tornare, senza vincoli.

    La GDPR è stata una fatica e poteva sicuramente essere innescata con modalità migliori, ma nel principio rappresenta un’innegabile vittoria nei confronti dei big del Web. Se Donald Trump oggi definisce l’Europa come un nemico, forse non fa riferimento soltanto alle sentenze antitrust.

    The post Data Transfer Project: i dati sono degli utenti appeared first on Punto Informatico.

    L’Italia investe sull’economia circolare

    L’Italia investe sull’economia circolare


    L’Italia intende investire pesantemente sull’economia circolare. I motivi sono da ricercarsi su più fronti, tutti convergenti nella direzione di uno sforzo necessario in questa direzione. Economia circolare, infatti, significa sostenibilità,...

    L’Italia intende investire pesantemente sull’economia circolare. I motivi sono da ricercarsi su più fronti, tutti convergenti nella direzione di uno sforzo necessario in questa direzione. Economia circolare, infatti, significa sostenibilità, significa risparmio, significa riuso, significa l’instaurarsi di nuovi modelli economici ed imprenditoriali da cui nascono opportunità.

    L’Economia Circolare è un nuovo modo di pensare all’ecologia, di segno opposto rispetto a quanto avvenuto per troppi decenni nel nostro paese: l’esperienza insegna come la ricerca di un equilibrio migliore nella produzione e nei consumi non significa necessariamente un compromesso al ribasso per gli attori dell’economia, anzi. L’economia circolare, insomma, può essere una importante opportunità che, in un paese scarno di materie prime come il nostro, con le ricchezze paesaggistiche che ha il nostro, e con lo scarso pedigree ambientale che troppe generazioni hanno dimostrato, si tratta di una scelta obbligata dai grandi benefici potenziali. E nel giro di poche settimane due passi importanti sono già stati mossi:

    Intesa tra Enea e Eni Circular Economy Network

    In entrambi i casi alla base dell’iniziativa v’è la ricerca: l’economia circolare è oggi più che altro un sogno, che per diventare realtà dovrà essere profondamente supportato da studi scientifici ed economici che sappiano integrare pragmaticamente nuove politiche e nuove tecnologie alla ricerca di sinergie ad alto impatto. L’economia circolare può essere uno di quegli ambiti sui quali scommettere sapendo di avere alti moltiplicatori in cambio, a tutto beneficio del PIL? Si, può esserlo.

    ENEA+ENI

    L’idea è quello di mettere a fattor comune i capitali e le competenze di due grandi asset statali quali ENEA ed ENI per sviluppare progetti in tema di energie alternative e tutela ambientale. In questi ambiti, infatti, si farà la differenza negli anni a venire tanto dal punto di vista della sostenibilità ambientale, quanto in termini di impresa: è qui che il cerchio si chiude e nasce il memorandum di intesa firmato da Federico Testa per l’ENEA e Claudio Descalzi per Eni.

    La collaborazione tra l'”Agenzia Nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile” ed il cane a sei zampe punta alla finalizzazione di iniziative congiunte ad oggi ancora non delineate, ma il cui perimetro è già stato tracciato fin dalla prima stretta di mano. Nello specifico:

    economia circolare e nuovi modelli economici sostenibili; produzione di energia a basse o nulle emissioni di gas serra (tra cui solare a concentrazione, fotovoltaico e biomasse); tecnologie di stoccaggio dell’energia; efficienza energetica; digitalizzazione; monitoraggio e protezione ambientale, con particolare riferimento ai mutamenti climatici.

    L’obiettivo dell’ENEA è il conseguimento di ulteriori passi sulla strada della decarbonizzazione dell’impresa, poiché questo percorso è lastricato di opportunità: le ricadute positive sono previste tanto in termini ecologici, quanto in nuova occupazione. L’idea è dunque quella di “sviluppare una forte sinergia tra le specificità dell’ENEA, come le competenze tecnico-scientifiche e il ruolo di trasferimento tecnologico alle imprese, e l’impegno di Eni verso l’energia e l’ambiente, temi per noi strategici”. La risposta di Descalzi è in piena assonanza: “Con ENEA abbiamo diversi obiettivi in comune in termini di ricerca e innovazione, e questa collaborazione ci consentirà di approfondire anche tematiche legate all’ambiente e alla digitalizzazione, con potenziali impatti significativi sul sistema Paese”.

    Circular Economy Network

    Attraverso una progettazione innovativa dei materiali e dei prodotti, e una massimizzazione del riutilizzo e del riciclo, l’economia circolare sostituisce al concetto di rifiuto quello di risorsa.

    Nato dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile e supportato fin da subito da importanti realtà aziendali, il Circular Economy Network è un gruppo di lavoro che intende vagliare le ipotesi più concrete in tema di economia circolare, per coadiuvarne la progettazione e la susseguente messa a terra. Il network vuole quindi fungere da elemento facilitante, promuovendo studi e startup virtuosi, definendo gli indicatori chiave che consentiranno di finalizzare gli obiettivi, monitorando le principali criticità alla ricerca di soluzioni, nonché valorizzando le best practice da standardizzare a livello di conoscenza, di legge e di impresa.

    Il network è stato dato alla luce attraverso un sito web che ne raccoglie le principali novità, a partire da un apposito premio pensato per tutte le startup italiane “che sviluppano progetti e attività ispirate ai principi dell’economia circolare”. Ogni anno, inoltre, sarà prodotto un rapporto sull’economia circolare in Italia, così da fotografarne annualmente l’incedere e delineare un orizzonte possibile per tutte le iniziative messe in campo.

    The post L’Italia investe sull’economia circolare appeared first on Punto Informatico.

    WhatsApp: se è meno virale, è più sicuro


    WhatsApp sta per limitare il numero di “forward” possibili per ogni singolo messaggio. In pratica quel che l’app sta per andare a fare è una forte limitazione delle possibilità di inviare messaggi ad altre persone con modalità automatiche, il...

    WhatsApp sta per limitare il numero di “forward” possibili per ogni singolo messaggio. In pratica quel che l’app sta per andare a fare è una forte limitazione delle possibilità di inviare messaggi ad altre persone con modalità automatiche, il che dovrebbe consentire di abbassare pesantemente la viralità delle catene nelle quali l’utente perde il contatto con il significato in favore di semplici dinamiche di moltiplicazione del messaggio.

    Il motivo di questa scelta è estremamente serio: WhatsApp sarebbe legato ad una serie di violenze avvenute in India nei giorni scorsi, dove la viralità dei messaggi è stata benzina gettata sul fuoco dei fatti che stavano avvenendo. Quando in ballo ci sono vite umane, i toni si impennano e WhatsApp ne è rimasto intrappolato: il gruppo ha voluto così immediatamente smarcarsi da ogni responsabilità con una azione repentina che riporta l’app nell’alveo dell’identità con cui è nata. Quel che il team di Mark Zuckerberg è andato a fare è un semplice limite: rallentando la viralità estrema di taluni contenuti, se ne limitano le conseguenze.

    WhatsApp in realtà si era già mossa in tal senso nel momento in cui ha iniziato a etichettare i messaggi provenienti da fonti terze, così da rendere più trasparenza la dinamica con cui un contenuto viene prodotto (con tutte le differenze di significato che possono esserci tra un messaggio reindirizzato ed uno scritto di proprio pugno). Ora tagliando le possibilità di invio si compie un gesto ancor più estremo e limitativo, che vanno a frenare in modo radicale le catene di invio di massa. Le conseguenze? Meno spam, meno catene, meno canali di propagazione delle fake news e, in definitiva, meno rumore di fondo. A tutto vantaggio dell’esperienza utente.

    I limiti si abbassano dai 250 destinatari precedenti ai 20 attuali; in India, ove il problema si è manifestato con maggior incisività, il limite è abbassato a 5. WhatsApp spiega la propria scelta con il bisogno di riportare il servizio alla propria vocazione originaria, più intima e personale, per amici e famiglie. Più in generale si vuole evitare che WhatsApp diventi un social network con invii uno-molti, così da mantenere i messaggi all’intero di cerchie chiuse e senza incontrollabile viralità.

    In ballo non ci sono quindi soltanto le possibili derive che possono seguire all’abuso delle possibilità dell’app, ma anche le possibili distorsioni che usi deviati potrebbero comportare all’app stessa. WhatsApp intende mantenere ferma la propria identità ed il modo in cui è percepita: poteva farlo prima, in un momento più opportuno, senza aspettare che sul brand pendesse l’ombra degli scontri in India e Myanmar (per chiarezza: WhatsApp non è la causa degli scontri, ma è uno degli strumenti su cui il fuoco della violenza è divampato), ma si tratta in ogni caso di una scelta corretta che rimette WhatsApp al proprio posto togliendo linfa alle incontrollabili conseguenze degli abusi.

    The post WhatsApp: se è meno virale, è più sicuro appeared first on Punto Informatico.

    Microsoft, trimestre d’oro: conferme per Surface

    Microsoft, trimestre d’oro: conferme per Surface


    La trimestrale Microsoft descrive un gruppo in piena salute in ogni comparto. Mentre Office e Cloud tirano la volata, infatti, altri ambiti quali Surface e Xbox dimostrano una crescita del tutto florida che consente alle entrate di aumentare in modo...

    La trimestrale Microsoft descrive un gruppo in piena salute in ogni comparto. Mentre Office e Cloud tirano la volata, infatti, altri ambiti quali Surface e Xbox dimostrano una crescita del tutto florida che consente alle entrate di aumentare in modo considerevole nel trimestre in oggetto.

    I numeri, anzitutto: 30,1 miliardi di incassi in un solo trimestre (+17% anno su anno) con un netto pari a 8,9 miliardi di dollari (in crescita del 35% rispetto al 2017).

    Tale obiettivo è stato raggiunto sulla scia di differenti dinamiche tutte in trend positivo:

    l’aumento delle vendite nel comparto PC ha evidentemente premiato l’area Windows, benché in questo caso i risultati siano contrastanti: la versione Pro del sistema operativo per OEM è infatti in crescita del 14%, mentre la versione base è in calo del 3%. Questo dimostra come Windows ottenga i migliori risultati sui dispositivi di fascia alta, mentre sulla fascia bassa (ove rivali come i Chromebook dicono la loro) la concorrenza è più pressante; ottime le performance del mondo Surface, in crescita del 25% rispetto all’anno passato e per la prima volta oltre la soglia del miliardo di dollari di entrate: il prossimo Surface Go ed il prevedibile refresh della gamma potrebbero ulteriormente rafforzare il brand, offrendo così a Microsoft un nuovo importante appoggio per le entrate del prossimo futuro; Office 365 ha raggiunto la soglia dei 31 milioni di abbonati e mette a segno una crescita pari al 10%; i servizi cloud dell’area Azure crescono di un ulteriore 89%, portando l’intero comparto server&cloud ad una crescita complessiva del 26%: le scelte di Nadella in tal senso si sono dimostrate evidentemente azzeccate fin dalla prima ora; crescono anche Linkedin (+37%) e Bing (+17%, grazie ad un aumento delle ricerche registrate ed ai maggiori investimenti sul motore): quest’ultima voce potrebbe entrare presto in fibrillazione se la sentenza UE contro Google potesse aprire a Bing maggiori margini di trattative con i produttori di smartphone; +39% anche per il comparto Xbox, in attesa di nuovi bundle che possano portare alla vendita di maggior hardware oltre alla crescente offerta in contenuti e servizi.

    Per l’intero anno fiscale 2018, Microsoft ha messo a segno entrate per 110,4 miliardi di dollari, con un aumento complessivo del 14%. In borsa è subito +3% nell’after-hour, superando i 100 dollari di quotazione per arrivare ai massimi di sempre (la quotazione è oggi doppia rispetto allo scoppio della bolla del 2001 e quadruplo rispetto alla crisi economica di inizio decennio).

    Niente male per una azienda che negli ultimi anni ha dovuto affrontare alcune complicatissime sfide in vari aspetti “core” del gruppo.

    The post Microsoft, trimestre d’oro: conferme per Surface appeared first on Punto Informatico.

    Google, dopo il verde di Android arriverà Fuchsia


    Si chiama Fuchsia e potrebbe essere il successore del verde di Android. A parlarne in modo più approfondito rispetto a quanto non fosse accaduto prima d’ora è Bloomberg e tutto lascia pensare che non sia casuale la scelta dei tempi: appena 24 ore...

    Si chiama Fuchsia e potrebbe essere il successore del verde di Android. A parlarne in modo più approfondito rispetto a quanto non fosse accaduto prima d’ora è Bloomberg e tutto lascia pensare che non sia casuale la scelta dei tempi: appena 24 ore dopo la sanzione da oltre 4 miliardi contro l’abuso di posizione dominante su Android, Google lascia trapelare i propri progetti futuri. E sarà un futuro senza Android, o almeno potrebbe esserlo, anche se al momento quel che trapela è descritto da Google come un semplice esperimento. Uno dei tanti, in quel di Mountain View, sebbene in questo caso le risorse impiegate lasciano immaginare qualcosa di ben più ambizioso di un “semplice” esperimento.

    Ad oggi un centinaio di sviluppatori di grande spessore sarebbe già al lavoro sul progetto, del quale tuttavia si sa ancora molto poco. Trapelano però alcune indicazioni di massima, quale l’idea di sviluppare un sistema operativo univoco in grado di girare su tutti i dispositivi del gruppo. Fuchsia, insomma, unificherebbe l’intera esperienza Google, partendo dagli smartphone Pixel per arrivare ai dispositivi oggi basati su Chrome OS, fino agli assistenti vocali ed ai dispositivi Nest per l’abitazione.

    La voce, in particolare, sarebbe al centro di ogni interazione con il sistema operativo: Google dimostra quindi di credere fermamente nel proprio assistente vocale e nell’intelligenza artificiale, immaginando un futuro prossimo nel quale i device avranno una interazione diretta e “umana” con l’utente: Fuchsia sarebbe programmato sulla base di questo paradigma e punterebbe pertanto ad una forma di computing più capillare e pervasiva, immaginata per device oggi ancora lontani da questo tipo di sfide.

    I lavori sarebbero iniziati nel 2016, dunque ampiamente in anticipo rispetto alla sentenza europea: l’origine di Fuchsia va cercata quindi tra le strategie di Alphabet e non tra le exit-way del caso antitrust. Al tempo stesso le pressioni europee potrebbero non essere comunque state sottovalutate, portando sul nuovo sistema operativo una ben maggiore attenzione al tema della gestione dei dati personali. Privacy e business dell’advertising, tuttavia, sono trincee che si sfidano all’arma bianca: secondo quando suggerito da Bloomberg il team Fuchsia avrebbe già trovato compromessi in tal senso, e spesso sarebbero andati nella direzione di garantire alla monetizzazione i giusti margini di manovra.

    Alla luce di quanto emerso non è facile comprendere tuttavia come potrebbe avvenire lo switch dai sistemi operativi odierni al futuro Fuchsia, né è chiara la tempistica con la quale Fuchsia potrebbe essere pronto ad affrontare il mercato (l’ipotesi è quella di un progetto destinato a disvelarsi completamente entro il prossimo quinquennio). Nulla di immediato, questo è chiaro, ma al contempo i partner Google vorranno presumibilmente capire in tempi rapidi sia quali siano i piani per il futuro, sia quali siano le mosse nell’immediato alla luce della deadline di 90 giorni indicata ad Alphabet dalla Commissione Europea.

    Interessante è il fatto che il nuovo sistema operativo sia sviluppato su kernel Zircon (qui la documentazione), mossa che secondo Bloomberg offrirebbe a Google la possibilità di abbandonare Linux e smarcarsi così dai problemi legali avuti con Oracle. Un cambio profondo e radicale, facendo tabula rasa del passato per iniziare fin da oggi (anzi, fin dal 2016) a disegnare il futuro. Un futuro che andrà oltre Android e Chrome OS, a quanto pare.

    The post Google, dopo il verde di Android arriverà Fuchsia appeared first on Punto Informatico.

    Qwant: l’alternativa a Google che sposa Vivaldi

    Qwant: l’alternativa a Google che sposa Vivaldi


    Può un piccolo motore di ricerca sfidare Google, magari approfittando del temporaneo momento di incertezza dettato dalle sentenze provenienti dalla Commissione Europea? Qwant è il Davide che sfida Golia e, nel dubbio, sfodera la fionda e lancia la...

    Può un piccolo motore di ricerca sfidare Google, magari approfittando del temporaneo momento di incertezza dettato dalle sentenze provenienti dalla Commissione Europea? Qwant è il Davide che sfida Golia e, nel dubbio, sfodera la fionda e lancia la prima pietra.

    Qwant è un motore di ricerca di radici francesi nato sulla base di un principio: garantire appieno la privacy degli utenti, distinguendosi così rispetto alla concorrenza e proponendosi come il lato buono della ricerca online. Il profumo di chimera è chiaramente molto forte, ma i 25 milioni investiti dalla BEI solo tre anni or sono ha fatto capire come il principio abbia un suo valore e il motore (lanciato da Jean-Manuel Rozan ed Eric Leandri) abbia un suo motivo d’esistenza. L’accordo con Fairphone nel 2017 porta avanti la linea di sempre, l’approdo in Italia nei mesi scorsi allarga il perimetro del progetto e da inizio 2018 il servizio ha aperto anche alla Cina. Basta questo per sfidare Google? Manco per sogno. Ma Qwant è la bandiera che serviva all’Europa per dettare nuovi standard nel tentativo di imporli al dominio dei giganti USA.

    Inevitabilmente la reazione di Qwant alla sentenza europea è di giubilo: “Siamo molto soddisfatti che la Commissione Europea abbia capito come Google utilizza la posizione dominante del sistema operativo Android, per impedire la concorrenza sul mercato della ricerca online. Ora, ci aspettiamo che Google rispetti appieno la decisione della Commissione in modo che gli utenti, quando acquistano un telefono cellulare, siano liberi di scegliere quale motore di ricerca o browser preferiscono utilizzare”. Questo è l’obiettivo di breve periodo: avere la possibilità di discutere con gli OEM con pari dignità, mettendo sul piatto le proprie risorse giocando a regole pari. E vinca il migliore.

    E per dimostrare che i piccoli possono anche mettersi assieme per coltivare grandi sogni, è delle ultime ore anche l’accordo di collaborazione tra Qwant e Vivaldi (software house fondata da Jon Stephenson von Tetzchner, già padre del browser Opera). Qwant diventa da oggi il motore di ricerca predefinito sul browser Vivaldi, costruendo così una partnership di mutuo interesse basata sulla comunanza dei principi portati avanti. L’Europa intende cercare di costruire un nuovo modello di business basato su un controllo più stretto della privacy ed in questo tentativo Vivaldi e Qwant rappresentano gli strumenti sfoderati.

    Non basta questo per far paura a Google ed Android, così come non basta una sanzione da oltre 4 miliardi di dollari. Ma Qwant e Vivaldi servono anzitutto all’Europa per dar corpo alle proprie convinzioni, per specchiarsi nella propria chimera nell’auspicio di portare il mondo intero verso standard concorrenziali e di privacy differenti da quelli che fanno emergere scandali a cadenza ormai sempre più frequente.

    The post Qwant: l’alternativa a Google che sposa Vivaldi appeared first on Punto Informatico.

    L’UE non fa paura: Google e il futuro di Android


    A distanza di poche ore dalla maxi-multa da 4,34 miliardi di euro inflitta a Google per abuso di posizione dominante su Android, le prime certezze giungono dalla borsa: chi immaginava le azioni a picco, infatti, dovrà rivedere le proprie convinzioni:...

    A distanza di poche ore dalla maxi-multa da 4,34 miliardi di euro inflitta a Google per abuso di posizione dominante su Android, le prime certezze giungono dalla borsa: chi immaginava le azioni a picco, infatti, dovrà rivedere le proprie convinzioni: Alphabet chiude in sostanziale parità una giornata sicuramente travagliata, ma vissuta per gran parte del tempo in territorio positivo ed in ogni casi sui massimi del 2018. La sentenza della Commissione Europea va infatti capita fino in fondo e interpretata in prospettiva, cercando di capire cosa possa realmente succedere nel breve periodo.

    La Commissione ha imposto a Google una deadline di 90 giorni per poter regolarizzare le proprie licenze e in tutta risposta Google ha preannunciato ricorso: laddove l’Europa vede restrizione di concorrenza, infatti, Google vede un ampliamento delle opportunità proprio grazie alla gratuità di Android ed a quel modello di business che l’antitrust intende mettere al bando. Le parti dovranno capirsi sui termini legali di definizione del mercato degli smartphone, dei motori di ricerca e della libera concorrenza, poiché il caso tira in ballo una molteplicità di fattori che vanno dal sistema operativo a Google Play, dal browser Chrome al mercato del search advertising.

    Sundar Pichai ha immediatamente messo le mani avanti ed ha lasciato intendere come, nel caso in cui in appello le cose non dovessero andare nel migliore dei modi, l’attuale modello di business legato ad Android andrebbe di fatto in fuorigioco. In altri termini, Google non potrebbe più distribuire gratuitamente il proprio SO in virtù dell’impossibilità di avere un ritorno dall’imposizione del proprio app store, del proprio browser e delle proprie app. L’alternativa potrebbe pertanto essere in linea di principio una soltanto: vendere Android ai produttori OEM, così da compensare gli ammanchi relativi alla caduta dei termini di licenza attuali.

    Android è una piattaforma costruita per l’era dello smartphone. Permette ai produttori di telefoni di offrire contemporaneamente app e servizi in concorrenza tra loro (e molti lo fanno) e agli utenti di scegliere i servizi che preferiscono. #AndroidWorks pic.twitter.com/n0LlFIeyoy https://t.co/1rHyxOt8tI

    — Google Italia (@googleitalia) July 18, 2018

    Quanto costerebbe in tal caso Android ai produttori? Occorre immaginare una condizione per cui Google tenterà comunque di portare su Android le proprie app ma, sulla base degli accordi che riuscirà a strappare, verrà comunque meno parte dei guadagni legati alla ricerca online poiché verrà meno l’esclusività del servizio. Questo ammanco, spalmato sulla molteplicità di dispositivi sul mercato, determinerà pressapoco il costo che Google dovrà chiedere per non veder intaccato un modello di business che aveva fin qui fatto la fortuna tanto di Google, quanto degli sviluppatori, quanto ancora dei produttori legatisi a doppio filo all’androide verde. Sarebbe in tal caso interessante capire quanto possa essere realmente tale costo, poiché consentirebbe di confrontarlo con altri precedenti esperimenti (leggasi: Windows Phone) che proprio sul costo del SO agli OEM e sulla carenza di app nel marketplace si son giocati ogni possibilità di emergere.

    La fiducia della borsa nel titolo Alphabet lascia intendere come nel breve periodo non succederà nulla di pericoloso: Google continuerà a controllare il mercato della ricerca mobile, nessun sistema operativo concorrente metterà in discussione l’egemonia di Android ed Apple tutto sommato non potrà nemmeno giovarsi troppo delle sventure del proprio concorrente. La sentenza è tuttavia qualcosa che segnerà un prima e un poi: la Commissione Europea non ha imposto alcuna strategia a Google, ma ha chiesto immediata regolarizzazione circa l’abuso di posizione dominante ravvisato. Tocca a Google rivedere le proprie strategie e tutto lascia pensare che, al netto delle pratiche legate al ricorso, siano già in atto le trattative utili a rivisitare il modo con cui Android si presenterà sul mercato degli smartphone negli anni a venire. Samsung, Huawei e altri grandi nomi della galassia Android stanno a guardare in attesa di notizie, perché ogni sovrapprezzo cambierebbe radicalmente i margini ottenibili dalla vendita dei propri device.

    Tempo al tempo: nell’immediato Android non rischia nulla e per Alphabet, che siede su un reddito netto da 9,4 miliardi di dollari, la sanzione appare ad oggi poco più che un incidente di percorso. Peraltro probabilmente previsto. Peraltro probabilmente aggirabile, ma atterrando su una nuova dimensione meglio gradita alle autorità europee.

    The post L’UE non fa paura: Google e il futuro di Android appeared first on Punto Informatico.

    Google annuncia ricorso: difenderemo Android


    Android non ha ristretto le possibilità di scelta, ma le ha ampliate : è questo l’incipit della difesa di Google a pochi minuti dalla comunicazione con cui la Commissione Europea ha ufficializzato la sanzione di 4,34 miliardi di euro imposta al...

    Android non ha ristretto le possibilità di scelta, ma le ha ampliate : è questo l’incipit della difesa di Google a pochi minuti dalla comunicazione con cui la Commissione Europea ha ufficializzato la sanzione di 4,34 miliardi di euro imposta al gruppo dall’antitrust. L’accusa è quella di aver abusato della posizione dominante nel mercato dei sistemi operativi mobile ottenendo un illecito vantaggio concorrenziale nel drenare traffico verso il proprio motore di ricerca (con relativa susseguente monetizzazione delle query).

    La tesi di Google è chiara: in un mercato che avrebbe rischiato di trasformarsi in un monopolio Apple, Android è stato l’argine che ha consentito a molti produttori di recitare un proprio ruolo sul mercato differenziando così le soluzioni a disposizione dell’utenza finale. Per questo Google rigetta le accuse nel merito, ribaltando il punto di vista della Commissione:

    Una decisione che non tiene in considerazione il fatto che i telefoni Android siano in concorrenza con i telefoni iOS, cosa che è stata confermata dall’89% di coloro che hanno risposto all’indagine di mercato condotta dalla stessa Commissione. Inoltre non riconosce quanta scelta Android sia in grado di offrire alle migliaia di produttori di telefoni e operatori di reti mobili che realizzano e vendono dispositivi Android; ai milioni di sviluppatori di app di tutto il mondo che hanno costruito il proprio business con Android; e ai miliardi di consumatori che ora possono permettersi di acquistare e utilizzare dispositivi Android all’avanguardia.

    Google rivendica per Android un ruolo fondamentale che profuma di libertà: ha omologato l’esperienza mobile, ha omologato le regole di sviluppo per il developer, ha omologato l’esperienza d’uso consentendo libera concorrenza tra un alto numero di attori di mercato. Sono 24 mila i dispositivi che attingono al motore di ricerca (soprattutto in virtù della sua gratuità e del favore che gli utenti hanno per i suoi meccanismi e il suo marketplace). La libertà è inoltre totale, tanto che Amazon per i propri Fire ha adottato un “fork” del sistema operativo, ha rigettato l’uso di Google Play e ha tracciato una strada propria.

    Rimuovere un’app preinstallata, inoltre, è questione di pochi secondi e sostituirla è un attimo: via Chrome e dentro Opera Mini, ad esempio, senza colpo ferire: questione di scelta degli utenti (argomentazione che appare tuttavia debole a priori: anche Microsoft a suo tempo obiettò che chiunque avrebbe potuto usare Internet Explorer per scaricare e installare Google Chrome, ma tutti sappiamo come sia andata a finire).

    Nella propria disamina, il CEO Google Sundar Pichai esprime timore per il futuro: “siamo preoccupati che la decisione di oggi possa alterare il delicato equilibrio che abbiamo creato per Android, e che questo rappresenti un segnale allarmante in favore dei sistemi proprietari e a svantaggio delle piattaforme aperte”. La sentenza non boccia infatti Android, né Google Play, né Chrome, ma rigetta il modello di business con cui Google aveva messo in piedi tutto ciò. La scelta è pertanto obbligata: Google farà appello e tenterà di ribaltare in tribunale il modo con cui la Commissione ha dipinto il ruolo di Google sul mercato mobile e in quello della ricerca.

    The post Google annuncia ricorso: difenderemo Android appeared first on Punto Informatico.

    Google, sanzione da 4,34 miliardi di euro


    4,3 miliardi di euro : a tanto ammonta la sanzione che la Commissione Europea ha inflitto a Google a seguito della causa antitrust che ha approfondito il ruolo e la natura di Android sul mercato degli smartphone. Si tratta di una ammenda di altissimo...

    4,3 miliardi di euro : a tanto ammonta la sanzione che la Commissione Europea ha inflitto a Google a seguito della causa antitrust che ha approfondito il ruolo e la natura di Android sul mercato degli smartphone. Si tratta di una ammenda di altissimo spessore che va a punire il tentativo di Google di rafforzare la propria posizione dominante nella ricerca sfruttando la quota di mercato raggiunta nel mercato dei sistemi operativi mobile.

    Update : Google ha immediatamente preannunciato ricorso.

    Google: la sanzione

    4.342.865.000 euro: è la sanzione calcolata tenendo conto “della durata e della gravità dell’infrazione”. L’ammenda sarebbe stata calibrata “sulla base del valore delle entrate di Google provenienti dai servizi di pubblicità sui motori di ricerca realizzate su dispositivi Android”, colpendo pertanto esattamente la parte incriminata sulla quale Google avrebbe esercitato il vantaggio derivante dall’abuso della propria posizione dominante.

    Le parole della Commissione impongono ora un radicale cambio di direzione per Android , pena una ulteriore sanzione che andrà ad accumularsi da oggi in avanti con quella già stabilita per sentenza: ” Google deve ora porre effettivamente un termine a tale condotta entro 90 giorni. In caso contrario dovrà versare penalità che potranno arrivare fino al 5% del giro d’affari mondiale medio giornaliero di Alphabet, la società madre di Google”. A Google non viene vietata la distribuzione concomitante di sistema operativo, app proprietarie e Google Play, tuttavia viene imposto che ciò avvenga al netto di qualsivoglia restrizione della possibilità di scelta da parte di utenti e aziende. Il che potrebbe cambiare radicalmente il modo in cui produttori e operatori andranno d’ora innanzi a trattare con Google. La sanzione potrebbe insomma essere roba da poco in confronto alle possibili conseguenze a cui andrà incontro l’azienda nella monetizzazione dei propri sforzi con Android.

    Secondo la Commissione, inoltre, per Google non finisce qui: “Google è inoltre suscettibile di essere oggetto di azioni civili di risarcimento di danni che possono essere intentate davanti alle autorità giurisdizionali degli Stati membri da ogni persona o impresa lesa dal suo comportamento anticoncorrenziale”. Impossibile non pensare a come la posizione di Android e Google non sia stata di diretto impiccio per Microsoft, ad esempio, che negli anni incriminati ha visto cadere Windows Phone per l’assenza di app sul proprio store quando tutti sviluppavano per Android ed ha sofferto le carenze di Bing in virtù dell’ingombrante presenza del concorrente dominante. Le cose sarebbero cambiate senza gli abusi accertati dalla Commissione Europea? Probabilmente non del tutto, ma Microsoft avrebbe sicuramente avuto ben altre carte da giocarsi nella trilogia che tirava in ballo anche iOS. Col senno del poi Microsoft è fuori dai giochi, ma può ancora immaginare una coda legale da utilizzarsi come leva contrattuale per le collaborazioni future con Google. Tempo al tempo e questa situazione potrebbe emergere con maggior chiarezza dalle strette di mano dei prossimi anni.

    Le tipologie di abuso

    La spiegazione per quanto avvenuto è nelle parole di Margrethe Vestager, Commissaria responsabile per la Concorrenza:

    L’Internet mobile, che costituisce oggi più della metà del traffico Internet globale, ha cambiato la vita di milioni di europei. Il caso in oggetto riguarda tre tipi di restrizioni che Google ha imposto ai produttori di dispositivi mobili che utilizzano Android e agli operatori di rete per fare in modo che il traffico che transita su tali dispositivi venga indirizzato verso il motore di ricerca di Google. Agendo in tal modo, Google ha utilizzato Android come strumento per consolidare la posizione dominante del proprio motore di ricerca. Tali pratiche hanno negato ai concorrenti la possibilità di innovare e di competere in base ai propri meriti ed hanno negato ai consumatori europei i vantaggi di una concorrenza effettiva nell’importante comparto dei dispositivi mobili. Ai sensi delle norme antitrust dell’UE, si tratta di una condotta illegale.

    In particolare, la malacondotta di Google sarebbe stata posta in evidenza su questi tre fronti:

    Google ha imposto ai produttori di preinstallare Google Search e Chrome sugli smartphone come condizione necessaria per avere la licenza relativa a Google Play (in assenza di tale condizione non sarebbe stato possibile concedere l’accesso alle applicazioni); Google avrebbe pagato alcuni grandi produttori e operatori per ottenere in cambio la preinstallazione a titolo esclusivo di Google Search; Google ha impedito ai produttori che volevano app Google di installare versioni alternative di Android , legando così indissolubilmente il sistema operativo alle app di Google.

    Ed in questo la Commissione Europea intende essere chiara: “la decisione della Commissione non riguarda il modello open source né il sistema operativo Android per sé”, quanto la tipologia di licenze poste in essere ed il sistema di vincoli incrociati che va a favorire la posizione dominante di Google nella ricerca partendo dalla leva del sistema operativo mobile.

    Quello che la Commissione ha ravvisato, è il combinato disposto tra la presenza di conclamate posizioni dominanti (servizi di ricerca generica su Internet, sistemi operativi per dispositivi mobili intelligenti che possono essere concessi in licenza e portali di vendita di applicazioni per il sistema operativo Android) e l’abuso delle stesse da parte del gruppo guidato da Sundar Pichai. La posizione dominante non è infatti perseguibile di per sé, ma lo è il trasferimento dei vantaggi di tale posizione su mercati adiacenti, sui quali è possibile ottenere un illecito vantaggio grazie alla propria posizione di controllo.

    L’abuso

    Imponendo l’installazione di Google Search, Google ha approfittato del fatto che l’installazione di Google Play è un fattore imprescindibile per il successo di mercato di uno smartphone: ne consegue che il motore ha potuto giovarsi di ricerche che, in caso contrario, non avrebbe potuto raccogliere. L’esempio è nel confronto tra dispositivi Android e dispositivi Windows Mobile: su questi ultimi, dove Bing è il motore predefinito, l’uso di Google è inferiore del 25%. “La pratica di Google” secondo quanto dedotto dalla Commissione, “ha quindi ridotto gli incentivi dei produttori a preinstallare applicazioni di ricerca e browsing concorrenti così come gli incentivi degli utenti a scaricare tali applicazioni. Ciò a sua volta ha ridotto la capacità dei concorrenti di competere in modo efficace con Google”.

    La seconda conclamata violazione è relativa alla richiesta onerosa di installazione esclusiva delle proprie app, pratica che sarebbe stata in essere fino al 203 e che Google ha definitivamente sospeso a partire dal 2014. L’indagine avrebbe dimostrato come un motore di ricerca concorrente non avrebbe mai potuto compensare un produttore o un operatore per la perdita di introiti provenienti dalla redistribuzione delle entrate di Google poiché tale redistribuzione sarebbe decaduta se anche solo una parte dei dispositivi avesse scelto una soluzione alternativa. Di fatto la restrizione della redistribuzione la trasforma da incentivo ad abuso, portando la Commissione a sanzionare tale condotta.

    Infine Google avrebbe vincolato la licenza di Android ad un uso esclusivo sull’intera gamma prodotti di ogni singola azienda, impedendo la scelta di opzioni concorrenziali. In questo il giudizio di colpevolezza da parte della Commissione è netto:

    Google ha inoltre bloccato un importante canale che avrebbe permesso ai suoi concorrenti di introdurre applicazioni e servizi, in particolare servizi di ricerca generica, preinstallabili sulle varianti Android. Pertanto, la condotta di Google ha avuto un impatto diretto sugli utenti, negando loro l’accesso a ulteriori innovazioni e a nuovi dispositivi mobili intelligenti basati su versioni alternative del sistema operativo Android. In altri termini, come conseguenza di tale pratica, è stata Google – e non i consumatori, gli sviluppatori di applicazioni o il mercato – a determinare concretamente quali sistemi operativi avrebbero potuto affermarsi sul mercato.

    The post Google, sanzione da 4,34 miliardi di euro appeared first on Punto Informatico.

    Facebook non elimina le fake news: le nasconde


    Facebook non intende farsi giudice in terra del bene e del male. E per evitare quest’infausto incarico, ammette un passo indietro per non essere giocoforza ultimo interprete del vero e del falso, poiché un singolo errore in questo discrimine...

    Facebook non intende farsi giudice in terra del bene e del male. E per evitare quest’infausto incarico, ammette un passo indietro per non essere giocoforza ultimo interprete del vero e del falso, poiché un singolo errore in questo discrimine rischierebbe di mettere a berlina l’intero gruppo. Una responsabilità troppo grande, che il gruppo non vuole; una potenza di fuoco troppo grande, che nessuno dovrebbe mettere nelle mani di una azienda privata; un compito troppo delicato, che eppure da più parti si vorrebbe abbracciato proprio da Mark Zuckerberg. Insomma, occorre capirsi.

    Nel contesto di un meeting con una serie di giornalisti USA, Facebook ha esplicitato quella che è la propria scelta in termini di fake news : non eliminarle dal social network, ma limitarne la divulgazione. E di fronte alle contestazioni su una scelta di questo tipo, Facebook spiega di aver scelto semplicemente la via che ritiene più opportuna.

    This is Facebook equating having Infowars, which once accused a pizza shop of being part of a child sex ring and denied the Sandy Hook shooting was real, with "pages on both the left and the right pumping out what they consider opinion or analysis – but others call fake news." https://t.co/kukYRLPIkW

    — Ben Collins (@oneunderscore__) July 12, 2018

    I toni si accendono sul caso InfoWars , pagina Facebook da quasi 1 milione di follower, che rovista nel complottismo e nella politica per raccogliere consensi. La domanda a cui Facebook non vuole risponde è: perché una pagina simile è ancora online senza che nessuno intervenga? La domanda è a maggior ragione opportuna nei giorni in cui Apple rimuove QDrops dall’App Store per fermare l’incedere del complottismo firmato QAnon, in uno scontro di principio che vede Apple e Facebook assumere due posizioni non certo simili.

    Il social network non vuole farsi censore, poiché in tal caso avrebbe due possibilità: agire in proprio nella rimozione delle falsità, oppure affidarsi a debunker terzi esternalizzando oneri e responsabilità. Ciò significherebbe però in ogni caso andare ad agire in quell’immensa terra di mezzo tra il vero e il falso dove ci sarà sempre e comunque un dibattito possibili su quali parti di una affermazione sia vera e quale sia falsa, sempre che la verità possa essere definita o meno e con quali tempi. In questa dinamica manca infatti il terzo potere, quello che dovrebbe stabilire in modo inoppugnabile e senza prova contraria ove stia la ragione e dove stia il torto. Facebook ritiene semplicemente impossibile tutto ciò e, a scanso di apparire come un gruppo che abdica alle proprie responsabilità, preferisce scegliere una via più pragmatica.

    La scelta del team Zuckerberg è quindi quella di non eliminare post ipoteticamente etichettabili come “fake news”, ma evitare che possano divulgarsi. Ciò comporta due conseguenze allo stesso tempo, che vanno in direzione opposta e che, in caso di errore, potrebbero consentire comunque alla verità di emergere:

    se Facebook abbassa il tasso di viralità di una news o di una pagina, tali contenuti più difficilmente incontreranno altri utenti e per semplice questione statistica con minor possibilità diventeranno virali; se Facebook non rimuove i post, limitandosi a frenarne la viralità, consente comunque alle condivisioni di avanzare, così che sia responsabilità dei singoli giudicare il vero e il falso, dando fiato o meno alla voce delle pagine incriminate.

    Spesso le persone non sono in grado di distinguere il vero dal falso , spesso la viralità è più conseguenza di distorsioni che non di solide affermazioni, ma Facebook ha buon gioco a smarcarsi da questa impasse: il social network fa la propria parte, gli utenti facciano la propria e il tasso culturale generale (contemplante adeguata consapevolezza e adeguata capacità di discernimento) sia il vero attrito ad opporsi alla capacità delle fake news di prendere il volo. Questo non significa che i social network in generale non debbano essere richiamati alle proprie responsabilità (troppo spesso hanno fatto spallucce di fronte a segnalazioni sufficientemente semplici di violazione), ma ben altra cosa è scaricare sui social network l’intero peso del discernimento tra bianco e nero, vero e falso, tollerabile e intollerabile.

    In ballo, è noto, c’è quell’alto concetto di libertà che sempre più spesso viene messo alla prova quando si tratta di Web. Come se una dinamica più generale e più profonda fosse messa in discussione, è sul Web che il Vero e il Falso si trovano sempre più di frequente faccia a faccia a contendersi gli utenti e le ragioni. Occorre però uscire dall’idea di un mondo binario, ove tutto quel che non è vero sia falso e viceversa: è nei meandri del grigio, e nella melma del confronto, che si possono trovare la forza e la ragione per fare un passo avanti verso un mondo migliore.

    Facebook non vuole caricarsi sulle spalle tutta questa responsabilità e, altri che non sanno farsene carico, vorrebbero invece attribuirla completamente al social network. Se ogni singolo utente, ognuno per sé, pensasse pochi secondi prima di condividere qualcosa sui social network, forse nessun Atlante dovrebbe farsi carico di sollevare il mondo. E il mondo girerebbe comunque, ogni giorno meglio del precedente.

    The post Facebook non elimina le fake news: le nasconde appeared first on Punto Informatico.

    Europa e Giappone, merci e dati senza confini


    “Adeguatezza reciproca“: è questa la base sulla quale Unione Europea e Giappone hanno costruito una importante partnership commerciale che, oltre all’abbattere i confini in termini di scambio delle merci, abilita anche una gestione facilitata dei...

    “Adeguatezza reciproca“: è questa la base sulla quale Unione Europea e Giappone hanno costruito una importante partnership commerciale che, oltre all’abbattere i confini in termini di scambio delle merci, abilita anche una gestione facilitata dei dati personali. Ciò avviene nel contesto di un accordo di ampia gittata nel quale merci e dati viaggiano sugli stessi canoni di intesa: un passo avanti di grande spessore per il modello di privacy inteso (e imposto ai partner) dall’Unione Europea.

    Negli stessi giorni in cui Trump definisce l’UE nemica degli USA, insomma, l’UE stringe la mano al Giappone in virtù di una “adeguatezza reciproca” che con gli States è ben lungi dal poter essere definita. Muri che si alzano e muri che cadono, quindi, perché laddove il dialogo abilita o non abilita la reciproca comprensione.

    Il Giappone e l’UE sono già partner strategici. I dati sono il carburante dell’economia globale e questo accordo ne permetterà la circolazione sicura tra i nostri paesi, a vantaggio sia dei cittadini sia delle economie. Nel contempo ribadiamo l’impegno a rispettare valori comuni in materia di protezione dei dati personali. Per questo sono pienamente convinta che, collaborando, possiamo definire le norme globali per la protezione dei dati e dare prova di leadership comune in questo importante settore.

    Věra Jourová, Commissaria per la Giustizia, i consumatori e la parità di genere

    La conseguenza di questo accordo, spiega la Commissione Europea, andrà a creare ” il più grande spazio al mondo di trasmissione sicura dei dati (…) e le imprese europee potranno beneficiare del flusso senza ostacoli di dati con il Giappone, partner commerciale fondamentale, e dell’accesso privilegiato ai 127 milioni di consumatori giapponesi”. Quello che alcuni paesi vedono come un vincolo, insomma, diventa invece facilmente ricchezza qualora tutte le condizioni siano soddisfatte: le imprese europee potranno così avere accesso ai dati dei consumatori giapponesi e, viceversa, le imprese giapponesi potranno accedere ai dati europei. Ciò potrà accadere poiché entrambe le parti hanno fissato elevati standard in termini di protezione dei dati , alzando l’asticella laddove altri la intendono abbassare.

    La simmetria nella regolamentazione e gestione dei flussi di dati è una condizione fondamentale e, dopo il caso Cambridge Analytica, tutto ciò è emerso in tutta la sua evidenza. A tal fine l’UE ha abbracciato il principio dell’adeguatezza reciproca, basata su parametri di “essenziale equivalenza”, secondo cui i due sistemi di gestione dei dati non debbono essere identici, ma quantomeno equipollenti in termini di garanzie per gli utenti.

    L’adeguatezza reciproca

    “La privacy non è una commodity” e su questo le autorità europee intendono essere chiare.
    Ma l’accordo tra Europa e Giappone prevede anzitutto che lo scambio dei dati non avvenga soltanto in ambito commerciale, ma anche ai fini del contrasto al malaffare.

    Affinché l’accordo possa ora entrare a regime, l’UE (che in termini di privacy intende ormai assumere il ruolo di leader a livello globale) ha imposto al Giappone precise misure con cui adeguare i propri attuali standard: in primis l’assoluto divieto di distribuire a paesi terzi i dati sensibili raccolti nell’Unione Europea; inoltre la messa a punto di un meccanismo di gestione dei reclami da parte di utenti e imprese europei.

    The post Europa e Giappone, merci e dati senza confini appeared first on Punto Informatico.

    Skype, disponibile la versione 8.0


    Cambiare per non cadere, aggiornamenti per resistere, sperimentare per salvare il soldato Skype : Microsoft rilascia un nuovo ed ulteriore aggiornamento del proprio messenger, che arriva così alla versione 8.0 . Ma il mantra ormai è chiaro da...

    Cambiare per non cadere, aggiornamenti per resistere, sperimentare per salvare il soldato Skype : Microsoft rilascia un nuovo ed ulteriore aggiornamento del proprio messenger, che arriva così alla versione 8.0 . Ma il mantra ormai è chiaro da tempo: la stagnazione del desktop ed il treno ormai perso sul mobile hanno costretto Skype ad una dimensione fortunata (grazie al successo acquisito in passato), ma complessa (poiché ormai costretta sulla difensiva). Ogni modifica fatta in questi anni non ha fatto altro che snaturare l’esperienza originale, inseguendo i trend del momento e cercando nel frattempo di consolidare la tecnologia su cui si basa il software.

    E per il momento, va detto, il risultato è comunque raggiunto: nonostante un contesto difficile, Skype ha saputo mantenere una base utenti pari a circa 300 milioni di utenti attivi a livello globale con circa 3 miliardi di minuti passati ogni giorno attivamente sul software. La nuova versione cercherà ora di migliorare l’esperienza di questa base utenti per far sì che in futuro si possa tornare anche a crescere: la 8.0 per desktop è in distribuzione a partire da oggi stesso e sostituirà la precedente 7.0 (aka “Skype classic”).

    Come sempre accade, la casa produttrice spiega di aver sviluppato la nuova versione sulla base dei feedback raccolti dall’utenza. E queste sono le novità previste:

    l’ alta definizione (1080p) arriva a titolo gratuito tanto sulle videochiamate quanto sulla condivisione dello schermo, con chat fino a 24 utenti in contemporanea; supporto delle menzioni “@tiziocaio” durante le chat, adottando una pratica ormai consolidata su messenger e social network di nuova generazione; introduzione di una chat media gallery per reperire più facilmente link o immagini condivisi all’interno di una specifica discussione; la condivisione di file tramite Skype può raggiungere ora l’ammontare di 300MB con un semplice drag&drop del file sulla chat;

    Una ulteriore pletora di funzioni saranno aggiunte nei mesi a venire, con rollout progressivo, quali le chiamate crittografate end-to-end, la registrazione delle chiamate (funzione sicuramente appetibile in molti contesti), coinvolgimento sulle chat di utenti non iscritti a Skype.

    Non da ultimo, Skype prevede di introdurre per la prima volta una funzione che su WhatsApp è rappresentata dalla “doppia spunta blu”: un apposito accorgimento grafico conferma della lettura del messaggio, elemento di sicura utilità soprattutto all’interno di chat di gruppo.

    Il download della versione 8.0 di Skype è disponibile tramite il sito ufficiale e Microsoft Store. A partire dal 1 settembre prossimo la versione 7.0 sarà completamente disabilitata e l’upgrade alla 8.0 sarà pertanto forzato.

    The post Skype, disponibile la versione 8.0 appeared first on Punto Informatico.

    Satispay, il futuro tra Risparmi e capitale


    Una nuova funzione per trasformare l’app in un salvadanaio, un’altra funzione per trasformare l’app in un unicorno: dopo il #doitsmart che ha accompagnato questa prima fase di crescita, Satispay sembra voler abbracciare il #doitbig e rendere la...

    Una nuova funzione per trasformare l’app in un salvadanaio, un’altra funzione per trasformare l’app in un unicorno: dopo il #doitsmart che ha accompagnato questa prima fase di crescita, Satispay sembra voler abbracciare il #doitbig e rendere la propria applicazione sempre più appetibile per chi intende gestire i propri pagamenti con modalità cashless .

    Satispay: la funzione Risparmi

    La nuova funzione “Risparmi”, che si affianca a a “Ricariche telefoniche” e “Bollettini pagoPA”, consente di creare salvadanai virtuali dedicati con i quali organizzare le proprie spese. Di fatto è come se si accantonasse valuta poco alla volta, fissando obiettivi da raggiungere per acquistare un regalo, prenotare una vacanza o altri obiettivi che, una volta visualizzati e definiti, possono stimolare il risparmio progressivo. Il denaro può essere accantonato scegliendo ad esempio di mettere da parte piccolissime somme ad ogni pagamento (qualcosa di simile al mettere da parte le monetine del resto), sfruttando i cashback o fissando cifre periodiche. Il denaro può inoltre essere liberamente spostato da un Salvadanaio all’altro, così da raggiungere quanto prima gli obiettivi più urgenti.

    La funzione Risparmi è un punto cruciale nella nostra strategia di sviluppo. Come abbiamo sempre detto ci focalizziamo sui pagamenti per costruire su questi altri servizi a valore aggiunto. Se oggi la possibilità di crearsi diversi Salvadanai risponde a un’esigenza base della nostra community, il risparmio a breve termine, presto consentirà loro di pensare a un futuro più lontano, aderendo a un servizio di previdenza, un’assicurazione o a un fondo di risparmio gestito, in un percorso che vuole arrivare presto a rendere semplici e accessibili tutti i servizi finanziari.

    Alberto Dalmasso, CEO Satispay

    Non ci sarà da stupirsi, insomma, se un domani qualcuno vorrà costruirsi un piccolo fondo pensione fatto di piccole somme quotidiane accantonate con un’app: è questo uno dei possibili orizzonti che Satispay ha intenzione di creare assieme ai propri partner.

    L’aumento di capitale

    Il capitale non aumenta soltanto nei Salvadanai degli utenti, ma anche nelle casse del gruppo: un nuovo round di investimenti per un massimo di 15 milioni ha già visto la sottoscrizione di 10 milioni di euro da parte di nuovi investitori, facendo salire la raccolta complessiva a 37 milioni. Soprattutto, a seguito degli investimenti registrati in questa fase, la valutazione complessiva del gruppo raggiunge quota 100 milioni di euro .

    Importante notare come gli investimenti siano in questo caso di provenienza internazionale: tra i sottoscrittori, certifica Satispay nella comunicazione ufficiale, si annovera il fondo UK Copper Street Capital , la Endeavor Catalyst e la Greyhound Capital . La prospettiva in tal caso è chiara: quello che Satispay ha fatto in Italia (colonizzando dapprima la provincia di Cuneo, quindi il Piemonte, per poi estendersi a macchia di leopardo in tutto il paese), può essere replicato oltre confine portando il gruppo a raggiungere quella dimensione continentale che può meglio esprimere tutto il potenziale insito nell’app. Francia e Germania gli obiettivi di breve termine, tanto per intendersi.

    Ancora Alberto Dalmasso:

    Satispay sta crescendo e, pur essendo per ora operativa solo sul mercato italiano, già da tempo, grazie alla tecnologia e ai numeri che sta registrando – comparabili a realtà che operano su scala internazionale- ha attirato l’attenzione di operatori esteri. Per questo, anche se il nostro obiettivo era e rimane quello di chiudere, non prima
    del 2019, un “round C” dell’ordine di 50 milioni di Euro, abbiamo comunque deciso di varare questa operazione per consentire fin da subito l’ingresso nell’azionariato di investitori di caratura internazionale, capaci di re investire e supportarci in termini di network e sinergie industriali.

    600 mila download, 340 mila utenti attivi che usano l’app in media 8 volte al mese, 44 mila esercizi commerciali affiliati: i numeri e la costante crescita stanno proiettando la startup Satispay verso quella dimensione internazionale a cui larga parte dell’ecosistema startup italiano spesso non riesce ad approdare: basta questa semplice nota per delineare il merito del management fino a questo punto, poiché oggi Satispay è una realtà che l’ecosistema Fintech europeo ha il dovere di guadardare con grande attenzione.

    The post Satispay, il futuro tra Risparmi e capitale appeared first on Punto Informatico.

    L’Europa lancia un ultimatum a Airbnb


    La Commissione Europea fa la voce grossa contro Airbnb : se il servizio vuole affermarsi e proliferare deve dapprima adeguarsi alle normative sulla tutela dei consumatori. Quel che la Commissione si attende, quindi, è che il gruppo faccia di più in...

    La Commissione Europea fa la voce grossa contro Airbnb : se il servizio vuole affermarsi e proliferare deve dapprima adeguarsi alle normative sulla tutela dei consumatori. Quel che la Commissione si attende, quindi, è che il gruppo faccia di più in termini di trasparenza e relativamente ai costi del servizio, affinché gli utenti abbiano piena e totale consapevolezza su quello che vanno ad acquistare.

    La comunicazione proveniente dagli uffici europei è firmata da Věra Jourová , Commissaria per la Giustizia, i consumatori e la parità di genere:

    Sono sempre più numerosi i consumatori che prenotano online i loro alloggi per le vacanze e tale settore ha offerto molte nuove opportunità ai turisti. La popolarità tuttavia non può essere una scusa per non conformarsi alle norme UE di tutela dei consumatori. I consumatori devono capire facilmente quanto e per che cosa devono pagare quando acquistano servizi e nei loro confronti vanno applicate regole eque, ad esempio sull’annullamento dell’alloggio da parte del proprietario. Mi aspetto che Airbnb possa presentare rapidamente soluzioni adeguate.

    Chi ha provato Airbnb sa quanto efficace possa essere il servizio, ma al tempo stesso ben sa quanto fragili siano le sicurezze per l’utente finale. La Commissione Europea non intende rallentare la crescita del servizio (nato come un “noleggia il tuo divano” e diventato un vero e proprio competitor per le strutture tradizionali), ma vuole imporre regole comuni che consentano all’utente di essere salvaguardato, e al tempo stesso agli attori del mercato di potersi sfidare ad armi pari.

    Prezzi

    Il primo punto contestato è relativo alla presentazione dei prezzi , nonché alla distinzione tra attività private e professionali: le pratiche di Airbnb non soddisferebbero i requisiti imposti dall’UE , con particolare riferimento alla direttiva sulle pratiche commerciali sleali. Per questo al gruppo si chiede di:

    “modificare il modo in cui presenta le informazioni sui prezzi a seguito di una ricerca iniziale sul proprio sito web, al fine di garantire che, quando è offerto un immobile al consumatore sia fornito il prezzo totale, comprese tutte le tasse e le tariffe obbligatorie applicabili, come servizio e pulizia, o, quando non è possibile calcolare il prezzo finale in anticipo, sia comunicato in modo chiaro al consumatore che potrebbero applicarsi altri oneri addizionali”; “indicare chiaramente se l’offerta è fatta da un privato o un professionista, poiché cambiano le norme relative alla protezione dei consumatori”. Clausole

    La Commissione Europea identifica una serie di clausole irregolari o del tutto abusive , per le quali si richiede immediato intervento: in ognuno di questi casi l’intervento va nella direzione della tutela del consumatore, il quale non può sentirsi privato del diritto ad un ricorso o ad un rimborso nel caso in cui i propri rapporti con il servizio abbiano un qualche profilo problematico.

    Ad Airbnb viene dato tempo fino alla fine di agosto per proporre soluzioni alternative rispetto a quanto posto in essere fino ad oggi. E l’ammonimento suona in modo estremamente chiaro come un ultimatum: “La Commissione e le autorità di tutela dei consumatori si riuniscono, se necessario, con Airbnb in settembre per risolvere le questioni rimaste in sospeso. Se le proposte della società non saranno considerate soddisfacenti, le autorità per la tutela dei consumatori potrebbero adottare misure coercitive “.

    The post L’Europa lancia un ultimatum a Airbnb appeared first on Punto Informatico.

    DAZN, una scossa per la banda larga in Italia?


    L’arrivo di DAZN sul mercato dei diritti tv del calcio italiano potrebbe avere un impatto importantissimo sullo scenario della banda larga nazionale. E non solo. In questa circostanza convergono infatti una serie di snodi strategici che creano uno...

    L’arrivo di DAZN sul mercato dei diritti tv del calcio italiano potrebbe avere un impatto importantissimo sullo scenario della banda larga nazionale. E non solo. In questa circostanza convergono infatti una serie di snodi strategici che creano uno scenario già visto sulle vicende legate alle polemiche su Audiweb: tv e rete entrano in diretta competizione per occupare il salotto di casa, i favori degli utenti ed i pacchetti pubblicitari correlati. e quando i capitali entrano in gioco, ecco che iniziano a diventare molti i tasselli che potranno essere toccati da questa inevitabile rivoluzione.

    Cosa è DAZN

    DAZN (leggasi “da zone”) è un nuovo servizio firmato Perform che per la stagione 2018/19 offrirà tutta una serie di contenuti in esclusiva legati al mondo del pallone . L’accesso è online (streaming e on-demand) con la formula dell’abbonamento al prezzo di 9,99 euro al mese . Inevitabilmente è subito ribattezzato come il Netflix dello sport, perché il modello proposto è esattamente quello del servizio che in Italia offre da tempo contenuti cinematografici.

    La forza di DAZN è nel fatto che fin dall’esordio gode di 3 partite in esclusiva della serie A di calcio per ogni singola giornata , oltre all’intera programmazione della Serie B. Gli abbonati Sky, insomma, perdono una parte importante del proprio pacchetto Calcio; gli abbonati Mediaset Premium, invece, per logiche di evidente natura concorrenziale, potranno vedere tutte le partite della propria squadra del cuore grazie ad un accordo di partnership siglato con DAZN.

    Il calcio come leva

    Per accedere ai contenuti DAZN (streaming live in alta definizione) occorrerà avere a disposizione una connessione a banda larga sufficientemente performante . La rete, inoltre, dovrà essere in grado di sostenere l’aumento del traffico facilmente prevedibile. Se è vero che solo nell’ultimo anno il mondo del video on-demand ha portato ad una crescita del 30% del traffico in rete, l’arrivo di DAZN potrebbe fare ulteriormente deflagrare la domanda.

    Ed è questo il punto che potrebbe far invertire la tendenza che ha fin qui bloccato il paese sulla questione per cui non vi fosse sufficiente domanda di banda per rendere conveniente ai grandi operatori l’investimento sull’innovazione delle infrastrutture di rete. Che fosse una motivazione vera o meno, credibile o meno, farlocca o meno, la motivazione viene comunque a decadere: a partire dal campionato 2018/19, e con tendenza inevitabilmente crescente, aumenterà la domanda di banda da parte degli appassionati di calcio di tutta Italia.

    L’aumento della fruizione video ha già portato gli operatori mobile ad ampliare il numero di GB compresi negli abbonamenti, poiché questo parametro è destinato a fare la differenza; l’aumento della fruizione video presso le abitazioni e le reti Wifi domestiche determinerà invece un aumento della necessità di banda larga in un paese dove la capillarità è sempre maggiore, ma dove la capacità è estremamente carente su gran parte del territorio.

    L’arrivo di DAZN ha immediatamente aumentato la fibrillazione nel mondo dei diritti tv e negli equilibri concorrenziali tra le piattaforme interessate; l’esordio, ormai prossimo, della piattaforma è destinato a dare il via anche ad altre dinamiche di fondamentale impatto. La banda larga potrebbe essere uno dei settori maggiormente sotto stress e l’aumento della domanda potrà finalmente portare quell’aumento di offerta che decenni di malapolitica (e scarso interesse da parte degli operatori) non sono mai riusciti a determinare.

    The post DAZN, una scossa per la banda larga in Italia? appeared first on Punto Informatico.

    Amazon Prime Day 2018: il giorno degli sconti


    Alle ore 12 di oggi, lunedì 16 luglio, ha inizio il Prime Day organizzato da Amazon . Il nome è ormai noto ai più e così le sue dinamiche: un giorno di sconti su quello che è oggi il marketplace più “abitato” d’Italia, dove poter...

    Alle ore 12 di oggi, lunedì 16 luglio, ha inizio il Prime Day organizzato da Amazon . Il nome è ormai noto ai più e così le sue dinamiche: un giorno di sconti su quello che è oggi il marketplace più “abitato” d’Italia, dove poter acquistare prodotti della più svariata natura approfittando del miglior servizio di logistica e distribuzione che si possano oggi avere. Anzi, forse è proprio questo il senso del Prime Day: ingolosire gli utenti con gli sconti per far assaggiare loro i vantaggi dell’essere utente “Prime” ( oltre 100 milioni gli abbonati a livello globale), del ricevere gratis i prodotti e del riceverli in tempi rapidi.

    Dopodiché alle ore 12 di oggi scatterà anche la solita dicotomia tra chi guarda il bicchiere mezzo pieno e chi si indigna per quello mezzo vuoto. Quello pieno è rappresentato da migliaia di offerte che, per un giorno, popoleranno Amazon Italia a disposizione degli utenti Prime che vorranno approfittarne; quello vuoto è invece ne fatto che il Prime Day sia spesso più che altro un aggregatore di piccoli sconti finalizzati alla costruzione di una gigantesca operazione di marketing. La realtà è che un bicchiere mezzo pieno è anche un bicchiere mezzo vuoto e viceversa, la differenza sta negli occhi di chi osserva (e magari nella sua sensibilità a specifiche scontistiche).

    Interessante anche il contesto nel quale avviene questo Prime Day: è questo l’anno in cui il prezzo del servizio Prime è aumentato , sfidando così le resistenze degli utenti meno propensi a questa forma di servizio premium; è l’anno in cui Amazon ha ampliato le proprie strutture in Italia, promettendo anche assunzioni nel mondo della logistica; è questo l’anno del patto firmato con Poste Italiane per il trasporto dei pacchi. Un anno di fibrillazioni positive per il gruppo, insomma, che ora mette alla prova quanto costruito sentendo il polso all’utenza con una giornata di sconti e di grande promozione comunicativa.

    Prime Day, tra sconti e affiliazioni

    La certezza è che il Prime Day raggiunge sempre il proprio scopo, e questa è pertanto la vittoria di Amazon in questa iniziativa: ogni anno i risultati sono in aumento, aggiungendo sia nuovi prodotti venduti che nuovi utenti Prime al proprio arsenale. A nutrire questa iniziativa v’è anche la pletora di siti Web che, avendo nel proprio modello di business anche l’ affiliazione con il gruppo, operano da moltiplicatore per la comunicazione del Prime Day, portando linfa a questa giornata di sconti per ottenerne in cambio una piccola percentuale ad ogni click a cui faccia seguito un qualsivoglia acquisto. E anche su questo fronte la dicotomia tra informazione e marchetta potrebbe occupare pagine e pagine di analisi.

    Chi è curioso di capire quali siano i link affiliati, e quali i siti ivi correlati, non dovrà far altro che tenere d’occhio i link verso Amazon: quando al proprio interno hanno stringhe quali ” tag=sitoweb-21 ” significa che il tracciamento conseguente al click andrà a foraggiare le entrate del sito che ha abilitato l’accesso dell’utente al marketplace. E sia chiaro: il meccanismo è limpido e trasparente, legato a sconti per gli utenti ed il lavoro editoriale è spesso utile a districarsi tra le offerte. Questo indica una buona sinergia possibile tra utenti, marketplace ed editori. Tale manovra è meno positiva quando l’editore (o l’influencer, o qualsivoglia altra entità), al netto dei propri doveri informativi, si lascia prendere la mano trasformandosi in vera e propria succursale temporanea del Prime Day con finalità di ingaggio: sfumature che sfuggono ai più, ma importanti dal punto di vista etico, per tracciare in modo trasparente e netto i confini tra i differenti ruoli.

    Col senno del poi sarà facile portare avanti giudizi e analisi, ma per chi è interessato agli acquisti quello che conta è che a partire dalle 12 l’Amazon Prime Day ha inizio. Qui la guida a come approfittare al meglio delle offerte, qui le prime offerte disponibili, qui la speciale pagina con le esclusive per gli utenti Amazon Prime. Per trasparenza: nessuno dei link indicati è legato ad una affiliazione.

    The post Amazon Prime Day 2018: il giorno degli sconti appeared first on Punto Informatico.

    2018, il ritorno del PC


    Il PC sta tornando? Dopo anni in caduta libera ecco il segnale che l’industria attendeva: che sia o meno quello che in gergo si definisce come “il rimbalzo del gatto morto” (ossia: il rimbalzo non significa vitalità, ma soltanto un meccanismo...

    Il PC sta tornando? Dopo anni in caduta libera ecco il segnale che l’industria attendeva: che sia o meno quello che in gergo si definisce come “il rimbalzo del gatto morto” (ossia: il rimbalzo non significa vitalità, ma soltanto un meccanismo che testimonia il fatto che si è toccato il fondo), la statistica restituisce il segno “+” al comparto e una inversione di tendenza per molti versi inattesa.

    +1,4% secondo Gartner , +2,7% secondo IDC (stime differenti in virtù di differenti valutazioni sulle categorie ibride come Surface o Chromebook), in ogni caso un andamento positivo dopo anni di perdita che sembravano il preludio alla conversione definitiva all’egemonia mobile. Eppure, sebbene i dispositivi mobili abbiano ancora molto da dire, anche il mondo PC può avere ancora molto da raccontare: l’andamento degli ultimi anni è frutto di un necessario e doveroso riequilibrio imposto dall’avvento degli smartphone e dei tablet, ma ciò non significa che desktop e laptop siano destinati a scomparire: anzi. Ad imporsi è soprattutto la trasformazione digitale nelle aziende, la cultura informatica nelle famiglie, il supporto digitale nelle scuole e tutta una serie di altre dinamiche che disseminano domanda di device in ogni ambito.

    Lenovo e HP siedono a parimerito in cima alla classifica Gartner dei gruppi più prolifici nel settore (21,9% dei dispositivi distribuiti), con Lenovo che registra però la miglior ascesa relativa rispetto all’anno precedente (+10,5%). Seguono Dell (16,8%), Apple (7,1%) e Acer (6,4%). Complessivamente sarebbero stati 61,1 milioni le unità commercializzate nel secondo trimestre dell’anno, con una percentuale variabile tra 25 e 30% di unità distribuite da una molteplicità di produttori minori – a conferma del fatto che il mercato è sufficientemente differenziato e concorrenziale.

    IDC conferma sostanzialmente il medesimo quadro generale ma sottolinea altresì come l’Europa abbia visto fin qui un mercato ben poco vivace, con la maggior parte delle vendite concentrate nei processi di rinnovo macchine all’interno delle realtà aziendali.

    Per evitare che la crescita sia effettivamente nella direzione del “gatto morto”, però, le case produttrici dovranno lavorare con estrema creatività: gran parte della fibrillazione che ha riportato in positivo il settore è trainata dall’avvento di Windows 10 . L’effetto positivo dell’arrivo del nuovo sistema operativo di Redmond, però, è destinato a rallentare fino ad esaurirsi entro il prossimo biennio: a quel punto serviranno nuove pulsioni e nuovo slancio affinché il mercato PC continui a mantenersi salubre garantendo agli utenti quell’innovazione e quelle qualità che si aspettano soprattutto aziende de professionisti.

    Se non altro, il peggio sembra passato. Ma c’è un rimbalzo da consolidare nei mesi a venire se non si vuole veder ripresa la parabola discendente che ha ridisegnato il settore nel giro di pochissimi anni.

    The post 2018, il ritorno del PC appeared first on Punto Informatico.

    IBM, Bari sarà un polo di eccellenza per l’IA


    IBM scommette sulla città di Bari per creare un nuovo polo di eccellenza per il mondo dell’innovazione. L’iniziativa pone il proprio baricentro su We|LAB , un progetto portato avanti in collaborazione con Politecnico e Università di Bari,...

    IBM scommette sulla città di Bari per creare un nuovo polo di eccellenza per il mondo dell’innovazione. L’iniziativa pone il proprio baricentro su We|LAB , un progetto portato avanti in collaborazione con Politecnico e Università di Bari, nonché con il sostegno di alcune realtà imprenditoriali locali.

    We/LAB, un ponte tra Università e impresa

    Così IBM presenta l’iniziativa:

    Il We|LAB di IBM è un nuovo laboratorio che si configura come polo di eccellenza, di valenza internazionale, focalizzato su competenze di Artificial Intelligence e Cloud, al servizio dell’intero ecosistema, nel quale l’azienda e i suoi partner locali aiuteranno i giovani nello sviluppo delle nuove competenze, avvicinandoli alle necessità delle imprese impegnate nei progetti di trasformazione digitale .

    Il gruppo che ha fondato il proprio impegno nell’ Intelligenza Artificiale partendo da Watson , quindi, ora porta in Italia le proprie ambizioni in collaborazione con le Università e con il fine di costruire un ponte di mutuo vantaggio per scoprire e coltivare talenti. La partnership consentirà infatti agli studenti dell’ultimo anno di poter svolgere stage curriculari e corsi di formazione sulla tecnologia IBM, ottenendo in cambio crediti formativi. Un ponte in tutto e per tutto dal mondo della formazione a quello della professione, con IBM che getta l’amo tra le aule dell’ateneo pugliese alla ricerca dei migliori profili (e per metterli immediatamente in contatto con le tecnologie del gruppo).

    “L’approccio è di tipo pratico”, spiega IBM, “perché i ragazzi, attraverso modelli non convenzionali come il design thinking e la co-creation , si misureranno con le sfide portate da concreti casi aziendali e dalla prototipazione delle idee che ne nasceranno”.

    Il WeLAB aiuterà i giovani nello sviluppo delle nuove competenze, avvicinandoli alle necessità delle imprese impegnate nei progetti di trasformazione digitale. Per questa via, con il collante della tecnologia, si tiene vivo un circolo virtuoso di cooperazione tra le parti con cui sostenere lo sviluppo di un’innovazione aperta e di un’economia della conoscenza.

    Enrico Cereda, amministratore delegato di IBM Italia

    We|LAB (“il laboratorio in cui pensare e creare in modo unconventional”) è in essere dal mese di marzo e ha già all’attivo un progetto legato al controllo della filiera dell’extravergine di oliva tramite Blockchain, ma gli interessi si estendono ad una molteplicità di ambiti ulteriori. Per definizione si tratta di una piattaforma di incontro tra studenti e aziende , cercando di creare un terreno comune di sviluppo basato sulla tecnologia. Sul fronte della ” employment focused education ” IBM è attiva ormai da molti anni con varie iniziative avviate negli Stati Uniti, ma la nuova idea focalizzata su Bari è ora una notizia importante soprattutto per il nostro paese.

    L’Italia, ove i problemi del rapporto tra scuola e lavoro sono cronici e importanti, ha visto la nascita di una startup come Uniwhere per colmare quel gap nel quale troppi studenti perdono il filo con il proprio futuro (e le aziende perdono importanti opportunità): l’investimento di IBM sui talenti italiani è qualcosa di cui il paese ha bisogno e del quale in primis il contesto barese potrà giovarsi.

    Aspettando ovviamente che anche altre aziende ed altri atenei possano abbracciare progetti di questo tipo.

    The post IBM, Bari sarà un polo di eccellenza per l’IA appeared first on Punto Informatico.